Mia madre non so come si accorse che io e mia sorella avevamo i piedi piatti.

Un mattino di febbraio ci svegliò prima del solito e camminammo di fretta fino alla corriera. Noi con i cappottini che ci avevano passato i nostri cugini più grandi, la cuffia in testa, le gambe nude. Lei, annodato sotto il mento, per ripararsi dall'aria e come unica sommessa eleganza, un velo in testa.

Appena rinnovati quei paltò, mia sorella esclamò:

-È sporco!- indicando la manica del mio.

La mamma si chinò e provando a togliere la macchia con le unghie, fece occhiolino a Giovanna e disse:

-Nessuno se ne accorgerà.

Prima di allora non avevo mai visto l'alba sorgere dietro le creste delle colline, né mai visto così da vicino, grande come una balena, la corriera azzurra inghiottire alla svelta operai e studenti rauchi e imbacuccati.

Saliti anche noi, ci accomodammo proprio dietro l'autista. Io vicino al finestrino e Giovanna in grembo a mia madre. Tutto vibrava a causa del motore acceso. L'uomo afferrò con la sinistra il volante color avorio, grande come la ruota di un carro, e con la destra mosse una leva piccola. Quindi impugnò il pomello del cambio, spingendolo avanti per inserire la marcia.

Quando la corriera si mosse, sentii lo stomaco mancarmi, ma fu solo un attimo. Quindi una sensazione di leggerezza mi pervase mentre l'autista cambiava in breve sequenza e girava il volante come fosse il timone di una nave. Con gli occhi persi nel paesaggio che mutava intanto che si faceva giorno, i contorni neri divenivano le cose che erano: case, alberi e campi; e dietro ai fanali gialli, in senso contrario sulla strada, ora si riconoscevano i modelli delle automobili. Una Fiat 850. Una 500. Un'Alfa Romeo. E molte altre che non riconobbi.

Arrivati a Faenza mia madre ci afferrò ben strette le mani e attraversammo la strada. Percorrendo marciapiedi e vie, mi sentivo sempre più oppresso: la città mi appariva di un grigio doloroso e monotono; peggio della scuola, e pensai dentro di me che mai e poi mai avrei voluto abitarci.

Il campanello squillò forte dall'interno del palazzo, sebbene mia madre lo avesse premuto solo per un attimo.

Illuminate da un lampadario che scendeva proprio al centro dello spazio sopra di noi, le pareti della sala d'attesa erano altissime. Prima di essere visitati dall'ortopedico, né io né mia sorella avemmo il coraggio di interrompere il tempo dell'attesa con un movimento brusco del collo, il salto di uno sguardo o una parola. Le finestre troppo alte per guardare fuori, l'unico scorcio erano i muri degli altri palazzi. Entrammo assieme tutti e tre. Il dottore, di spalle, era di una statura minacciosa. Si girò. Aveva capelli e baffi scuri, le mani enormi e pelose, e mentre mia sorellina smetteva un improvviso pianto, io sospettavo di lui come di tutti gli adulti, esclusi i miei genitori. Ci misurò d'altezza. Ci fece camminare e stendere le braccia davanti e di lato. In canottiera e mutande, non mi piaceva davanti a mia sorella e mia madre, ci pesò. Ci prese il calco dei piedi in una cassetta di liquido bianco che dopo pochi secondi si indurì conservandone l'impronta perfetta. E questo, lo ammetto, mi lasciò del tutto sorpreso.

Circa un mese dopo si ripeté la scena, e nonostante l'orario della sveglia fosse lo stesso, era già giorno fatto. Ci affrettammo a uscire di casa, ma non trovammo posto dietro l'autista. Delusi, ci sedemmo quasi in fondo alla corriera.

Il tempo nella sala d'attesa dell'ortopedico questa volta volò e perfino il medico non appariva più ai nostri occhi come un gigante minaccioso.

Le nostre scarpe speciali erano pronte e fin dalla prima occhiata si mostravano per quello che erano: tristissimi inutili congegni per torturare i bambini.

Aiutati da una infermiera comparsa dal nulla, tutta vestita di bianco, prima mia sorellina poi io, indossammo quelle scarpe nere. Alte fin sopra le caviglie, una fila di stecche di plastica rigida sosteneva il malleolo, e dentro, un plantare di sughero era la vera, nascosta, crudeltà. Ma io non riuscivo a staccare lo sguardo dagli occhi incantevoli di quell'infermiera profumata che quando sorrideva, e sorrideva sempre, mostrava i denti più belli che una bocca avesse mai avuto.

Mia madre pagò un sacco di soldi: quante banconote estrasse dal borsellino, e ringraziò mille volte con umiltà sincera, riponendo i nostri sandaletti nella borsa vuota.

Neppure mia sorella aveva fatto una faccia entusiasta per le scarpe che mia madre, uscendo da lì, andava elogiando. Giovanna rimaneva immobile, guardandosi i piedi.

Usciti in strada, camminavamo infastiditi e quando mia sorella fece per piangere e quasi avrei voluto piangere anch'io, ci guardammo di sottecchi e ci venne da ridere. Adesso sì, camminavamo apposta come palombari accompagnando i nostri passi con la musica di Stanlio e Ollio. Anche mia madre sorrise e accarezzandomi la nuca con uno scappellotto disse:

-Siete due stupidi!

Ma quel giorno la nostra avventura era appena iniziata.

Invece di tornare alla stazione delle corriere, senza che mia madre ci desse spiegazioni, ci dirigemmo verso la stazione dei treni. Finita la musichetta delle comiche, adesso si trattava di camminare nonostante le stecche e i plantari di quelle orribili scarpe.

-Belle non saranno, ma utili sì!- Fu l'ultima cosa che disse al riguardo mia madre.

Nell'atrio ricoperto di marmo della stazione le persone sembravano macchie scure. Mentre la mamma faceva i biglietti riconobbi il fischio di un treno che si avvicinava, quindi un sibilo sempre più forte, infine lo sferragliare delle ruote sui binari mi convinse, prima che io me ne potessi accorgere, a cercare la mano di mia madre. Davanti ai binari che sembravano infiniti, come una bestiola fuori dal bosco non mi allontanavo e ogni vergogna di aggrapparmi a lei era svanita.

Quando il treno si mosse, pensai che fossero le cose a muoversi e solo dopo un attimo, quando persi l'equilibrio, mi resi conto che eravamo noi a essere partiti.

Non avevamo trovato posto e io, appoggiato al corridoio, sbirciavo fuori. Alla prima fermata molta gente scese e così ci accomodammo anche noi sui sedili di legno. Adesso sì, potevo guardare bene dal finestrino la campagna correre via: fra filari di peri e di viti, l'erba bagnata luccicava nei prati, e fra i cipressi i tetti rossi delle case erano umidi e pieni di muschio. E confondendomi fra paesaggio, velocità e tempo, socchiudevo gli occhi allo sferragliare dei binari per riaprirli qualche secondo dopo. Avevo compiuto sette anni.

Arrivati a Marradi, la mamma disse:

-Bambini, questo è il paese dove sono nata io.

Era marzo. Un buon sole cominciava a scaldare i nostri visi mentre ci incamminavamo verso il centro.

Percorsi cinquecento metri, nel punto dove la strada si stringe fra le mura dei palazzi, mia madre si fermo proprio davanti a un portone verde. Nei minuti, dalla stazione a lì, era rimasta muta, e ora eravamo fermi in tre davanti a quella porta. Io volevo svincolarmi dalla sua mano che ancora stringava la mia, però, vedendola così strana, non ne ebbi il coraggio.

-E questa era casa mia...- disse.

Un attimo dopo, come risvegliatasi da un incanto, ci liberò e fece un passo indietro per osservare meglio le finestre in alto.

-È tutto chiuso, non ci abita più nessuno- aggiunse. -Quella gente andò via per le continue richieste di denaro, anche molti anni dopo la loro disgrazia...

Cinque metri più in là la strada passava su un ponticello di pietra che attraversava un giardino con delle rose e una pianta di pero, un ruscello con una cascatella. In fondo al cortiletto, incassata in un muro c'era una madonnina.

Mia madre disse:

-Vedete la madonnina? Io la conosco da sempre- e accennando alla finestra che si affacciava sul giardino, aggiunse: -E quella era la finestra di camera mia...

-Mamma cosa c'è scritto lì?- fece Giovanna indicando una lapide proprio sull'angolo del palazzo.

-C'è scritto che qui nacque un poeta, un grande sfortunato poeta...- rispose mia madre.

Rimanemmo a bocca aperta, perché, seppure non sapessimo bene cosa fosse un poeta, il tono che lei usò ci convinse fosse qualcosa di importante.

Mia sorella disse: -Mamma che cos'è un poeta?

Risposi io, che facevo la seconda elementare: -È l'uomo che scrive le poesie...

Mia madre chiosò: -Un grande poeta è un signore che soffre, oppure è innamorato e che scrive con poche parole speciali quello che sente, in modo che noi quando le leggiamo, ci commuoviamo con lui...

Giovanna e io rimanemmo zitti, toccati da qualcosa che intuivamo essere straordinario. La mamma proseguì: -Quando con i nonni venimmo ad abitare qui, a me toccò la sua camera...

Intanto ci eravamo mossi, proseguendo verso il centro di Marradi.

-E in un libro che era stato il suo, nello spazio bianco fra le pagine aveva scritto dei versi.- continuò mia madre -Per tanti anni ho provato a leggere quelle righe cancellate, senza riuscirvi. L'unico risultato è che adesso neppure l'ultima riga si legge più, ma io non le ho mai dimenticate:

 

...inesorabile consuma tutte le fiamme

…........................ …..........

…........................ ….... il tempo sotto le ostinate spine quando imbelle cogli la rosa bianca

Si fece mezzogiorno e noi bambini avevamo fame. Entrammo in un posto dove sull'insegna era scritto MESCITA VINO -Mamma- domandai:-cosa vuol dire mescita...
L'interno era poco illuminato, ma un odore di brodo ci accolse. Pochi tavoli apparecchiati con pane e vino e in fondo alcuni uomini che parlavano e fumavano appoggiati alla cornice di un camino spento.
Arrivò una vecchia che quando vide mia madre esclamò con un sorriso: -Martina!
-Eh sì, Dora, sono proprio io, e questi sono i miei figlioli:
Amilcare e Giovanna...
-Ma sono piccoli...
-Se Dio vuole, l'angelo si è deciso tardi con me e mio marito... Chissà fosse offeso per qualcosa...
-Quale angelo, mamma?- le chiesi, ma lei non rispose. Alta poco più di me, la vecchia odorava di farina e aglio. Arrotolò un sorriso alle gengive e ci accarezzò entrambi.
Finito di pranzare proseguimmo la nostra passeggiata attraversando il ponte sul Lamone. Sporgendomi dal parapetto vidi due ratti enormi aggirarsi vicino al grosso tubo di una fogna.
-Guarda mamma!- Gridai.
Arrivati in piazza, mia madre volle comprarci il gelato.
-Sentirete com'è buono, fatto col latte appena munto... Riattraversato il ponte, mentre Giovanna, finiva di sgranocchiare la cialda e si leccava il dorso della mano, la mamma disse:
-Da piccola, scendevamo proprio da qui.
Sul greto del fiume, io mi sentii come a casa e iniziai a saltare da un sasso all'altro presto seguito da mia sorella. Mia madre assorta, non si mosse e ci gridò soltanto: -Bambini, non infangate le scarpe nuove o son guai!
Per scherzo io e mia sorella cominciammo a tirarci addosso piccole pietre, io attento a non colpirla, ma lei, più piccolina, ben decisa a centrarmi. Io la schernivo perché, mentre io facevo schizzare le mie a pochi centimetri dai suoi piedi, lei non riusciva a scagliare i suoi sassi che a poca distanza.
Quando mia madre si accorse di questo nostro gioco, gridò:
-Smettete subito!
Pensando che stesse scherzando, tirai ancora per mostrarle la maestria con la quale miravo. Mia sorella inviperita, intanto raccoglieva con due mani una pietra enorme (per lei) per scagliarmela definitivamente addosso.
-Smettetela, ho detto!- gridò ancora mia madre stizzita.
Afferrata mia sorella per un braccio, continuò: -Siete impazziti?
Solo sul treno, sembrò ritrovare la calma e disse:
-Voi non lo sapete che quel poeta sciagurato, proprio qui sul fiume, tirandosi i sassi con gli amici proprio come voi, uccise un bambino. Lo colpì sulla tempia con una pietra e... E poi morì matto per il rimorso...
-Mamma io non voglio diventare un poeta...- Implorai a questo punto trattenendo a stento le lacrime.
Mia sorella, piccolina e femmina, lei sì, pianse.

 

di Claudio Menni

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