Attualita

 

Nell’ambito della cinquantesima mostra-mercato nazionale del tartufo bianco di San Miniato una delegazione di casolani è stata invitata a consegnare il premio Stagnaza ospite della Pro Loco locale per ricordare un nostro compaesano che in quella comunità ha lasciato una traccia indelebile e un’eredità a dir poco preziosissima.

Mentre qui nel suo paese natale se ne è perso il ricordo, di Stagnazza, al secolo Stanislao Costa, nel comune di San Miniato, in particolare nella frazione di Balconevisi, dove risiedeva emigrato da Casola e dove aveva trovato moglie (Amelia Pieragnoli), la sua memoria è ancora molto viva.

Andiamo per ordine: chi era Stagnazza? Stanislao Costa , classe 1875, soprannominato Stagnazza (il perché non lo sappiamo ma l’assonanza potrebbe essere con un mestiere o suo o del padre allora molto diffuso cioè lo stagnino che girava i paese e le campagne per rattoppare il pentolame della cucina) apparteneva a quella schiera di braccianti che stagionalmente scavallavano il crinale verso la toscana alla ricerca di un’occupazione saltuaria.

Il centro storico del paese di San Miniato è situato sulle prime colline a ridosso dell’Arno in una posizione strategica fra le città di Firenze e Pisa. Dall’alto della torre che sovrasta il paese si osserva il corso dell’Arno che ora defluisce in sicurezza idraulica dopo aver accolto parte delle acque che scolano dall’appennino pistoiese. Un tempo però il fiume non aveva argini e dilagava ad ogni piena nella pianura circostante. La zona fu oggetto di bonifica già a partire dall’epoca medievale. Durante il Granducato di Toscana si pose mano alla bonifica di tutta l’area a valle di San Miniato con un’impostazione tecnico giuridica all’avanguardia per l’epoca nel panorama dell’intera penisola. Lo stato italiano riprese l’iniziativa degli Asburgo Lorena e cercò di portare a termine il processo di prosciugamento della valle inferiore dell’Arno che con le sue piene produceva miseria e devastazione ma anche pesanti lutti con le epidemie di malaria.

A cavallo fra ottocento e novecento i braccianti romagnoli potevano recarsi sui cantieri toscani o a piedi con un lungo e faticoso cammino attraverso il passo Ronchi di Berna del Carzolano poi verso Borgo San Lorenzo e Firenze oppure con la nuova ferrovia Faenza-Firenze inaugurata nell’aprile del 1893. Ma per il nostro Stagnazza, che arrotondava le magre sue finanze con i proventi della vendita del tartufo, l’opzione era una soltanto: a piedi. Già perché nelle ferrovie del Regno era severamente vietato il carico dei cani e ogni buon tartufaio che si rispetti gira sempre in compagnia del suo inseparabile compare a quattro zampe.

Arrivati a destinazione sicuramente i braccianti cercavano di trovare alloggio lontano dal fondovalle dove risiedevano invece i cantieri di lavoro per evitare la calura umida e i “ miasmi” che si credevano portatori delle febbri malariche ( la scoperta del plasmodio come causa e della zanzara come vettore avverrà solo nel 1898).

Chissà: forse Stagnazza avrà lasciato in custodia il cane presso un podere oppure lui stesso, terminato il duro turno al cantiere, alloggiava presso una famiglia in collina, fatto sta che scoprì come in quei boschi crescesse a meraviglia il tartufo bianco pregiato ( Tuber magnatum Pico). I contadini del posto sapevano di questi bei tuberi profumati ma non ne facevano commercio tanto che a goderne erano soltanto i maiali portati al pascolo nei boschi di querce. Per un tartufaio provetto come Stagnazza erede della scuola casolana dei cercatori di tartufo quel territorio si palesava come un vero e proprio Eldorado.

A Stagnazza si affiancarono altri raccoglitori e, di seguito, commercianti intraprendenti che della attività di ricerca , raccolta e commercio del tartufo  ne fecero una vera professione. Si deve ad un altro cercatore di Tartufi di Balconevisi, Arturo Gallerini , soprannominato il “Bego” il ritrovamento del tartufo bianco più grande del mondo, nel 1954 ( pesava 2,5 Kg e fu regalato al Presidente degli Stati Uniti) .

A San Miniato non si sono dimenticati di Stagnazza ed in occasione dell’ annuale “Mostra Mercato Nazionale” che si svolge ogni anno negli ultimi tre week end di Novembre si ricorda anche la figura di quel nostro antico compaesano che diede origine a questa prospera attività.

Intervistiamo Marta Cantagalli, giovane sommelier casolana facente parte della delegazione AIS di Faenza (Associazione Italiana Sommelier) per farci raccontare le esperienze e le emozioni del suo lavoro e scoprire qualcosa in più sulle ricchezze della nostra terra.

PARLACI DI COME TUTTO HA AVUTO INIZIO, COME TI SEI AVVICINATA AL MONDO DEL VINO? C’È STATO UN MOMENTO PRECISO IN CUI LA PASSIONE SI È TRASFORMATA IN VOLONTÀ DI ESSERE TRASFORMATA IN MESTIERE?

Il mio avvicinamento al mondo del vino è stato atipico. Spesso capita che chi decida di intraprendere questo tipo di percorso provenga da una famiglia con una realtà vitivinicola alle spalle, abbia una qualche connessione con il mondo agricolo o una già assodata passione per il vino.

Io non avevo niente di tutto ciò, stavo quasi per finire il Liceo e gli stessi studi di attinenze con il vino ne avevano ben poche (ho un diploma socio-psico-pedagogico).

Ricordo bene il momento della “folgorazione”: era il 2011, stavo partecipando ad uno dei tanti Open Day organizzati dalle Università di Bologna e mi incantai davanti al programma di un corso di Laurea che non avevo mai sentito nominare: “Viticoltura ed Enologia”.

Durante la triennale ho poi preso parte ai corsi di I, II e III livello promossi dall’AIS (Associazione Italiana Sommelier), ed è stato proprio in quegli anni che ho deciso che avrei cercato un lavoro che mi potesse dare la possibilità di mettere in pratica quello che avevo studiato.

IN CHE COSA CONSISTE IN SOLDONI L’ATTIVITÀ DI UN SOMMELIER?

Il sommelier è una figura che non si limita, come spesso si è portati a pensare (complici anche tante gag televisive), al solo assaggio e degustazione di un vino snocciolando termini mirabolanti ai limiti dell’immaginazione.

È una persona che il vino lo racconta, lo comunica.

Come un bravo narratore, il sommelier ti prende per mano e ti conduce all’interno di un bellissimo viaggio in cui si parla di vigne, di fattori climatici, di profumi inebrianti e delle storie delle famiglie che quel vino lo hanno prodotto.

QUAL È L’ASPETTO CHE AMI DI PIÙ DEL TUO LAVORO?

Da alcuni anni lavoro in all’interno di un’Enoteca a Lugo di Romagna.

Un’enoteca è un luogo che, come dico spesso, rappresenta il “Paese dei Balocchi” per chiunque abbia un interesse verso il vino.

La mia situazione ideale, quella che in assoluto mi diverte e stimola di più, è trovarmi di fronte ad un cliente che mi dà qualche indicazione sul gusto che vorrebbe ritrovare nel suo vino oppure che mi indirizza su una zona di produzione specifica e lì inizio a guidarlo verso quelle che potrebbero essere le “papabili” bottiglie da acquistare e portarsi a casa.

Mi rendo conto di divertirmi davvero tanto in quei momenti perché ho modo di esprimermi al massimo!

CHE COSA TI ASPETTI DA UN VINO AL PRIMO ASSAGGIO?

Quando assaggio per la prima volta un vino che non conosco mi aspetto (o meglio, mi auguro!) che mi faccia emozionare. Capita spesso che mi venga chiesto quale sia il mio vino preferito... in realtà non ci sono vini preferiti per me, ma ricordo benissimo tutti i vini che mi hanno dato delle emozioni.

È tutta una questione di sensazioni, quel mix di gusti e profumi che va a toccare delle corde particolari e ti fa aprire i cosiddetti “cassetti della memoria”. Quelli sono i vini che mi rimarranno impressi per sempre.

 

Siamo appena usciti da uno degli inverni più caldi e asciutti che si ricordino a memoria d’uomo.

Se non fosse stato per la pandemia le prime pagine della stampa si sarebbero già riempite di titoli sulla siccità.

Con gli studenti chiusi in casa e le piazze completamente vuote anche il movimento Fridays for future ha avuto scarsa visibilità nonostante il tentativo di realizzare uno sciopero digitale il 24 aprile.

Il Covid ha messo la sordina al tema dei mutamenti climatici ma si accavallano i segnali continui di anomalie del tempo meteorologico e farsene qualche appunto merita perché saremo chiamati ad affrontare situazioni già ora facilmente intuibili : non potremo farci trovare impreparati.

Due sono i dati che emergono dalla lettura dell’andamento climatico dall’autunno alla primavera cioè dall’ottobre scorso ad oggi ( 29 di aprile).

Da un lato la scarsità delle precipitazioni. E’ piovuto poco con valori mensili tutti sotto la media tranne per novembre quando sono caduti 233 mm di pioggia a fronte della media storica di Casola che è sui 110 mm.

Ottobre 22 mm , dicembre 109 mm, gennaio 21 mm, febbraio addirittura 7,6 ( media storica 70 mm), marzo 54. E’ piovuto poco e male. Il dato di marzo ad esempio pure se scarso di per sé, lo diventa ancor di più se si tiene presente che trenta di quei millimetri sono caduti in una settimana: praticamente ha sgocciolato un po’ tutti i giorni senza che l’acqua penetrasse in profondità.

Per adesso aprile (ogni giorno un barile?) è scarso tranne per un paio di giorni in cui sono piovuti 40 mm in totale.

Di neve praticamente nulla. Qualche centimetro appena: di nessun valore come utilità sul bilancio idrico.

E la domanda è proprio questa: come faremo a passare l’estate praticamente senza riserve idriche significative? Qualcuno mi smentirà ricordando il maggio dello scorso anno quando piovvero più di 400 mm di pioggia che, dopo un inverno simile a questo, appena leggermente migliore, reintegrarono di parecchio le falde acquifere. Ma a che prezzo? Vi ricordate: smottamenti, freddo, danni alle colture, praticamente chiusi in casa anche senza Covid.

L’altro dato da rimarcare per questo inverno sono state le temperature sempre molto al di sopra dello zero con un paio di rapidi ingressi di aria fredda quasi sempre da subito compensata dal ritorno dell’alta pressione di origine africana. L’ultima sciabolata di freddo è stata nella notte fra il 24 e il 25 marzo quando la temperatura è scesa nel fondovalle anche a -5° con gravi danni ai fruttiferi, albicocchi soprattutto. Una gelata per avvezione che ha messo in ginocchio mezza Romagna (stima dei danni 400 ml di euro, fonte Regione ER).

Conseguenze? Tante sull’ecosistema ma quella che a noi risulta più fastidiosa è che le popolazioni svernanti degli insetti dannosi, zanzare in testa, aumentano perché l’assenza del vero freddo non le decima.

Aggiungiamo la cimice asiatica, il moscerino della frutta e altre allegre creature che aiutano a devastare molte delle colture della campagna casolana ( non mi dimentico delle difficoltà degli apicoltori: nel prossimo numero li sentiremo di persona).

Per gli agricoltori si fa dura: la cimice asiatica nel 2019 ha procurato danni nel Nord Italia per quasi 600 milioni di euro con una perdita di redditività a ettaro di 8700 € nelle nettarine e di 8600 € a ettaro per le pere ( fonte CSO, centro servizi ortofrutticoli). La speranza è la lotta biologica, dopo che a gennaio l’UE ha messo al bando il clorpirifos l’unico insetticida efficace poiché imputato di procurare danni neurologici e sullo sviluppo sull’uomo, un po’ come si fece per la battaglia ( vinta) contro la vespa cinese del castagno.

Ma qui è molto più dura per le caratteristiche della specie nemica.

Chi vive in paese, oltre alla sistematicità dei trattamenti contro le zanzare, dovrà ricordarsi di non sprecare l’acqua. Casola come tanti paesi dell’appennino deve fare i conti con una situazione geologica e idrologica che non le consentono di utilizzare acqua senza dare delle priorità ai suoi utilizzi.

Mi spiego meglio: lavare l’automobile e irrigare i prati dei giardini sono utilizzi impropri e non più compatibili con i mutamenti climatici in corso.

 

Bisogna imparare ad abitare il limite e ricordarsi che la terra non la si può continuare a spremere impunemente.

 

Roberto Rinaldi Ceroni

Per quel po’ che sono riuscito a girare per Casola (poco, ovviamente, se non per la spesa alla Cofra, in qualche negozio o in farmacia) ancora non mi è capitato di vedere gettati a terra guanti di plastica o mascherine ( a dir il vero qualche guanto davanti alla Cofra svolazzava…).

Il problema però c’è e diventerà un problema non da poco.

Plasmix, lattice, poliestere, polipropilene: una caterva di materiali “sporchi” che finiranno col deturpare in modo per lo più irreversibile l’ecosistema se non saranno smaltiti adeguatamente soprattutto se finiranno nel reticolo idrografico, quindi nei mari.

Abbiamo intervistato al riguardo il dott. Massimiliano Gherardi tecnico di Ecoser, azienda autorizzata allo smaltimento di tante tipologie di rifiuti che opera anche sul nostro territorio con un impianto di raccolta a Riolo.

“Al momento l’unica strada percorribile per guanti e mascherine già utilizzate è quella dell’incenerimento tramite termovalorizzatori. La nostra azienda ha tuttavia avanzato agli organi competenti dell’ARPAE e della Regione E-R una proposta di studio per il recupero di questi materiali previa sterilizzazione completa che i Paesi del Nord Europa già attuano. Su questi materiali passate 72 ore la carica infettiva del virus si azzera completamente il che corrisponde al tempo massimo previsto di sosta di questi rifiuti nei nostri impianti. Stiamo quindi studiando con le aziende del settore che si occupano di riciclaggio una filiera dedicata per poter dare nuova vita a questa notevole mole di rifiuti che purtroppo per un bel po’ di tempo ci accompagnerà.

A cura di Roberto Rinaldi Ceroni

 

"Cari studenti e studentesse, in ottemperanza all'ordinanza della Regione Emilia Romagna, l'Ateneo ha disposto la sospensione delle attività didattiche dal 24 al 29 febbraio compresi".

Con questa mail il rettore Francesco Ubertini dell'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, annunciava la sospensione di tutte le attività universitarie, lezioni, esami e tirocini. Inizialmente in molti, me compreso, hanno pensato che si trattasse di una fase transitoria e veloce, soprattutto era la speranza dei miei amici che avevano in programma di laurearsi per la sessione di marzo. "Nel peggiore dei casi si tratterà di fare slittare di qualche giorno le date degli appelli di laurea". Questo pensavamo. Ma ben presto le nostre speranze sarebbero andate ad impattare con la realtà. Con il DCPM del 9 marzo l'Italia diventava zona rossa, le lezioni universitarie continuano on line, e così pure le sessioni di laurea, ma non si potrà festeggiare, almeno non come eravamo abituati a farlo, con canti goliardici, con un po' di baracca e uniti.
Sono in sei a Casola ad essersi laureati nel mese di marzo, di varie età e che hanno frequentato facoltà molto diverse, accomunati però dall'aver passato il giorno più importante della loro carriera universitaria a casa, davanti a un PC, e alcuni di loro in ciabatte.

Il 12 marzo è stato il gran giorno di Lorenzo Sabbatani, neo dottore in Scienze Filosofiche. In quei giorni le restrizioni non erano ancora stringenti come lo sono oggi, erano ancora consentite le passeggiate all'interno del proprio comune, quindi con alcuni amici ci siamo trovati fuori dalla casa di Lori, tenendo rigorosamente il metro di distanza per congratularci con lui: "Laurea particolarissima, ma col senno di poi mi sono divertito comunque, sono stato contento di averla svolta in questa modalità a distanza. Avendo già sperimentato la laurea triennale, avrei dovuto ripetere la stessa procedura, l'unica pecca è stata non poter condividere il momento con amici e parenti. Mi sono svegliato presto, ho fatto la mia solita colazione e ho aspettato davanti al computer la chiamata. Nell'attesa con una mia amica di Riolo, che si laureava lo stesso giorno, ci siamo inviati delle gran foto buffe dei nostri outfit: vestiti bene e tirati a balestra dal busto in su, con camicia e papillon, nella parte sotto la vita, pigiama e ciabatte. Nel momento della chiamata io e la mia famiglia ci stavamo facendo i fatti nostri in giro per casa, mi sono precipitato subito e ho iniziato la discussione da solo, senza i miei, quando per fortuna se ne sono accorti è partito un gran via vai per precipitarsi da me, ogni tanto mi voltavo e vedevo mia mamma con il camice da cucina e il cucchiaio in legno mescolare il ragù, mio babbo aveva appena lavorato in giardino e anche lui come me, indossava le mitiche Crocks, è stato molto divertente. Certo sono una persona a cui piace festeggiare, ma questa modalità è stata veramente comoda, ed ero talmente stanco che appena conclusa mi sono tornato a letto.
Avremo comunque tempo per fare baracca, ma quando mi ricapiterà di laurearmi in pantofole?"

Il giorno dopo Lorenzo, il 13 marzo, è il turno di Giacomo Naldoni, ora dottore in Ingegneria Meccanica. Quella di Giacomo se vogliamo è una laurea ancora più particolare delle altre, a differenza dei suoi colleghi non si è laureato nella propria dimora: "Siccome la mia connessione non riusciva a reggere una chiamata con una condivisione della presentazione, in cui erano presenti anche dei video, ho chiesto al sindaco una stanza del comune. Lui ha accettato e mi ha messo a disposizione la stanza del consiglio comunale. Ovviamente a causa delle norme sanitarie non potevo portare amici o parenti, ho dovuto gestire tutta l'ansia da solo. Non sono però mancati gli incoraggiamenti da parte dei dipendenti comunali e di Giorgio Sagrini, che ringrazio. Grazie alla fibra del comune non ho avuto problemi e tutto è filato liscio".

L’appennino tosco-romagnolo è un territorio caratterizzato dalla presenza di testimonianze di religiosità e sacralità, come pilastrini, madonnine e croci isolate, portatrici di epigrafi, icone, fotografie e simboli sacri, che raccontano una realtà fatta relazioni, memorie e azioni rituali di grande valore.  L’area dell’Appennino faentino è costituito da una miriadi di piccoli insediamenti, come parrocchie, borghi e casali isolati, in cui sono numerose le testimonianze religiose: targhe di Madonne e di santi dalle varie iconografie sono abbondanti soprattutto in campagna, negli spazi di lavoro all’esterno delle abitazioni: proprio lì commemorano e tracciano memoria delle processioni o pellegrinaggi e ricordano particolari eventi miracolosi. I pilastrini distribuiti all’interno del territorio necessitano di cure, vi si possono piantare fiori e aiuole, vi si appongono immagini, santini ed offerte; in cambio questi fungono da spazio di comunicazione e da ponte sacro con il divino. Una volta eretto il pilastrino, questo entra a far parte di uno spazio pubblico e moltiplica il suo valore ed i suoi significati. Nonostante i molteplici cambiamenti sociali, questi piccoli spazi sacri sembrano ancora essere di importanza vitale: ad esempio, durante il mese di maggio vi è ancora l’usanza di recitare il rosario e le litanie davanti ad essi, adorni per l’occasione di piccoli mazzi di fiori o di lumini. Il 14 ottobre a Casola Valsenio è stata benedetta la madonnina del nuovo pilastrino che si trova di fronte al cimitero. <<L’ispirazione me l’ha data l’edera – afferma il casolano Ignazio Leone – perché la pianta aveva la forma di una cappella e mi è venuta l’idea di metterci all’interno la madonnina.>> Dopo aver raccolto il terreno e i sassi e aver iniziato il lavoro, l’idea di Ignazio ha preso man mano sempre più forma; dapprima sono stati costruiti il pilastro e la cupola e da lì sono state fatte le travi di sostenimento. << Ho comprato la statua della madonnina quest’estate in un viaggio a Pompei, ho iniziato a lavorarci  il 21 agosto qualche ora il sabato e la domenica e in un mese l’opera era pronta. – spiega Ignazio – D’accordo con Don Euterio, ho deciso di chiamare la madonnina “La Madonna del Leone”.>>

Ho l’impressione che di quarantena sentiremo parlare a lungo, che sia l’argomento caldo non solo di questa ingrata primavera, colma di un sole che ci è negato, ma anche della prossima estate. Probabilmente, se vorremmo andare al mare lo dovremmo immaginare.

Già perché non importa quante restrizioni andranno ad allentarsi d’ora in avanti: il nostro stato di salute – la salute civile di ciascun popolo in questo periodo storico – è quello di chi ha preso un’influenza esagerata e non può muoversi dal letto (è pur vero che di virus stiamo parlando). E per quanto si senta volenteroso di uscire e di spaccare il mondo, il paziente deve essere tenuto in osservazione ancora per qualche giorno (ciò che per noi equivale a parecchi mesi di riposo). Questa è l’attuale condizione di un Paese insofferente e malconcio – il nostro – nell’attesa di essere dimesso dal proprio lettino d’ospedale al più presto. Forse un po’ troppo fiducioso: non è ancora il momento di cedere all’irrequietezza della libertà.
In situazioni di pericolo, la vita organica mette in atto un meccanismo di difesa chiamato “sistema immunitario”. Tornando alla metafora del paziente d’ospedale, piuttosto attuale, il nostro paese non è poi così diverso dall’organismo umano. Si potrebbe infatti immaginare (senza banalizzare) che il personale sanitario equivalga ai nostri agguerriti leucociti, i quali, nelle loro divise bianche, sono specializzati a seconda della loro funzione difensiva; che le persone “coagulate” in casa siano come le piastrine, che prevengono il contatto con agenti patogeni esterni (anche se il Covid-19 si manifesta con i sintomi del raffreddore), mentre il resto delle persone che continuano a lavorare corrisponda all’insieme delle risorse necessarie per sostenere l’integrità del corpo.
Nel nostro stato di convalescenza, che ci separa ma ci accomuna, che ci assimila e al contempo ci allontana, siamo costretti a fare i conti con noi stessi, per la prima volta dopo molto tempo.

Ci sono momenti rari della storia in cui una comunità d’un tratto si percepisce interamente come singolo. E alla base di un tale fenomeno agiscono sempre e principalmente i sentimenti umani. Infatti, se l’unità di un paese si può ottenere dalla coercizione o dalla coesione sociale, tuttavia è solo dal XX secolo che abbiamo finalmente capito una regola fondamentale: veicolare i sentimenti delle persone attorno ad un progetto politico oppure ad un capo carismatico è molto più redditizio che reprimerli nel sangue. Nel caso dell’Italia, questo tipo di coinvolgimento è sicuramente avvenuto per l’Unificazione del 1861 (voluta dagli intellettuali e dai signori), in seguito per l’iniziativa bellica del 15-18 (per la quale una minoranza “chiassosa” ribaltò la volontà del Paese), quindi nei confronti dell’ideologia fascista e del suo capo supremo, infine azzarderei dire che gli anni del miracolo economico (50-60), della FIAT 600 e della Vespa, del cinematografo di Fellini, della Rai e di Mike Bongiorno, abbiano contribuito a plasmare l’immagine dell’Italia nella mente dei suoi cittadini, esportandola nel mondo.
Certo, tendiamo a sperimentare la nostra cittadinanza giorno dopo giorno, ogni volta che andiamo al lavoro, quando paghiamo le tasse, mentre ci rechiamo alle urne. Ma quand’è che ci siamo più sentiti veramente una cosa sola?
Questo, però, non vuole essere un argomento a favore di una qualsiasi forma di nazionalismo, ancora dilagante nei circuiti partitici o nei chiassosi salotti di Rete 4, quelli condotti da opinionisti che si divertono a fare i saltimbanchi in prima serata. Anzi, il vero grave problema è proprio quello di aver finora politicizzato il Covid-19, ossia di averlo reso una questione di confine. Eppure il virus non pone limiti territoriali, li valica; non porta una bandiera sulle spalle, ma ne sgualcisce i colori e ne calpesta le geometrie.

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Oggi, 12 aprile 2020: Pasqua  

La Pasqua ai tempi dell’epidemia

Ho aperto l’uovo di Pasqua , ma non vi ho trovato ciò che desideravo…!

Se potessi trovare nell’uovo di Pasqua…!!!

Voi, quale desiderio avreste voluto fosse esaudito?

Io un lasciapassare! Un Pass…!

Sì...un piccolo desiderio: un lasciapassare, “un pass per fare il giro della Breta”.

Risibile desiderio, insignificante e così piccolo.

Mi trattengo dall’uscire. Non voglio contagiare nessuno, non mi sogno di accorciare le distanze, il metro è sacro. Ma mi dispiace non poter camminare, non poter vedere le strade percorse, i negozi frequentati, le piazze attraversate, gli occhi devono poter incontrare  altri sguardi… e  mi dispiace non poter camminare nel classico percorso di noi Casolani, amanti dei passi del giro della Breta.

“Ma come, non potete voi casolani percorrere i circa 4 chilometri che costituiscono la lunghezza di questa passeggiata?”

Ebbene no, in tempi di CoronaVirus, anche questo è un desiderio impossibile, come tanti altri ( e ben più seri, sia ben chiaro, lo so).

Noi  40 casalinghe, 50 giovani, 20 badanti, 30 pensionati, 20 ragazzini, 25 convalescenti stiamo aspettando il Pass!

Questo giro della Breta è così legato alla quotidianità di molti Casolani che, in tanti, in fila presso i negozi, in attesa di entrare si lamentano: “Almeno si potesse fare il giro della Breta!Questa quarantena sarebbe più sopportabile!”

Sì, capisco che non ci si può allontanare oltre i 100 metri da casa, ma il giro della Breta è terapeutico!

 
Va a Tommaso LODI il primo premio del concorso SCACCIANOIA promosso da LoSpekkietto. A Questo link trovate il fumetto in edizione integrale.
Buona Lettura e complimenti a Tommaso per l'ottimo lavoro!
 
La Redazione de LoSpekkietto

E’ nella natura delle vita che i figli sopravvivano ai genitori e che quindi arrivi il triste giorno in cui tenendogli la mano gli si stia vicino nell’ora del trapasso. Certo…più tardi possibile e magari dopo aver vissuto al loro fianco e averli visti invecchiare serenamente.

Non è invece nell’ordine delle cose dover salutare i propri cari adesso ..al tempo del lockdown da coronavirus. Ed è quello che è successo a me e alla mia famiglia…come a tante altre migliaia di famiglie, che per coronavirus o no (come nel caso di mio padre), hanno visto morire i loro cari. O meglio non li hanno proprio visti e han vissuto questo dolore in una modalità nuova e lontana dalle nostre consuetudini.

Mio padre infermo da anni “ ha fatto un crollo” ,come si usa dire, nei primi due mesi dell’anno e a fine febbraio la sua condizione fisica era notevolmente compromessa da un quadro definito dalle sue molteplici patologie (diremmo noi…un sacco di acciacchi più o meno gravi). Dopo aver perso la capacità di reggersi sulle gambe e di trascinarsi dal letto alla sedia, lo abbiamo visto incapace di reagire, allettato e sofferente senza sintomi particolari. Lo abbiamo assistito fino a quando non ci è stato più possibile, anche considerando la sua notevole stazza. Dolorosamente abbiamo deciso il ricovero presso una struttura protetta, che comunque lo ha ospitato per sole tre ore in quanto lo stesso giorno in cui è entrato, una febbre alta ha condotto il personale della struttura a decidere di portarlo al pronto soccorso.

E da lì è iniziato il doloroso percorso che dopo venti giorni lo ha portato al decesso. E’ stato surreale quando pochi giorni dopo il ricovero mi son presentata al reparto e mi han detto che non sarei più potuta entrare e che non lo avrei più potuto vedere per motivi di sicurezza sanitaria. Mi son trovata a implorare un’infermiera di concedermi un minuto per poterlo salutare e tranquillizzare , perché lui, ancora cosciente anche se confuso, sapeva che sarei andata ad aiutarlo per il pranzo, e io non volevo pensasse di essere stato abbandonato . Quella santa donna, che mi ha detto di chiamarsi Aurora e che ringrazio ancora, mi ha concesso un minuto per salutarlo ,durante il quale ho tentato di spiegargli il perché non mi avrebbe più vista e gli ho promesso che appena possibile ci saremmo rivisti. In cuor mio sapevo che quella promessa avrei anche potuto non mantenerla a breve termine….

Poi ho fatto il viaggio più triste che potessi immaginare verso casa….da sola a quarantena già iniziata (era in 16 marzo) sapendo che avrei portato a mia madre a mio fratello questa notizia pesante anche solo da pensare.

E’ ormai risaputo che la plastica è dannosa per la salute e per l’ambiente. «Questo materiale modifica la chimica degli oceani e distrugge l’ecosistema», afferma Francesca Santoro, membro della Commissione oceanografica intergovernamentale dell’Unesco e presidente del Comitato scientifico di One Ocean Forum, l’evento dedicato alla salvaguardia degli ambienti marini. «Il problema non è solo ambientale: riguarda anche la nostra saluteGli oceani ricoprono il 70% della superficie terrestre e, insieme alle foreste, sono il nostro secondo polmone perché producono il 50% dell’ossigeno che respiriamo. Per questo vanno rispettati e salvaguardati».

Grazie ad un’evoluzione dei materiali e degli stili di vita si può uscire dal pratica ormai comune di consumo eccessivo di plastica, sotto il segno di una nuova Sostenibilità che si declina anche con gesti semplici e quotidiani. Il Consiglio di Stato dell’Unione Europea ha approvato la legge che era stata proposta dal Parlamento europeo per vietare, a partire dal 2021, la vendita di alcuni prodotti di plastica usa e getta, come posate, piatti da pic nic, cannucce monouso, cotton fioc e bastoncini di plastica per palloncini. La direttiva UE sulla plastica monouso stabilisce, inoltre, un obiettivo di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica entro il 2019, attraverso l’introduzione di sistemi di cauzione-deposito, simili a quelli già previsti per il vetro.

Il Servizio Civile venne introdotto nell'ordinamento italiano con la legge n. 77 del 15 dicembre 1972, configurandosi inizialmente come alternativa al Servizio Militare per coloro che si fossero dichiarati obiettori di coscienza. Con la sospensione della leva obbligatoria, è stato istituito (con la legge n. 64 del 6 marzo 2001) il Servizio Civile Nazionale, che estende la possibilità di partecipazione ai giovani di entrambi i sessi ed esclusivamente tramite adesione volontaria. I suoi principi fondanti sono partecipazione, inclusione e utilità sociale dei servizi resi. Pertanto, le aree di intervento sono riconducibili ai settori di ambiente, assistenza, educazione, promozione culturale e protezione civile. Il Servizio Civile si rivolge a ragazzi e ragazze di età compresa tra i 18 e i 28 anni e permette loro di fare un'esperienza formativa di crescita civica e di partecipazione sociale, sia in Italia che all'estero. Un'altra finalità perseguita dal Servizio Civile è quella di potenziare l’occupazione giovanile, inserendo i giovani in diversi ambiti lavorativi e favorendo l’acquisizione di competenze trasversali che potranno facilitare poi l’ingresso nel mondo del lavoro.

Da qualche anno il bando di Servizio Civile coinvolge anche alcune attività presenti nel territorio casolano. Ho deciso quindi di intervistare le tre ragazze che, nel periodo compreso tra dicembre 2018 e dicembre 2019, hanno svolto il loro Servizio Civile a Casola, presso la Biblioteca Comunale e presso lo spazio compiti “Circus”. Sto parlando di Martina Nastasi, Anna Tagliaferri e Veronica Leuenberger.

 

Ciao ragazze! Innanzitutto grazie per aver accettato di rispondere a queste domande. Con Martina e Anna non servono presentazioni… Veronica, noi ci conosciamo personalmente, ma diciamo qualcosa in più su di te per chi ancora non ti conoscesse. Tu non sei nata e cresciuta a Casola… da dove vieni e cosa ti ha portata a trasferirti qua?

ANNA e MARTINA: Ciao Benny! Grazie a te per aver prestato attenzione a questo progetto!

VERONICA: Ciao! Io sono di Copparo, un paesino in provincia di Ferrara. Ho deciso di trasferirmi in montagna (non abito esattamente a Casola, ma a Monte Romano) perché la pianura non mi è mai piaciuta, preferisco vivere più isolata.

 

Avete appena terminato un anno di Servizio Civile. Cosa vi ha spinto a fare questa scelta?

ANNA: Ho deciso di intraprendere questa esperienza poiché in quel momento ero rimasta senza lavoro e allora per non stare a casa a “non far nulla”, ho provato a iscrivermi al bando. Ne avevo già sentito parlare, ma non avevo mai approfondito la cosa fino a che non mi è stato spiegato bene nel dettaglio. Una volta capito il tipo di progetto, mi sono convinta ancora di più della scelta che stavo facendo.

MARTINA: La scelta di partecipare al bando per il Servizio Civile in Biblioteca è nata dal mio interesse per la lettura e perché volevo crescere sia a livello professionale che personale.

VERONICA: Ho scelto di fare il Servizio Civile perché molti miei amici me ne avevano parlato con entusiasmo. Allora ho cercato se in zona c'era qualche posto interessante, e il paese più vicino a casa mia dove si poteva fare il SCV era proprio Casola. Dato che ero interessata a fare un esperienza lavorativa con bambini e ragazzi, ciò che ho trovato faceva proprio al caso mio!

 

Che tipo di esperienza avete svolto? Di cosa vi siete occupate nel corso della vostra esperienza lavorativa?

ANNA: Io ho svolto il mio Servizio Civile nella Biblioteca “G. Pittano” di Casola. Diciamo che mi sono occupata di molte cose, piano piano ho imparato a fare tutto ciò che riguarda la catalogazione di un libro e il prestito esterno all’utente. Ma abbiamo fatto anche delle letture con i bambini dell’asilo e delle elementari e avendo già fatto un’esperienza come animatrice turistica, mi è piaciuta davvero molto questa parte del mio servizio! Devo dire che non mi aspettavo che la Biblioteca avesse così tanto movimento, è stata una piacevole sorpresa!

MARTINA: Ho svolto Servizio Civile nella Biblioteca di Casola Valsenio, mi sono sentita una bibliotecaria a tutti gli effetti e l’esperienza che ho vissuto mi è piaciuta veramente tanto.

VERONICA: Principalmente ho lavorato al Circus, il doposcuola per i ragazzi delle medie, quindi mi sono occupata di aiutarli nello svolgimento dei compiti e della realizzazione di molti laboratori creativi. Inoltre ho seguito il Consiglio Comunale dei Ragazzi, organizzando le loro riunioni e attività. Mi sono occupata anche di organizzare e seguire le proposte di volontariato estivo "Lavori in Unione". Saltuariamente ho collaborato con la scuola primaria, creando coi bimbi uno spettacolino di teatro delle ombre e riorganizzando la biblioteca della scuola.

 

Martina, Anna, amate leggere? Se sì, questa passione vi ha spinte a scegliere il Servizio Civile in biblioteca? Dopo il Servizio Civile vi siete avvicinate ulteriormente al mondo della letteratura?

Da qualche mese a questa parte, sono state predisposte in ogni zona del paese delle aree dotate di campane per la raccolta differenziata, nelle quali i cittadini possono comodamente portare i propri rifiuti. Hanno fatto la loro comparsa la campana dell’umido e quella degli sfalci, accanto a quelle più “tradizionali” della plastica e del vetro. La carta continua invece ad essere raccolta a domicilio una volta al mese. Ogni campana è contrassegnata da un apposito cartello che riporta scritta e disegno dei rifiuti che deve contenere… A prova di dubbi e incomprensioni! Ma ciò evidentemente non basta. Ci si trova spesso di fronte a situazioni nelle quali i vari rifiuti vengono mescolati tra loro, posizionati a terra di fianco ai cassonetti o gettati a terra. In un’epoca contrassegnata da una dipendenza sempre maggiore da smartphone e internet, non ci sono più scuse. Esiste un’app bellissima, “Il rifiutologo”, che toglie ogni dubbio sul destino di riciclaggio di ogni rifiuto che produciamo. Fare la raccolta differenziata (e farla bene!) è necessario per la salvaguardia del nostro pianeta. Nella speranza di sensibilizzare ulteriormente la cittadinanza su un tema tanto importante, ho deciso di intervistare Fulvio Vanetti, membro del Consiglio Comunale molto attivo su questo fronte e impegnato nella riorganizzazione della raccolta differenziata.

 

Domanda banale, ma per molti non così scontata… perché è importante fare la raccolta differenziata?

Differenziare i rifiuti è importante per due principali motivi. Il primo è perché differenziando i rifiuti, si produce meno spazzatura che finisce nelle discariche, con tutti i problemi ambientali che ne conseguono. Il secondo è perché molti dei materiali che possiamo riciclare, vengono prodotti utilizzando petrolio, metalli pregiati e altre materie prime, operazione che comporta un dispendio notevole di energia, ma soprattutto, che sottrae risorse al pianeta. Riciclando, si rimettono appunto in circolo tutti i materiali primari, evitando di "saccheggiare" di nuovo la nostra Terra, che non ha risorse infinite.

 

Quali sono al momento le modalità di raccolta dei rifiuti? Cambieranno nel prossimo futuro e, se sì, come?

Attualmente, nel nostro Comune, come amministrazione comunale, abbiamo deciso di iniziare un primo ciclo di raccolta differenziata, distribuendo sul territorio alcune IEB (Isola Ecologica di Base), presso le quali i cittadini possono conferire i materiali, anche sfusi, purchè diffrenziati tra loro. Le IEB non sono tutte uguali. In quelle posizionate nel centro urbano, ad esempio, sono presenti i cassonetti per la raccolta della frazione umida e per gli sfalci d'erba e ramaglie, mentre in periferia, considerato che la maggior parte delle abitazioni si trova in aperta campagna, con possibilità quindi di utilizzare propri sistemi di compostaggio, si è deciso di non posizionare questo tipo di contenitori. Quindi, per il momento, anziché passare ad un sistema di raccolta porta a porta, cosiddetto "spinto", si è preferito lasciare al cittadino la possibilità di conferire i propri rifiuti senza un calendario di raccolta prestabilito. In un prossimo futuro, in accordo con Hera, si pensa di passare ad un sistema di raccolta porta a porta per l'indifferenziato e di eliminare il porta a porta attuale per la carta. Ma aspettiamo prima di vedere i risultati di questa prima fase, prima di introdurre altri cambiamenti.

 

Quali sono attualmente i dati sulla raccolta differenziata a Casola?

 

In occasione della riapertura della stagione cinematografica del Cinema Senio, prevista per ottobre/novembre 2019, ho deciso di intervistare Luigi Barzaglia, colonna portante dell’Associazione Culturale CineSenio.

Luigi, da quanti anni sei coinvolto nel Cinema Senio e come ti sei avvicinato al cinema?

Trent’anni! Quando ho iniziato eravamo in molti: mi ricordo di Rodolfo Gentilini, Enrico Magigrana, Enrico Naldi, Domenico Contoli, Armando Suzzi, Roberta Mattioli, Araldo Giorgi (il proiezionista) e tanti altri! Ho deciso di avvicinarmi al cinema non perché nutrissi una passione particolare per i film, ma perché mi affascinavano gli aspetti tecnici della proiezione: la cinepresa, le pellicole... Allora a Casola funzionavano non uno bensì due cinema(!), ovvero l’attuale Cinema Senio ed il Cinema “del prete”: si facevano addirittura due proiezioni diverse in contemporanea, anche tra settimana. In quegli anni andavano soprattutto i film western.

Com’è cambiato il cinema nel tempo?

È cambiato tantissimo! Quando ho iniziato l’affluenza era molto più alta rispetto ad oggi. Riuscivamo a riempire sia la sala di sotto che quella di sopra! Il cambiamento più grande però è sicuramente quello inerente al modo di fare il cinema: con la pellicola era molto più semplice! Ora il procedimento è stato complicato dalle nuove tecnologie, ogni film deve essere scaricato e vanno sincronizzati video e audio… C’è bisogno di qualcuno con competenze informatiche!

Qual è la tipologia di pubblico che frequenta il Cinema Senio?

Prevalentemente il nostro pubblico è composto da bambini. I ragazzini dai 13 anni in su smettono di venire al Cinema Senio, preferendo la multisala… è normale che si spostino a Faenza vista l’età, ma è un peccato perdere quella fascia di pubblico. A parte i genitori che accompagnano i figli, purtroppo anche gli adulti sono pochi. Abbiamo fatto il pieno con “A star is born”, il film di Lady Gaga, ma solitamente anche i grandi preferiscono vedere i film nelle multisale subito dopo la loro uscita. Da noi arrivano con uno scarto di qualche settimana, e ormai tutti li hanno già visti altrove.

Negli ultimi anni avete promosso “Pizza e cinema” e reso disponibile la sala per i compleanni. Pensi che queste due iniziative abbiano incrementato l’affluenza?

Sicuramente sono un incentivo per frequentare maggiormente il cinema: bambini e ragazzi possono passare una serata tra amici in pizzeria e poi venire al cinema, usufruendo del biglietto ridotto, oppure festeggiare il compleanno guardando con gli amici un bel cartone animato. Continueremo a proporre queste cose per cercare di avvicinare ancora di più i bambini e le loro famiglie.  

Quali sono le difficoltà nel portare avanti un piccolo cinema di paese nell’epoca delle multisale?

Fino al 2006 non abbiamo avuto questo problema. Poi, con la nascita e la diffusione delle multisale, ci siamo resi conto di quanto fosse difficile portare avanti un cinema di paese… soprattutto di un paese di collina! Ormai siamo rimasti gli ultimi. Le spese da sostenere sono tante e spesso fatichiamo a coprirle tutte: spesa per il noleggio del film, per il corriere, per le locandine, per la SIAE, per il riscaldamento… dobbiamo ringraziare il Comune perché si fa carico delle utenze, ma le spese residue rimangono comunque tante.

Quanta importanza hanno i volontari nel portare avanti l’attività del cinema?

I volontari sono tutto! Al momento sono impegnate una decina di persone, tutte volontarie, ma le cose da fare sono tante e ci vorrebbe una squadra ancora più numerosa! Ci vuole qualcuno che prenoti i film, qualcuno esperto in nuove tecnologie che si occupi di scaricarli, qualcuno esperto in burocrazia per fatture e permessi, qualcuno disponibile ad accendere il riscaldamento ogni pomeriggio prima della proiezione, qualcuno che ritiri i film agli orari prestabiliti dal corriere, qualcuno che si occupi della biglietteria… da fuori potrebbe sembrare un lavoro semplice, ma non lo è affatto!

Non solo cinema… Ma anche concerti, spettacoli e proiezioni fotografiche.

Quando ho iniziato, al Cinema Senio si organizzavano delle feste grandissime, soprattutto di Carnevale! Si ballava e ci si divertiva… E per noi era un’ulteriore fonte di guadagno che ci consentiva di portare avanti il Cinema. Oggi tutte le iniziative sono organizzate dal Comune o dalle altre Associazioni - noi purtroppo non abbiamo le risorse per dedicarci anche ad altro oltre alle proiezioni cinematografiche.

Un ringraziamento speciale a Luigi per questa intervista ma soprattutto per l’impegno profuso nel corso di tutti questi anni nell’Associazione CineSenio! È grazie a lui se ancora oggi possiamo vantare una sala cinematografica a Casola nonostante le difficoltà. Tutti coloro che volessero dare un contributo possono offrire un po’ del loro tempo per dare una mano ai volontari: il cinema a Casola è una grande risorsa che non può andare persa!

Grazie anche al Circolo Fotografico Casolano per aver fornito queste spettacolari testimonianze fotografiche (appartenenti alla serie di fotostoria casolana di Sbarzaglia Gianpaolo), che raffigurano come il cinema sia veramente cambiato negli anni, mantenendo però intatta la magia delle luci che si spengono e dello spettacolo che ha inizio sul grande schermo.

Benedetta Landi

Venerdì 13 Aprile 2018 - E’ ENRICO FINOIA, IL GRAFICO MIGLIORE
Enrico Finoia, casolano, allievo dell’Istituto A. Oriani di Faenza : indirizzo Grafico classe 3° A-Graf ha vinto il concorso di idee promosso dallo Studio Legale Quadruccio - che opera a Bologna e a L’Aquila - per la realizzazione di un marchio identificativo dello Studio.
Lo Studio ha promosso il concorso interno alla classe 3° A-Graf con la collaborazione della professoressa Trivisone.
Tre sono state le creazioni promosse fra le quali, prima arrivata, è stato proprio il marchio ideato e realizzato dal nostro giovane concittadino Enrico Finoia che è stato premiato con un riconoscimento del valore di 150 euro.
Lo studio legale ha ritenuto che Finoia abbia risposto pienamente proprie richieste che puntavano ad un marchio di tono serio e professionale e sobrio. Finoia ha specificato che con la sua creazione è riuscito a progettare un marchio semplice ma dal tratto deciso. Un monogramma che deve comunicare il senso della decisione , infatti un avvocato deve essere deciso , coinvolgente, semplice e dinamico per muoversi con efficacia nel campo giuridico ed amministrativo , area di competenza dello Studio Quadruccio. Il logo, per chi fosse interessato, è visibile nel sito dello studio.
Ora a Finoia, sempre attraverso le iniziative della sua scuola, spettano altri impegni, infatti l’Azienda Agricola Casadio di Brisighella ha promosso un concorso per la progettazione dell’etichetta della prima bottiglia del vino “Abisso” della tenuta.