Parole allo specchio

Mia madre non so come si accorse che io e mia sorella avevamo i piedi piatti.

Un mattino di febbraio ci svegliò prima del solito e camminammo di fretta fino alla corriera. Noi con i cappottini che ci avevano passato i nostri cugini più grandi, la cuffia in testa, le gambe nude. Lei, annodato sotto il mento, per ripararsi dall'aria e come unica sommessa eleganza, un velo in testa.

Appena rinnovati quei paltò, mia sorella esclamò:

-È sporco!- indicando la manica del mio.

La mamma si chinò e provando a togliere la macchia con le unghie, fece occhiolino a Giovanna e disse:

-Nessuno se ne accorgerà.

Prima di allora non avevo mai visto l'alba sorgere dietro le creste delle colline, né mai visto così da vicino, grande come una balena, la corriera azzurra inghiottire alla svelta operai e studenti rauchi e imbacuccati.

Saliti anche noi, ci accomodammo proprio dietro l'autista. Io vicino al finestrino e Giovanna in grembo a mia madre. Tutto vibrava a causa del motore acceso. L'uomo afferrò con la sinistra il volante color avorio, grande come la ruota di un carro, e con la destra mosse una leva piccola. Quindi impugnò il pomello del cambio, spingendolo avanti per inserire la marcia.

Quando la corriera si mosse, sentii lo stomaco mancarmi, ma fu solo un attimo. Quindi una sensazione di leggerezza mi pervase mentre l'autista cambiava in breve sequenza e girava il volante come fosse il timone di una nave. Con gli occhi persi nel paesaggio che mutava intanto che si faceva giorno, i contorni neri divenivano le cose che erano: case, alberi e campi; e dietro ai fanali gialli, in senso contrario sulla strada, ora si riconoscevano i modelli delle automobili. Una Fiat 850. Una 500. Un'Alfa Romeo. E molte altre che non riconobbi.

Arrivati a Faenza mia madre ci afferrò ben strette le mani e attraversammo la strada. Percorrendo marciapiedi e vie, mi sentivo sempre più oppresso: la città mi appariva di un grigio doloroso e monotono; peggio della scuola, e pensai dentro di me che mai e poi mai avrei voluto abitarci.

Il campanello squillò forte dall'interno del palazzo, sebbene mia madre lo avesse premuto solo per un attimo.

Illuminate da un lampadario che scendeva proprio al centro dello spazio sopra di noi, le pareti della sala d'attesa erano altissime. Prima di essere visitati dall'ortopedico, né io né mia sorella avemmo il coraggio di interrompere il tempo dell'attesa con un movimento brusco del collo, il salto di uno sguardo o una parola. Le finestre troppo alte per guardare fuori, l'unico scorcio erano i muri degli altri palazzi. Entrammo assieme tutti e tre. Il dottore, di spalle, era di una statura minacciosa. Si girò. Aveva capelli e baffi scuri, le mani enormi e pelose, e mentre mia sorellina smetteva un improvviso pianto, io sospettavo di lui come di tutti gli adulti, esclusi i miei genitori. Ci misurò d'altezza. Ci fece camminare e stendere le braccia davanti e di lato. In canottiera e mutande, non mi piaceva davanti a mia sorella e mia madre, ci pesò. Ci prese il calco dei piedi in una cassetta di liquido bianco che dopo pochi secondi si indurì conservandone l'impronta perfetta. E questo, lo ammetto, mi lasciò del tutto sorpreso.

Circa un mese dopo si ripeté la scena, e nonostante l'orario della sveglia fosse lo stesso, era già giorno fatto. Ci affrettammo a uscire di casa, ma non trovammo posto dietro l'autista. Delusi, ci sedemmo quasi in fondo alla corriera.

Il tempo nella sala d'attesa dell'ortopedico questa volta volò e perfino il medico non appariva più ai nostri occhi come un gigante minaccioso.

Le nostre scarpe speciali erano pronte e fin dalla prima occhiata si mostravano per quello che erano: tristissimi inutili congegni per torturare i bambini.

Aiutati da una infermiera comparsa dal nulla, tutta vestita di bianco, prima mia sorellina poi io, indossammo quelle scarpe nere. Alte fin sopra le caviglie, una fila di stecche di plastica rigida sosteneva il malleolo, e dentro, un plantare di sughero era la vera, nascosta, crudeltà. Ma io non riuscivo a staccare lo sguardo dagli occhi incantevoli di quell'infermiera profumata che quando sorrideva, e sorrideva sempre, mostrava i denti più belli che una bocca avesse mai avuto.

Mia madre pagò un sacco di soldi: quante banconote estrasse dal borsellino, e ringraziò mille volte con umiltà sincera, riponendo i nostri sandaletti nella borsa vuota.

Neppure mia sorella aveva fatto una faccia entusiasta per le scarpe che mia madre, uscendo da lì, andava elogiando. Giovanna rimaneva immobile, guardandosi i piedi.

Usciti in strada, camminavamo infastiditi e quando mia sorella fece per piangere e quasi avrei voluto piangere anch'io, ci guardammo di sottecchi e ci venne da ridere. Adesso sì, camminavamo apposta come palombari accompagnando i nostri passi con la musica di Stanlio e Ollio. Anche mia madre sorrise e accarezzandomi la nuca con uno scappellotto disse:

-Siete due stupidi!

Ma quel giorno la nostra avventura era appena iniziata.

Invece di tornare alla stazione delle corriere, senza che mia madre ci desse spiegazioni, ci dirigemmo verso la stazione dei treni. Finita la musichetta delle comiche, adesso si trattava di camminare nonostante le stecche e i plantari di quelle orribili scarpe.

-Belle non saranno, ma utili sì!- Fu l'ultima cosa che disse al riguardo mia madre.

Nell'atrio ricoperto di marmo della stazione le persone sembravano macchie scure. Mentre la mamma faceva i biglietti riconobbi il fischio di un treno che si avvicinava, quindi un sibilo sempre più forte, infine lo sferragliare delle ruote sui binari mi convinse, prima che io me ne potessi accorgere, a cercare la mano di mia madre. Davanti ai binari che sembravano infiniti, come una bestiola fuori dal bosco non mi allontanavo e ogni vergogna di aggrapparmi a lei era svanita.

Quando il treno si mosse, pensai che fossero le cose a muoversi e solo dopo un attimo, quando persi l'equilibrio, mi resi conto che eravamo noi a essere partiti.

Non avevamo trovato posto e io, appoggiato al corridoio, sbirciavo fuori. Alla prima fermata molta gente scese e così ci accomodammo anche noi sui sedili di legno. Adesso sì, potevo guardare bene dal finestrino la campagna correre via: fra filari di peri e di viti, l'erba bagnata luccicava nei prati, e fra i cipressi i tetti rossi delle case erano umidi e pieni di muschio. E confondendomi fra paesaggio, velocità e tempo, socchiudevo gli occhi allo sferragliare dei binari per riaprirli qualche secondo dopo. Avevo compiuto sette anni.

Arrivati a Marradi, la mamma disse:

-Bambini, questo è il paese dove sono nata io.

Era marzo. Un buon sole cominciava a scaldare i nostri visi mentre ci incamminavamo verso il centro.

Percorsi cinquecento metri, nel punto dove la strada si stringe fra le mura dei palazzi, mia madre si fermo proprio davanti a un portone verde. Nei minuti, dalla stazione a lì, era rimasta muta, e ora eravamo fermi in tre davanti a quella porta. Io volevo svincolarmi dalla sua mano che ancora stringava la mia, però, vedendola così strana, non ne ebbi il coraggio.

-E questa era casa mia...- disse.

Un attimo dopo, come risvegliatasi da un incanto, ci liberò e fece un passo indietro per osservare meglio le finestre in alto.

-È tutto chiuso, non ci abita più nessuno- aggiunse. -Quella gente andò via per le continue richieste di denaro, anche molti anni dopo la loro disgrazia...

Cinque metri più in là la strada passava su un ponticello di pietra che attraversava un giardino con delle rose e una pianta di pero, un ruscello con una cascatella. In fondo al cortiletto, incassata in un muro c'era una madonnina.

Mia madre disse:

-Vedete la madonnina? Io la conosco da sempre- e accennando alla finestra che si affacciava sul giardino, aggiunse: -E quella era la finestra di camera mia...

-Mamma cosa c'è scritto lì?- fece Giovanna indicando una lapide proprio sull'angolo del palazzo.

-C'è scritto che qui nacque un poeta, un grande sfortunato poeta...- rispose mia madre.

Rimanemmo a bocca aperta, perché, seppure non sapessimo bene cosa fosse un poeta, il tono che lei usò ci convinse fosse qualcosa di importante.

Mia sorella disse: -Mamma che cos'è un poeta?

Risposi io, che facevo la seconda elementare: -È l'uomo che scrive le poesie...

Mia madre chiosò: -Un grande poeta è un signore che soffre, oppure è innamorato e che scrive con poche parole speciali quello che sente, in modo che noi quando le leggiamo, ci commuoviamo con lui...

Giovanna e io rimanemmo zitti, toccati da qualcosa che intuivamo essere straordinario. La mamma proseguì: -Quando con i nonni venimmo ad abitare qui, a me toccò la sua camera...

Intanto ci eravamo mossi, proseguendo verso il centro di Marradi.

-E in un libro che era stato il suo, nello spazio bianco fra le pagine aveva scritto dei versi.- continuò mia madre -Per tanti anni ho provato a leggere quelle righe cancellate, senza riuscirvi. L'unico risultato è che adesso neppure l'ultima riga si legge più, ma io non le ho mai dimenticate:

 

...inesorabile consuma tutte le fiamme

…........................ …..........

…........................ ….... il tempo sotto le ostinate spine quando imbelle cogli la rosa bianca

Si fece mezzogiorno e noi bambini avevamo fame. Entrammo in un posto dove sull'insegna era scritto MESCITA VINO -Mamma- domandai:-cosa vuol dire mescita...
L'interno era poco illuminato, ma un odore di brodo ci accolse. Pochi tavoli apparecchiati con pane e vino e in fondo alcuni uomini che parlavano e fumavano appoggiati alla cornice di un camino spento.
Arrivò una vecchia che quando vide mia madre esclamò con un sorriso: -Martina!
-Eh sì, Dora, sono proprio io, e questi sono i miei figlioli:
Amilcare e Giovanna...
-Ma sono piccoli...
-Se Dio vuole, l'angelo si è deciso tardi con me e mio marito... Chissà fosse offeso per qualcosa...
-Quale angelo, mamma?- le chiesi, ma lei non rispose. Alta poco più di me, la vecchia odorava di farina e aglio. Arrotolò un sorriso alle gengive e ci accarezzò entrambi.
Finito di pranzare proseguimmo la nostra passeggiata attraversando il ponte sul Lamone. Sporgendomi dal parapetto vidi due ratti enormi aggirarsi vicino al grosso tubo di una fogna.
-Guarda mamma!- Gridai.
Arrivati in piazza, mia madre volle comprarci il gelato.
-Sentirete com'è buono, fatto col latte appena munto... Riattraversato il ponte, mentre Giovanna, finiva di sgranocchiare la cialda e si leccava il dorso della mano, la mamma disse:
-Da piccola, scendevamo proprio da qui.
Sul greto del fiume, io mi sentii come a casa e iniziai a saltare da un sasso all'altro presto seguito da mia sorella. Mia madre assorta, non si mosse e ci gridò soltanto: -Bambini, non infangate le scarpe nuove o son guai!
Per scherzo io e mia sorella cominciammo a tirarci addosso piccole pietre, io attento a non colpirla, ma lei, più piccolina, ben decisa a centrarmi. Io la schernivo perché, mentre io facevo schizzare le mie a pochi centimetri dai suoi piedi, lei non riusciva a scagliare i suoi sassi che a poca distanza.
Quando mia madre si accorse di questo nostro gioco, gridò:
-Smettete subito!
Pensando che stesse scherzando, tirai ancora per mostrarle la maestria con la quale miravo. Mia sorella inviperita, intanto raccoglieva con due mani una pietra enorme (per lei) per scagliarmela definitivamente addosso.
-Smettetela, ho detto!- gridò ancora mia madre stizzita.
Afferrata mia sorella per un braccio, continuò: -Siete impazziti?
Solo sul treno, sembrò ritrovare la calma e disse:
-Voi non lo sapete che quel poeta sciagurato, proprio qui sul fiume, tirandosi i sassi con gli amici proprio come voi, uccise un bambino. Lo colpì sulla tempia con una pietra e... E poi morì matto per il rimorso...
-Mamma io non voglio diventare un poeta...- Implorai a questo punto trattenendo a stento le lacrime.
Mia sorella, piccolina e femmina, lei sì, pianse.

 

di Claudio Menni

Un assolato giorno di luglio del lontano 1969

appoggiate a una ringhiera di montagna,una lunga fila....un po' sgangherata di Guide dai tratti ancora infantili ed acerbi, sorride all'occhio della macchina fotografica di Don Angelo.
Le ragazze indossano divise fatte in casa da mani amorevoli di mamme o nonne, dolci visi mai dimenticati.
Ai piedi scarponi di pelle, ma di buon comando,durissimi,comprati in stok a prezzi di saldo....numeri diversi... ma tutte lo stesso modello....
in testa un misero baschetto blù da operaio metalmeccanico.... surrogato del mitico cappellone scout troppo costoso per tasche sempre vuote....
Al collo un improbabile fazzolettone scozzese primo e ultimo esemplare ormai estinto della famiglia scout casolana.
Appoggiate a quella ringhiera ci sono cuori colmi di sogni e di speranze,di entusiasmi e di amori adolescenziali che vivono quel magico momento in cui è ancora breve il passato...e il futuro è una lunga strada ancora da percorrere insieme : amiche,complici,confidenti, quasi....sorelle …
Appoggiate a quella ringhiera in un assolato giorno di luglio, torneremo noi guide del reparto Stella Polare,noi che siamo sempre le stesse , anche con i visi segnati dalla vita,ed usciremo dai nascondigli del nostro cuore per trovarci ancora una volta insieme ….amiche...complici...sorelle...unite da quel filo invisibile che ha intrecciato
le nostre vite ...che si chiama scautismo.

PS: e quando saremo su quella ringhiera, Ida, ricordati di portarti le patatine.....!!!!

Tre anni fa, dopo ben 50 anni, noi Guide del Reparto AGI Stella Polare di Casola Valsenio, ci siamo ritrovate presso la chiese di Belvedere ospitate dal nostro storico assistente ecclesiastico Don Angelo Figna per quella che consideravamo una semplice rimpatriata.
E INVECE NO!
Il nostro gruppo, riscopertosi affatato più che mai,ha deciso di riprendere il cammino,
spinto proprio dalle parole del nostro Cappellano:
“la vostra amicizia è preziosa, non disperdetela, prendetevi cura le une delle altre e diffondete il bene che vi volete anche nelle persone che vi stanno accanto e nella vostra comunità “
E' ciò che stiamo cercando di fare e anche se il maledetto coronavirus ci ha fisicamente distanziate,siamo sempre e comunque connesse tramite la nostra cheat
“Stella Polare” ,pronte per ripartire insieme, spinte dal motto del fondatore dello scautismo B.Powel: “ESTOTE PARATI” (state Pronti)

Purtroppo lo scorso febbraio, dopo aver tanto lottato, una di noi ci ha lasciate, la nostra compagna e amica Teresa Nannini che ha condiviso fino all'ultimo la nostra chat (speriamo trovandone conforto) . A lei abbiamo dedicato un ricordo.

Cara Teresa,una delle ultime volte che ci siamo sentite mi hai detto...
“ Se non me la cavo...vi voglio tutte in chiesa.”
Ed eccoci qui, siamo tutte le tue amiche, sorelle, guide della Stella Polare con le quali hai condiviso nell'adolescenza tante avventure, tante esperienze, tanti campi scout nelle nostre amate dolomiti.
Don Angelo che ci ha guidate sui sentieri dello scautismo, è presente col pensiero e la preghiera e Don Euterio ti è stato vicino fino all'ultimo giorno.

Non tutte sono potute essere presenti, Morena ti ha lasciato questo messaggio:
“Le stelle quando cadono lasciano scie luminose. Se le vediamo è perchè guardiamo il cielo. Se guardiamo il cielo è perchè crediamo in qualcosa.
Ciao Teresa, io sabato non ci sarò... però ho visto la tua scia...”

Gianna era tua compagna nella squadriglia delle gazzelle e sotto il guidone insieme alle altre ragazzine urlavate...”La gazzella corre sempre più veloce “
Oggi Gianna scrive “Una Gazzella è stata troppo veloce..ma farà sempre parte del branco”

Teresa, sei stata sempre forte e combattiva,ora riposati fra le braccia del tuo Signore che è sempre Padre tenero e misericordioso....La strada è finita cara Teresa...sei arrivata alla meta e della Stella Polare sei la stella più luminosa.
Per tutto il gruppo NP

 

È una “tranquilla” mattina di aprile. 

Appena sveglia apro Whatsapp e ci trovo già una cinquantina di messaggi sulla chat “supporto digitale”.
«Cancellate subito Zoom! È pericoloso!»
Zoom è un esemplare della misteriosa fauna di piattaforme che imperano in quest’epoca di scuola didattica a distanza.
Già, perché all’epoca del Coronavirus non bisogna solo inventarsi di una nuova vita all’interno delle mura domestiche, ma applicare tutte quelle nuove metodologie digitali per cercare di mantenere una qualche parvenza di normalità nel mondo della scuola.
Dobbiamo stare chiusi in casa? Apriamo Google e di lì su può andare dove si vuole. Anche a casa dei propri scolari che sbadigliando si presentano in pigiama col baffo color cioccolato e lo zucchero a velo sul mento.
Gli studenti più grandi hanno gli appuntamenti con i loro prof e la giornata è scandita da orari, interrogazioni, lezioni e correzioni, tutto digitale. Si ritrovano tutti lì in quello schermo e dopo due mesi di “prigione” è un modo per non perdersi e restare insieme. Ci sono gli stessi volti, gli stessi prof e si cerca di dare un senso di speranza per non spezzare il filo che li lega, soprattutto per non lasciare nulla di intentato. Ma questa scuola è tutta un’altra cosa.
L’energia di condividere spazi comuni, il bisogno di confrontarsi, il modo di interagire, l’energia che fluisce dai rapporti umani, sono la vere mancanze. Ci si barcamena, ci si sorride attraverso la piattezza di quello schermo che per fortuna ci tiene uniti, in qualche modo.
Di sicuro le nuove generazioni sono quasi sempre attrezzate a livello tecnologico e riescono a districarsi nella giungla di internet. Invece io, che ormai sono un dinosauro, spesso mi sento inadeguata e mi muovo a tentoni nel mondo della scuola digitale.
Clicca lì, scarica il link, crea un Padlet… attenta agli hacker (ma loro, scusate, fanno lo smart working?).
«Allora Paola, adesso entra in Google.»
«Fatto.»
«Ora scrivi WWW…»
«Dove? Ah sì… ecco, e adesso?»
«Adesso guarda sulla destra, c’è una freccina, la vedi? Spingi sulla freccia.»
«Aspetta che non la vedo… eccola!»
Margherita, la mia collega “digitale” (che fu mia scolara nell’epoca del Cenozoico), mi segue in videochiamata con infinita pazienza e mi guida, passo passo, nel sentiero virtuale per accerede, click dopo click, alle app, ai siti, ai Padlet, a Meet ecc ecc.
Intanto io mi segno i nomi, scrivo le sequenze, annoto le password (maledette) che sono infinite e devono essere cambiate molto spesso.
Ora potete immaginare la fatica di muoversi in questo labirinto pieno di trappole. Sì, perché se anche sei seduto comodamente in casa tua, col pc davanti, credi che non ti possa succedere niente di male… e invece a me basta un battito di ciglia che lo schermo cambia pagina o i caratteri diventano cubitali… aiuto!
«Lorenzooo!»
È sempre reperibile mio figlio (anche perché è bloccato in casa pure lui), è il mio tecnico pronto ad intervenire quelle volte (sempre) in cui mi trovo bloccata davanti al computer.

Con stanza all'angolo, dietro la luna. Lontano da quella sfera, su cui viviamo sotto falso nome.

Partirono in 20, sotto le ali protettive della Dea Transit, quella dell'Air. Attraversarono l'Atlantico evitando burrasche, tempeste, creature mostruose... Superarono l'ostacolo della mancanza delle cuffiette, e dello schermo tv... Cioè, dello schermo tv... ibernandosi per grossa parte del viaggio. Sbarcarono dopo ore, su territorio Canadese, alcuni con molta fatica. Lo stato di ibernazione raggiunto durante il volo, per alcuni aveva raggiunto livelli quasi irreversibili. A terra, una gran foglia di acero, rossa, ospitale, egualitaria, empatica.

Base a Mississauga. Una città sobborgo. Strade dritte, lunghissime. Che attraversano un gruppo di grattacieli altissimi, con tantissime finestre. Parcheggi enormi, un mega centro commerciale con tanti centri commerciali. Un orizzonte aperto, senza colline attorno. Un cielo che sembra più grande, del nostro. Una gran spianata dove sei piccolo piccolo. Due grattacieli simbolo, uno vicino all'altro, fatti a specchio, che riflettono la luce fuori. Sono chiamati le gambe di Marylin... pensando alla Monroe, con molta fantasia. Un giardino giapponese che pare buttato lì. Con scoiattoli liberi, pesci bianchi e arancioni, e tartarughe marine. Un gong, qualche simbolo giapponese. Chissà, forse un maldestro tentativo di salvare la fantasia, distruggendo certezze fatte di cemento armato.

E Toronto, che pare una città in grado di far scomparire quello che ci definisce. La visuale più bella, è quella che si vede dal lago. Da quella barchetta che s'allontana dalla riva, pare proprio disegnata; grigio acceso, il suo colore. Un insieme di grattacieli e palazzi moderni, freddi, distaccati. Pazzesca, l'arte di alcuni piccoli luoghi, capaci di creare un'intimità impensabile. Una birretta, un hamburger, uno sgabello, uno sguardo che s'incrocia... e quel qualcosa di misterioso che ci permette di conoscere, nei posti più impensabili, anche un po' di noi stessi.

Al di là del mare le terre bruciano

bruciano le case, i campi, i raccolti, le provviste.

Al di là del mare qualcuno piange, ma noi non lo sentiamo

Noi non lo ascoltiamo

Al di là del mare qualcuno scappa

E corre più veloce che può

Le mani si uniscono, si aiutano, si fanno forza.

Una mano grande può contenere una mano piccola, che arranca, che fatica.

A volte alcune mani restano sole e si fermano.

Al di là del mare qualcuno lascia tutto, prende con sé quel poco che può essere utile

Che può servire al di qua del mare.

Al di qua del mare in molti tendono le mani

Stringono le mani più piccole, quelle affaticate, quelle rovinate dal sole e dalla salsedine

Al di qua del mare in tanti, in troppi, non muovono le loro mani

O vorrebbero usarle per brandire bastoni e ricacciare quelle mani da dove sono venute.

Noi siamo di qua dal mare

Noi abbiamo la fortuna di esserci nati, di esserci approdati, di esserci arrivati.

Come si può abbandonare qualcuno in mezzo al mare?

Come si può tollerare di rispedirlo al di là del mare?

A.R.

Aloha, Hawaii...

A cambiare tutto, fu semplicemente la magica visione del tramonto sull'oceano. Dell'orizzonte che incendia e colora di rosso, il silenzio che precede la notte. Isola di O'ahu, quella di Honolulu e Big Island, quella del grande vulcano.

Fluttuanti come piccole lanterne, scesero il cielo e si appoggiarono dolcemente sull'acqua che circonda quelle insieme di rocce vulcaniche, che galleggiano in mezzo all'Oceano Pacifico.

Qui, la natura, ha uno spirito indicibilmente grande. Alcuni scorci, sono come piccoli momenti magici del sentimento che nasce, e si dilata all'infinito. Ci sono angoli che creano una molteplicità di suggestioni, significati. E se la nostra esistenza stesse tutta qui?

A parole, è difficile spiegare anche solo parte di questo. Meglio rimanere zitti e farselo raccontare dalle donne Hawaiane e dalle loro danze tradizionali. Alcuni passi base, sinuosi fianchi ondulanti e pose simboliche che rievocano fenomeni naturali o soggetti storici e mitologici. “Hula”, è una di queste, e presenta intricati movimenti di braccia, all'apparenza molto semplici, che sembrano muoversi come le onde del mare. Una pantomima che racconta una storia, solitamente ballata e accompagnata dal battito ritmico di percussioni e da canti tradizionali. In queste movenze, c'è odore di mondo.

Town rock o rock di paese: quel genere di musica che nutre la mente dei suoi abitanti e di chi ne coltiva l'ascolto con un malinconico senso di perdita. Un approccio agricolo che non dipende da logiche di mercato, ma da un sentimento di puro amore e rispetto per la musica.

Ci sono le storie vere. E le storie vere straordinarie. Questa, è una storia.

La gente aveva bisogno di avvicinamento, di dialogo, e non di tecnologia e legami virtuali. Lo scorrere dei giorni era complessità e disorientamento di vivere un eterno presente. Un perenne letargo esistenziale alla ricerca di un equilibrio tra vita e lavoro.

Uscirono dalla cronaca di quei giorni, parlando dei misteri che muovevano le loro vite. Forse mossi da qualcosa che li spinse ad aggrapparsi all'esistenza, e non lasciarla andare. Le loro vite, non erano come un servizio fotografico. Ma confidenza, senza conseguenza.

Da quel giorno, prese vita un'allegra follia, una meravigliosa astensione da ogni tipo di intrattenimento sociale, un respiro leggero e finalmente libero. Era il nostro concerto. Proprio nel nostro piccolo paese. Esattamente dove non c'è mai nulla. Nessun altrove geografico, proprio qua.

Fino a quel giorno, le loro vite erano scure e grigie, come l'asfalto dopo una pioggia improvvisa. Uscirono, per un po', da quell'immobilità da portone in un palazzo anonimo.

Serviva trovare un posto, gente che volesse suonare. Era necessario avere voglia di fare. Non c'era un soldo, ma non era un impedimento.

“Alti volteggeran nel vento, d'abilissimi alfieri, gli stendardi”. Così, riporta parte del bando del Palio di Faenza.

Certo è, che gli occhi di un bambino, riescono a sconvolgere il nostro accomodamento con il mondo. Anche dall'altra parte dell'emisfero, sottosopra, in un piccolo puntino dell'Australia, Ingham e dintorni. Nel Queensland, una regione gigantesca.Un enorme distesa di campi di canna da zucchero. Non una zona infarcita di palmizi e immaginari turistici. Piuttosto, un centro rurale fuori dal mondo. Lontano, lontanissimo.

E così, nell'epoca delle testimonianze digitali, un gruppo di avventurieri è partito all'arrembaggio per questa destinazione. Un fantomatico ordine di una ventina di persone tra sbandieratori (provenienza Faenza/Reggio Emilia), musici (provenienza Faenza/Lugo/Bologna) e affini (provenienza Faenza). Sbarcati all'aurora di una fine di luglio, dopo aver attraversato mezzo mondo, per portare la propria tradizione, i propri colori, il proprio spettacolo. Apprezzato, emozionante, applaudito. Una valida collisione di culture.

Base Ingham. Un paese piccolo, molto vasto. Nato all'interno di enormi distese di campi di canna da zucchero. Tagliato dai binari dei treni che lo attraversano per la raccolta. Costruito a lato della strada che gira  tutt'attorno all'Australia. Guardato a vista dalla notte, dal silenzio, dalla solitudine. Preso in ostaggio dalla natura, dai fondali dell'inconscio, da ciò che per noi non è abituale. Un piccolo paese, il cui armamento più potente, è rappresentato dalle storie delle persone che hanno scelto di fermarsi qua. Parole, sguardi, strette di mano, abbracci che rimodellano ed elaborano la versione di noi stessi. Spiazzandola, spostandone i confini. Da fiaba, l'esistenza di una scuola con due alunni, fratello e sorella, più sette insegnanti.

LoSpekkietto ha da sempre dato spazio agli artisti locali che si cimentano nelle forme d’arte a loro più congeniali. Per questo numero abbiamo deciso di presentarvi la penna e la matita di Stefano Poggi di Borgo Rivola, conosciuto come una delle menti della società dei carri Extra. Ho parlato di penna e matita per dire che Stafano non solo è l’autore del racconto ma ne è anche l’illustratore. Alla mia domanda  quale racconto illustrato gli sarebbe piaciuto  pubblicare, ha risposto senza esitazione, Lo sparviero delle Stelle.

 

LO SPARVIERO DELLE STELLE

L’SM 79 “Sparviero” del babbo di Tonino era partito con il suo carico di siluri verso l’Africa, per dar fastidio a quegli inglesi che, senza saperne il motivo, andavano mandati via da lì. Non era bastato dirglielo, serviva proprio che ci andasse suo babbo; d’altronde anche quando a lui chiedevano di fare qualcosa non la faceva mai, ma nessuno lo aveva mai minacciato con gli aerei. Il fatto è che se anche era così lontano, probabilmente aveva saputo che aveva marinato la scuola, perchè era da un pò che non gli rispondeva alle lettere. Che fosse arrabbiato sul serio? E dire che aveva tante cose da dirgli! Sentiva sempre solo parlare della Guerra, ma lui voleva raccontagli di Agnese, di com’era bella e di come quasi l’aveva salutata l’altro giorno. Quasi non era mica poco, visto che lei era bella bella, con i genitori con il macchinone e i soldi, almeno così dicevano tutti. Suo babbo salutava tutti in modo strano e impettito, non capiva il perchè ma tutti avevano paura di quella famiglia li. Non capiva come visto che a lui, Agnese, non faceva paura per niente. Anzi. Lo faceva sentire perso, ma non aveva paura. Ecco si, quando guardava le sue lentiggini si sentiva sperduto come un omino nello Spazio.

Ciao a tutti sono Pietro e vi racconterò  le mie vacanze estive. Prima sono andato a un matrimonio a Cambridge perché la nostra ragazza au pair, Bethany, si è sposata. Io se devo dire la verità non c'ho capito niente mi ha suggerito tutto babbo, dopo abbiamo fatto una bellissima festa ( l'unica cosa  brutta è che abbiamo pranzato alle17.00 ) a cena c'era l'hamburger poi c'erano le chicche gratis ne ho mangiate tantissime (forse anche troppe!)  Il giorno dopo siamo partiti per Londra: era già la 2^ volta che ci andavo ma io non mi ricordavo niente! Però quasi tutta Londra io e mio fratello siamo stati fermi a fotografare macchine prestigiosissime. A Covent Garden ho perfino fatto l'aiutante di un mago-pagliaccio che faceva uno spettacolo. Solo che  mi dava le istruzioni in inglese e mio babbo ha dovuto tradurmi tutto. Poi siamo andati in Normandia col traghetto da Portsmouth. Pioveva spesso! Io però mi sono emozionato a vedere le spiagge degli sbarchi con tutti I carri armati e cose del genere. Mi sono molto divertito.
Pietro Righini
La capsula di un momento. Quella che due amici aprono, a cavallo della propria bicicletta, in un giorno sobriamente vestito da giorno qualsiasi. A Casola, con le colline attorno illuminate dal sole ed il cielo leggero e volatile. In una parte dell’esistenza occupata anche da yogurt da comprare con la scadenza più lontana, piante da innaffiare, cose da fare, telecomandi da premere sempre più annoiati. Oh vecio, qua gli scoiattoli non li abbiamo ancora visti! La discussione, seppur breve, non è di quelle assurde che si fanno su internet. O forse sì! Però è più bella, coinvolgente e parlare con un amico, medica anche il cuore. E se chiudiamo il centro di Casola alle auto e ai motorini?

Ciao,
finalmente un po’ di sole. E’ vero, stiamo bene qui, meglio che altrove. Ogni volta che scambiamo due parole, possiamo ascoltare anche il respiro di ogni frase. Facciamo due passi, camminiamo. Amiamo questa dimensione, il tempo lento, la luce che ti socchiude gli occhi, l’aria che perde il suo peso e che vince con il suo profumo.

Quando viaggi per lavoro è tutto diverso.
Lo capisci già all’atterraggio dell’aereo perché nessuno fa l’applauso.
Gli aereoporti sono quasi tutti uguali, capisci dove sei realmente solo quando vai al cambio monete. La valuta locale in mano ti conferma che sei giunto alla destinazione giusta e che il pilota non si è addormentato, dopo 12 ore di volo scopri che sei a Johannesburg e non a Santiago del Cile.

Forse è solo un tentativo istintivo di non rassegnarsi al degrado. Quelle case che il marcio comincia ad abitare, e quella struttura che mai è stata utilizzata, sono piene di tacito malumore. Le prime sono poco distanti dal cimitero, la seconda, è nel parco nato sulle gloriose ceneri del vecchio campo sportivo. Dovevano essere abitazioni, doveva essere lo spogliatoio del campo da tennis/calcetto. Sono carcasse vuote, piene di amarezza. Si spera sempre di veder qualcun altro agire per nome e per conto proprio. Se uno si chiede dov’è il progresso e quale sia la sua essenza, bè, sicuramente non qui. Più facile tacere e guardare altrove.

Anno nuovo, vita nuova.
Sarà per colpa di questi vecchi proverbi...sarà perchè dobbiamo ritualizzare, celebrare, “cerimoniare” le cadenze del tempo, perchè il tempo non scada di valore.
Sarà perchè quando c’è qualcosa che finisce dobbiamo necessariamente dare inizio a qualcos’altro...
Date che misurano i passaggi della vita. Giorni che hanno un’identità per distinguersi da tutti quegli altri, sommersi nelle pieghe del quotidiano.<