Cultura

I fenomeni geologici collegati alle fuoriuscite di gas naturale hanno da sempre catturato la fantasia, suscitando in passato non poche paure. Acque che gorgogliano senza apparente motivo o fiamme che si sprigionano dalla roccia non potevano che far pensare a mostri nascosti nel sottosuolo. Gli antichi greci, proprio per spiegare questo fenomeno avevano immaginato un mostro mitologico: la Chimera. Un essere che vomitava fuoco nella Licia, lungo le coste dell'attuale Turchia: «…Era il mostro di origine divina, leone la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco..." Cosi Omero nell'Iliade descrive l'aspetto del mostro che verrà vinto dell'eroe Bellerofonte. Una vittoria che non impedisce però alle fiamme prodotte dalle fuoriuscite di metano di continuare a bruciare ancora oggi, migliaia di anni dopo la nascita del mito. Anche il nostro appennino è stata terra di fenomeni misteriosi: i viaggiatori che scendevano verso Firenze dal settentrione citavano continuamente i fuochi di Pietramala. Consistenti emissioni di metano incendiato, che illuminavano le colline verso il passo della Raticosa spaventando fino all'età dell'illuminismo passanti e locali tanto da battezzare la zona 'bocca dell'inferno'. Bisognerà aspettare fino al 1780, quando Alessandro Volta riconobbe un parallelo con l'aria delle paludi' perché il fenomeno potesse essere in parte spiegato. Oggi sappiamo che in una ampia fascia pedecollinare tra il parmense ed il forlivese sono presenti fenomeni di questo genere. Fuochi, vulcanelli, salse e bollitori, dovuti a manifestazioni superficiali di idrocarburi, principalmente gassosi, che tendono a risalire all'interno delle rocce che li contengono e li sovrastano. Quando le bolle di gas fuoriescono attraverso terreni di tipo argilloso si hanno delle eruzioni fangose chiamata salse o bollitori che sono composte da emulsioni fredde di acqua, gas metano e argilla. Il più famoso dei quali è sicuramente il buldur di Bergullo, presso Imola, descritto dal finire del '700 e studiato dallo Scarabelli.

 

Ma anche il meno noto Dragone di Sassuno nella valle del Sillaro o il vulcano di Monte Busca, la cui fiamma perenne illumina le colline vicino a Tredozio. Nella vallata del Senio, ufficialmente non si era a conoscenza fino ad ora della presenza di fenomeni simili. Localmente si sapeva della presenza di piccole emissioni di gas lungo il fiume presso la confluenza con la Cestina, dove nelle vicinanze era nota anche l'esistenza in passato della fiammella. Probabilmente una piccola emissione costante di metano che bruciava nel mezzo di un campo. Fenomeni che con il passare del tempo sembrano essersi esauriti. Del tutto nuovo o almeno sconosciuto, sembra essere al contrario il fenomeno delle numerose risalite di gas nel tratto di fiume proprio a monte del paese di Casola, in corrispondenza del ponte del Cantone. Ovvero in quella zona di fiume che due anni fa fu interessata dalla grande frana del campo sportivo, e dove la stessa frana ha creato un ampio lago perenne il cui limite arriva proprio presso il ponte. Il gas, probabilmente una miscela di metano, anidride carbonica e idrogeno solforato, risale gorgogliando da decine di piccole bocche che si aprono sul fondo e se acceso brucia e scoppietta in vampe rossastre. Non è chiaro se sia stata la presenza delle acque calme e costanti del lago ad aver reso maggiormente visibili oggi queste emissioni, oppure se le stesse siano aumentate. Non è escluso che le stesse possano essere messe in relazione proprio con la presenza del nuovo bacino o con i fenomeni sismici che precedettero di alcuni mesi la frana stessa. L'origine di questi fenomeni in generale non è ancora del tutto chiara. Spesso si hanno risalite di gas e fluidi lungo allineamenti strutturali come le faglie. L'attività delle salse e dei bollitori non è sempre regolare ma alterna fasi di maggiore o minore crescita senza una cadenza precisa. Nel caso delle salse di Bergullo per esempio pare che l'attività sia collegata con le oscillazioni della falda freatica, diminuendo con la siccità. Gli studi attuali indicano che l'origine di tali fenomeni sarebbe da collegare con quelle situazioni geodinamiche che causano l'instaurarsi nel sottosuolo di pressioni interstiziali di fluidi. Pressioni generate potenzialmente sia da movimenti di faglia che da mutate condizioni idrogeologiche. Quale che sia la spiegazione e l'origine, navigare in canoa attorno a questi piccoli gorgogli che increspano l'acqua, ha un fascino tutto particolare. Trasportati in un clima di mistero non è difficile immaginare che anche nelle profondità sotto il Senio possa dormire un qualche mostro mitologico, magari se non un Dragone o una Chimera almeno un piccolo Basilisco.

Andrea Benassi   

 

 

Daniele Faziani, a due anni di distanza dalla pubblicazione di In memory of a real sound. Homage to Charlie Parker per sassofono contralto, pubblica, sempre per la casa editrice musicale bolognese UtOrpheus, un altro omaggio ad un altro grande della storia del jazz, John Coltrane. Si tratta della composizione Your gift. Homage to John Coltrane per sassofono Tenore o Soprano. Coltrane, sassofonista, autore di brani indimenticabili come A love supreme o My favourite things, è considerato uno dei giganti della musica jazz e della musica del Novecento in genere. Daniele Faziani ha sentito il desiderio di omaggiare un musicista che ha amato e che lo ha influenzato ed ha mosso la sua ispirazione dallo stile evocativo della musica di Coltrane e dalle suggestioni che nascevano dalle sue improvvisazioni. Coltrane rimane ancora oggi un punto di riferimento per i sassofonisti di tutto il mondo e Faziani ha cercato di cogliere soprattutto la peculiarità del suono aggressivo del sax tenore. Si tratta quindi di un brano di carattere assolutamente jazzistico. Speriamo di potere ascoltare a breve l’esecuzione del brano a Casola.

R.A.

“ Non fissarli negli occhi 
non accarezzarli sopra la testa
non avere postura dominante
porsi lateralmente e non in posizione frontale
 non correre via”

 

Ascolto attentamente  queste  indicazioni perché sono attratta dai cani e nello stesso tempo li temo per una brutta esperienza avuta da bambina.

Voglio trattenere queste indicazioni per assimilarle indelebilmente!

E poi quando  passeggerò sulle nostre colline e incontrerò qualche cane da guardia, come spesso succede, saprò come comportarmi.

Ma, sia ben chiaro, non le ho trovate su INTERNET, come potreste credere ( e cosa non si trova su Internet ?), ma dalla viva e dolce  voce di “un’ esperta” che da circa due anni collabora con un centro cinofilo di Forlì. E’ di Casola, è giovane e piena di entusiasmo e da bambina  raccoglieva ogni gattino, uccellino, riccio, coniglietto sperduto, abbandonato o ferito…. Così, quando ho saputo che attualmente collabora con un centro cinofilo e, a dispetto degli studi fatti, sembra decisa a seguire questa strada nella vita, ho pensato di contattarla e di farle un’ intervista per saperne di più sui cani , su noi e i cani, sulle nuove esperienze che li vedono protagonisti nella nostra società.

Ho pensato di intervistare Ramona perché è veramente un’esperta i n questo settore e dopo i due anni di collaborazione col Centro sta pensando seriamente di aver trovato la sua strada nel mondo lavorativo: un lavoro appassionante e che, come vedremo, ha un vivace bacino di utenza nel mondo e nella società attuale.

 Come hai conosciuto il Centro presso cui collabori?

Come capita a tutti, sulla posta elettronica trovai, tra le tante, una mail che mi invitava a seguire un corso on line per educatore di cani, molto costoso e molto indefinito. Cercando di saperne di più mi imbattei in un corso , questo concreto, organizzato dal centro cinofilo di Forlì e decisi di parteciparvi: sono dei weekend organizzati (tuttora) dal centro in cui si alternano lezioni di psicologia dei cani, di veterinaria, di istruzioni per relazionarsi ad essi….

Da quel corso, un po’ alla volta, la mia conoscenza si è approfondita e l’interesse  verso il mondo degli animali e soprattutto dei cani si è intensificato ancora di più.

Così ho iniziato a collaborare con loro.

I RICORDI DI NICOLETTA CAVINA

Dopo 50 anni oggi è la prima volta che scrivo alcune righe per Lo Specchio/Spekkietto.

Il mio ricordo della vita della redazione va a quelle sere di sabato quando ci si ritrovava tutti  insieme ,dopo cena , per finire il giornale e per farlo uscire entro il fine settimana.

C’era chi doveva ancora finire l’articolo, chi con gli ormografi scriveva i titoli,  chi incominciava a ciclostilare girando la manovella: io ero una di queste. E finalmente alle prime ore del mattino terminavamo impaginandolo molto soddisfatti.  Era molto bello stare insieme e condividere le nostre idee. Ricordo anche quando i nostri amici universitari raccontavano a noi,  che vivevamo soprattutto la vita del paese, quello che accadeva a Bologna durante le manifestazioni studentesche. Insieme discutevamo gli articoli appena pubblicati e insieme facevamo proposte per quelli che avremmo scritti per il  numero successivo. Voglio ribadire “insieme, nel bene e nel male” come  ricorda una vecchia canzone scout, oggi un po’ dimenticata; E’  così che siamo cresciuti. Ora è tutto computerizzato, tutto on-line. Si scrive con la posta elettronica, su Facebook, un computer a testa e con Whatsapp si fa il resto. Ognuno a casa sua e il giornale te lo trovi già fatto e confezionato in una scatola, pronto per la distribuzione.

(Rolling Stones – Blue & Lonesome)

Ecco il blues degli Stones. Quello delle persone, dei loro amori, delle loro vite, delle loro paure e della loro fatica. Quello delle canzoni ascoltate, con passione e grande sentimento. Quello delle canzoni, che parlano delle loro storie. Non solo perdenti, ma anche racconti di storie d'amore, lussi e divertimenti. Un insieme di canzoni suonate con rispetto per la musica e per i musicisti che ci sono stati prima di noi.

Una piccola introduzione di quello che è stato in passato, suonato oggi. Un invito a fare conoscere ciò che è stato amato, ascoltato. Pezzi di Jimmy Reed, Willie Dixon, Eddie Taylor, Little Water and Howlin'Wolf.

Circa 50 anni di storia, registrati in 3 giorni. Musica suonata senza badare molto alla tecnica, con sana sporcizia, attraversata direttamente per renderla ancor più reale. Impreziosita da una presenza discreta, Eric Clapton.

Quasi come se accadesse qualcosa di magico alla fine di ogni canzone. Suonata con lo sguardo non sullo spartito ma incrociato con chi suona, canta e suda vicino a te. L'occhio diretto al rosso del sangue, sul quale s'intravede traccia di blues.

Un disco che suona intenso. Difficile pensarlo suonato così, da musicisti che hanno alle spalle così tanta storia. Una dichiarazione d'amore, purissima, verso la musica che hanno amato. Un insieme di movimenti sgrammaticati, polverosi e selvaggi che tracciano percorsi più importanti della meta. Viene difficile definire il blues, soprattutto per chi ne sa poca. Viene però facile riconoscerlo, è musica senza tempo. E se ti piace, capisci che in quella crepa, è entrata luce.

Come facciamo, tra miliardi di video e di foto che circolano, a distinguere un odioso latrato di un cane da un bravo cantante, uno scarabocchio di un bambio che per la prima volta prende in mano una matita da un quadro che mantenga la sua ragion d’essere, uno scatto orribile da un’immagine ben fatta e costruita?

Con tanta fatica, con allenamento, con interesse, certamente potrebbero essere la risposta. E così con immane sforzo del cervello e con un surplus di stanchezza per i nostri occhi arriviamo ad individuare qualcosa e qualcuno a cui riconosciamo un diritto di cittadinanza nel mondo dell’espressione. In questo mare magnum di immagini quindi capita di imbattersi in qualcosa che vale la pena di raccontare agli altri e di fare conoscere. È quello che è capitato quando ho visto le foto di Filippo Cantoni e così mi è sembrato normale fargli qualche domanda

Ciao Filippo, anzitutto raccontaci come è nata la tua passione per la fotografia?

Ciao Riccardo, la mia passione è nata circa 5 anni fa. Comprai la mia prima compatta e iniziai a scattare foto a tutto quello che mi trovavo davanti, attratto dalla possibilità di potere catturare un momento in un fotogramma.

Che cosa ti piace fotografare?

La domanda giusta sarebbe cosa non mi piace fotografare! Penso che ci si possa divertire realizzando qualsiasi tipo di fotografia. Il genere che preferisco però è sicuramente il food. Trovo davvero interessante e difficile riuscire a trasmettere attraverso uno scatto i colori i sapori e gli odori di una pietanza, per questo ogni volta è sempre una nuova sfida da superare.

Hai frequentato scuole, corsi o tutto è frutto della tua passione?

Penso che la passione sia fondamentale per questo tipo di lavoro, ma basi tecniche e occhio siano molto più importanti. Scuole non ne ho frequentate, ma ho letto e studiato online attraverso corsi su you tube, blog fotografici ecc. Poi sono stato l’assistente di un fotografo professionista per un breve periodo. Chiaramente devo ancora imparare tantissimo prima di potermi definire un fotografo.

Entrano sottoterra, et di nuovo escono fuori il fiume Lico in Asia, Erasino in Argolica, il Tigri in Mesopotania. Et in Athene quelle cose che son messe nel fonte d'Esculapio riescono nel Falerico. Et in territorio d'Atina un fiume entra sottoterra e scorre venti miglia e di poi sbocca. Il medesimo fa il Timavo in quel d'Aquileia.” Plinio_Historia Naturale_libro II° cap. CIII

 

La galleria di Amos a monte del sifone di Cariddi

 

Cosi scriveva circa duemila anni fa Plinio nella sua grandiosa Historia Naturale. I fiumi sotterranei hanno da sempre attratto la fantasia e l'immaginazione degli uomini di ogni tempo e luogo. Dai fiumi infernali narrati da Dante a quelli incontrati da Simbad nei mari d'oriente fino a quello capace d'essere via per l'Eldorado nel racconto di Voltaire, l'idea che un fiume possa scorrere sotto un cielo di pietra attrraverso luoghi misteriosi, ha esercitato un fascino potente, capace di fondere in ugual misura attrazione e paura. Proprio il mistero del fiume Timavo che s'inabissa sotto il carso triestino è stato uno dei principali motori che hanno portato alla nascita della Speleologia all'inizio del 19° secolo. Dopo quasi due secoli di esplorazioni speleologiche, le grotte conosciute ed esplorate in Italia e nel mondo sono oggi decine di migliaia; in alcuni casi profonde oltre due chilometri o lunghe molte centinaia. Eppure, se oggi ci domandassimo quale sia e dove si trovi il fiume sotterraneo più grande del pianeta, quello capace di tuonare nel sottosuolo con la maggiore portata d'acqua, a questa semplice domanda ancora oggi non sapremmo rispondere. Anche nell'epoca dei gps e delle foto satellitari accessibili a tutti, la speleologia resta infatti uno spazio d'esplorazione reale dove andare in cerca di luoghi e fenomeni totalmente sconosciuti. Così mentre sappiamo bene dove si trovino le più alte montagne della Terra, poco o nulla sappiamo di dove siano e come siano fatti i più grandi fiumi sotterranei. Partendo da questa semplice constatazione la Società Speleologica Saknussem di Casola Valsenio, ed il Gruppo Speleologico Sacile hanno avviato da alcuni anni un progetto di ricerca denominato Onderaardsche Loop Project (Corso sotterraneo dalla sigla O.L. usata sulle antiche cartografie delle Indie olandesi per segnare quando un fiume scompariva misteriosamente nel sottosuolo). Il progetto, patrocinato dalla Società Speleologica Italiana e dal Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola è oggi alla sua terza spedizione ed è specificamente finalizzato ad individuare ed esplorare i maggiori fiumi sotterranei del pianeta, muovendosi di volta in volta su diverse zone carsiche. In questi primi tre anni le nostre ricerche si sono concentrate su alcune aree nell'estremità orientale dell'enorme arcipelago indonesiano.

PEREGRINATIO CASULA VALLE SENII – ROMA AD LIMINA SANCTI PETRI XXV Junius – X Julius MMXVI

Dunque dicevamo che un manipolo di Casolani ed ex Casolani, con l’inserimento di una Castellana, che comunque frequenta regolarmente Casola, aveva deciso da tempo di rispondere all’appello lanciato da Papa Francesco e di andare in pellegrinaggio a Roma nell’anno duomillesimodecimosesto del Giubileo della Misericordia. Per diversi membri del manipolo anzidet-to l’esperienza del pellegrinaggio a piedi non era una novità, essendosi già impegnati negli anni precedenti sui sacri percorsi, per alcuni altri invece rappresentava una novità.
Tutto ebbe inizio con un convito ed attorno ad una mensa austeramente …..? - Beh proprio austeramente non si può dire , per cui diciamo attorno ad una mensa appositamente allestita, nella dimora degli Olmatelli dove si fissarono i punti cardine, compreso le date, del pellegrinaggio romano e in cui si saggiarono le disponibilità di tempo di ciascuno.
Nei tempi successivi si definirono i particolari, compresa la scrematura degli aspiranti pelle-grini. Furono stabilite le tappe giornaliere ed i contatti con le strutture di ospitalità disponibili. Grazie alle conoscenze di Sandra Landi fu trovato anche un mezzo d’appoggio per il tra-sporto degli zaini pesanti e per eventuali trasferimenti di emergenza: un Pic Hup messo gentilmente a disposizione da Mancurti Stefano. Finalmente arrivò la data prevista per la partenza: il sabato 25 Giugno.

Il diario completo del pellegrinaggio è consultabile e scaricabile a questo link: https://goo.gl/OgRWae

Dopo tanto tempo abbiamo il piacere di reintervistare Fabio Donatini che avevamo lasciato qualche anno fa con il docu-film “Tuber”, ambientato principalmente a Casola, che raccontava di un mondo, quello del tartufo, fatto di luci e ombre, di passione ma anche di denaro, di amicizia ma anche di rivalità. Fabio ce lo aveva presentato con la sua solita ironia, con voglia di prendersi un po’ in giro, con l’immancabile dose di surrealismo.

Come era andato Tuber?

Direi bene. La Regione lo ha trasmesso in varie città, anche se la parte “surreale” ha suscitato qualche lamentela da parte dei committenti. Ma ci può stare, non si può piacere a tutti. Anzi, distinguersi e ricevere critiche è spesso sentore di una buona ricezione del messaggio; nel senso che il film viene seguito e capito, poi, può piacere e non piacere. Spesso alcuni prodotti non vengono proprio recepiti, e quindi neanche criticati. Mi è capitato, e non è una bella sensazione.

Che cosa è successo dopo Tuber?

Tante cose. Ho girato un medio metraggio, finanziato dal Ministero dei beni culturali. Ma non è andato bene. Non è stato distribuito. Questo mi ha fatto penare parecchio, credo di non aver ancora superato il trauma. Un film di 70 minuti che ti rimane nel cassetto e che viene proiettato solo una decina di volte è, nel mio settore, una cosa piuttosto dolorosa. Tipo sbagliare un rigore ai mondiali. Ma anche questo ci può stare, c’est la vie. Ti lascia molta insicurezza nelle ossa, ma poi devi rimetterti a scrivere e pensare al progetto successivo. Poi mi sono legato professionalmente a Bottega Finzioni, un scuola di scrittura e agenzia di contenuti. Per la Bottega ho fatto diverse regie: un video aziendale per la Banca di Bologna, una web-serie per Unipol Banca, l’assistente di regia per un lungometraggio, la scrittura di diverse puntate de “Le muse ignoranti” (un format in onda su Sky Arte giunto alla terza stagione), alcuni spot virali, alcuni videoclip a basso budget per cantautori emergenti, tre cortometraggi. Insomma, mi sono dato da fare attraversando vari linguaggi. Ora sto lavorando per Bologna Welcome, l’ente turistico del Comune di Bologna. Ci stiamo dedicando alla costruzione di brevi virali dedicati a persone famose vissute a Bologna. In questi giorni stiamo montando Umberto Eco. Uscirà in rete a fine novembre.

Sappiamo che hai sceneggiato una puntata della serie televisiva in onda su Rai2, “L’Ispettore Coliandro”. Come è scrivere la sceneggiatura di una serie che passa in prima serata sulla RAI?

Molto difficile. Davvero. Rispettare e capire le regole della serialità non è per niente immediato. Carlo Lucarelli, creatore della serie, mi ha aiutato molto a capire le caratteristiche di Coliandro, caratteriste che devono essere reiterate in tutte le puntate della serie. Bisogna quindi conoscere bene come si comporta e come parla il personaggio, come reagisce a date situazione e cosa può o non può fare; nel senso che devi immedesimarti molto con lui, perché quello che faresti tu, ovviamente, non è quello che farebbe l’ispettore Coliandro. Per capirlo ci vuole tempo. E ovviamente ti devi guardare tutte le puntate passate. E dopo un poco di tempo può diventare leggermente monotono. Solo leggermente però. Inoltre bisogna rapportarsi continuamente con attori, registi e produttori, che spesso ti chiedono di cambiare scene, battute, azioni. E questo si verifica più e più volte, anche durante i giorni di ripresa. Stressante direi. Ma passare in prima serata è ovviamente una soddisfazione.

Sabato 11 luglio, alle 21, in una piazza Sasdelli assai affollata, il “Maderna Percussion Group”, quartetto formatosi all’interno del Conservatorio Maderna di Cesena,  in occasione della rassegna “Musica nei luoghi della Storia”, ha tenuto un concerto, sorprendendo il pubblico casolano, non solo per l’originalità degli strumenti (Marimba, Xilofono, Vibrafono, Cassa sinfonica, Maracas, Congas, Bastone della pioggia e una serie pressoché infinita di vari strumenti non facenti parte della tradizione occidentale)  e per la splendida performance,  ma, e soprattutto, per la presenza, all’interno del gruppo, di due fratelli casolani, Michele e Vittorio Soglia che, insieme al loro insegnante, il Maestro Daniele Sabatani, e al loro compagno di studi Tommaso Sassatelli, hanno costituito, da oltre quattro anni, questa particolarissima formazione strumentale.La loro bravura si è palesata in un repertorio di grande presa sul pubblico, costituito da alcuni brani molto difficili, tra cui “Music for pieces of wood” di Steve Reich, originariamente scritto per cinque suonatori di clave o legnetti, e arrangiato per l’occasione per quattro strumentisti, la cui particolarità consiste nella fitta rete di incastri dalla quale è impossibile riconoscere se tutti gli strumentisti stanno eseguendo la stessa frase; “Ghanaia” di Mattias Schmitt, l’omaggio che il compositore vuole rendere alla musica tradizionale africana; “Mitos Brasileiros” di Ney Rosauro, concerto in cinque movimenti per quartetto di percussioni, che vuole essere un omaggio alla musica latino americana; “Marimba Spiritual” del giapponese Minoru Miki, scritto dal suo autore tra il 1983 e il 1984 come riflessione sulle terribili condizioni di povertà che attanagliavano il popolo africano in quegli anni.

Conosciamo meglio Martino Savorani, autore di Borgo Rivola, da poco tornato in libreria con “I demoni delle campagne”.

Quando e dove sei nato?

Sono nato 31 anni fa a Castel San Pietro, ma ho sempre vissuto a Borgo Rivola, tranne il periodo universitario.

Quali studi hai fatto?

La mia avventura scolastica è abbastanza singolare: al titolo di perito agrario ho aggiunto una laurea in Scienze della comunicazione e un master in editoria. È proprio durante l'anno del master che ho scritto il primo dei tre racconti de “I demoni delle campagne”.

Quando ti sei avvicinato alla scrittura?

Alla fine delle superiori, con un paio di racconti che conservo ancora da qualche parte. Il primo tentativo serio l'ho fatto nel secondo anno di università scrivendo “Un soldato” per un concorso letterario. Il racconto è finito nel mio primo libro (“Da un paese lontano”) e, dai commenti dei lettori, è stato uno dei più apprezzati.

Se ti trovassi nella condizione di dover fare un nome di un autore a cui sei molto legato ed il titolo di un romanzo a cui non potresti rinunciare quale nome e quale titolo sceglieresti?

La mia crociata personale la combatto per “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti, un libro che andrebbe studiato a scuola, invece in Italia è snobbato (pensate che alla morte di Corti, nel 2014, “Le Figaro” lo ha definito “uno degli immensi scrittori contemporanei, uno dei più grandi, forse il più grande”). Tornando in tema horror, consiglio di rispolverare “Le notti di Salem” di Stephen King: un romanzo vampiresco che sfiora – senza raggiungerlo, perché è irraggiungibile – le vette toccate dal “Dracula” di Bram Stoker.

A fine anno chiuderà i battenti  il negozio di abbigliamento e tessuti  dei Masini in p.za Sasdelli,  l’ultimo  esercizio commerciale, rimasto fino ad ora attivo, dei  molti avviati e gestiti a suo tempo da Ferdinando Masini  ( lo storico Nandino) con il prezioso aiuto della moglie Celsa e, a seguire, delle figlie Luisa e Anna Maria (Nanda). E’ un altro pezzo significativo del tessuto economico della nostra comunità che si perde, come altri già menzionati nei precedenti numeri del giornale. E’ una storia che finisce della quale però  ci pare utile fare memoria .

L’avventura commerciale di  Ferdinando Masini (Nandino per i Casolani), originario di Palazzuolo ,dove nacque nel Febbraio del 1901, e trasferitosi a Casola negli anni fra il 1926 e 1928,  inizia quando giovanissimo, già all’età di 9 o 10 anni si diede alla raccolta degli stracci  presso le famiglie di contadini del nostro Appennino.  C’è una foto, scattata dal parroco della Badia di Susinana, che lo ritrae in quegli anni, a fianco di un somarello carico di due sacconi pieni di stracci ed abiti logori e dismessi  appena raccolti. E’ la foto di un bimbo, vestito con i poveri abiti di un tempo remoto già impegnato in un lavoro tutt’altro che leggero.  Una foto che documenta in modo assai efficace l’incipit di questa storia che potrebbe assomigliare ad una favola esemplare in cui si racconta l’avventura dell’affermazione di un ragazzino che partendo dal niente nel tempo, lavorando  con sagacia e lungimiranza, riesce a farsi strada nel mondo.

Sono la band rivelazione dell'anno, la loro musica piace a tutte le fasce d'età senza però essere in alcun modo "commerciale" (inteso nel senso spregiativo che la parola ha assunto da qualche tempo, perché in realtà i loro dischi vendono molto). Non chiedetemi se siano un gruppo rock, pop, hard, hiphop, techno, funk o chissà cos'altro. Sono tutto e niente, un po' di tutto e tutto di niente, pescano nel calderone della musica estraendo personaggi da leggenda insieme a figure terribilmente trash, mescolano il tutto con grande fantasia e un'ottima preparazione musicale, aggiungono il divertimento di suonare su un palco davanti a migliaia di persone. Quello che viene fuori è Bluvertigo, un cibo di cui non riusciresti a descrivere il sapore. Gli ingredienti fondamentali sono quattro ragazzi, compresi trai 24 e i 28 anni, provenienti da Monza ma conosciuti ormai in tutta Italia grazie a pezzi come "Fuori dal tempo", "Il mio mal di testa" o "Altre f. d. v." I Bluvertigo hanno suonato a Riolo. Dopo il concerto ero seduto con gli amici a bere una birra sui tavoli di Frogstock, quando è passato Andy, tastierista e sassofonista della band. Aveva la sua Guinness in mano, così è stato naturale invitarlo a sedere con noi per finire il beveraggio. In realtà noi ci aspettavamo che si sedesse, ci salutasse, si pavoneggiasse un po' perché lui era uno di quei quattro che ci avevano appena fatto impazzire sul palco, e poi se ne andasse il più in fretta possibile. Insomma, ci aspettavamo che adempisse a una sorta di rituale narcisitico e autocelebrativo: la stretta di mano ai fans con firma dell'autografo in caduta libera dall'Olimpo. Invece Andy è sembrato prima un po' sorpreso dal nostro richiamo, poi si è seduto e ha iniziato a raccontare, attaccando la Guinness con sorsi così minimi che quando si è alzato dopo più di un'ora era appena a metà boccale. Sì, avete capito bene, è stato più di un'ora a sedere con noi parlando di tutto, da Sanremo alle lampade che lui costruisce, dall'inizio della sua amicizia con Morgan, cantante e leader della band, alle porcherie che stanno dietro la facciata delle grandi case discografiche. 0.K., non è che stiamo parlando di un Diointerra che ci ha concesso un'ora del suo prezioso tempo, no, non voglio proprio dire questo. Però è stato qualcosa di particolare e molto affascinante, soprattutto per chi come il sottoscritto t suoi amici è abituato a vedere ragazzini strimpellanti montarsi la testa e fare gli snob solo per avere registrato un demo nella cantina sotto casa. Andy invece non si è montato niente, an
che se è a un passo dal Successo. Sarà che ormai lui e Morgan, nonostante la giovane età, sono nel giro da quasi dieci anni, da quando hanno iniziato a suonare insieme. Sarà che già una volta, nel 1990, quando ancora i Bluvertigo non esistevano, hanno "rischiato di diventare famosi", registrando un disco per la Polygram che è finito nel cassetto dopo grandi promesse. Sarà che per anni sono stati snobbati dai capellonimetallarifintipoveri solo perché si truccavano gli occhi. Sarà che i Bluvertigo hanno partecipato a Sanremo Giovani 1994 finendo fuori alla prima votazione popolare. Oppure sarà che solo un anno fa la band rischiava di rotolare nella polvere perché i "capoccia" della casa discografica non volevano girare il video di "Fuori dal tempo" ideato dai quattro musicisti, video che poi ha avuto un successo enorme non solo in Italia. Fatto sta che Andy e i suoi compagni di viaggio ne hanno passate tante e sanno che la fortuna, che ora gli mostra un volto sorridente, può improvvisamente voltarsi e coreggiargli in faccia Quindi perché snobbare quatt r o ragazzi seduti a un tavolo con una birra che credono nella tua musica e vogliono sapere come hai fatto ad arrivare fin lì, che cosa fai nella vita oltre a suonare, che cosa provi mentre sei sul palco? Andy ci ha raccontato tutto questo, con quella voce profonda che interpreta alla perfezione i pezzi dei Oepeche e quella cadenza tranquilla e rilassata che 2otrebbe pure cantarti la ninnananna... Così siamo venuti a sapere tante cose, per esempio che Morgan è il vero deusexmachina del gruppo: compone testi e musica di tutte le canzoni e si sta diplomando in pianoforte al conservatorio. Che suonasse veramente bene e avesse una capacità scenica degna delle star del rock l'avevamo già 
capito da soli durante il concerto. Chiediamo ad Andy alcune cose sul concerto appena finito. Ci dice che ha avuto alcuni problemi perché l'audio sul palco era disturbato, ma che si è divertito molto, anche se è durato troppo poco in quanto da mezzanotte non si poteva più fare casino. Ci racconta di qualche sera prima, quando avevano suonato per due ore e mezzo: nessuno gli diceva di smettere e loro continuavano, perché si divertivano e perché in questo periodo comunicano molto bene fra di loro e quindi tutto riesce più facile. Ecco, il divertimento di suonare, la gioia di creare un oggetto sonoro unico unendo quattro diverse personalità: questo è quello che viene fuori da ogni esibizione dei Bluvertigo. E non è facile, dice Andy, ritrovare tutte le volte la carica giusta, soprattutto ora che suonano così spesso. Si lamenta di gruppi che ha visto in concerto e che sembrava suonassero per puro dovere, senza grinta, come se il pubblico fosse formato da stupidi incapaci di capire se tu credi davvero in ciò che stai facendo sul palco. Andy invece vuole avere rispetto del pubblico, infatti si rammarica del fatto che il loro cachet sia aumentato in seuito all'aumento delle spese che devono sostenere perché lo spettacolo sia valido. Sono gli ingranaggi del mercato, comandato dalle grandi case discografiche "in cui ci sono sempre le stesse persone che si scambiano le sedie fra di loro", ci dice Andy salutando un gruppo di amici venuti a sentire il concerto. Sono ormai le due, le nostre birre sono finite e Andy deve raggiungere i compagni. C'è tempo solo per i saluti, per i complimenti e per i ringraziamenti. Noi ringraziamo lui per la disponibilità, lui ringrazia noi per averlo ascoltato. Rimaniamo noi quattro, pieni di sensazioni difficili da esprimere ma desiderosi di raccontarci l'un l'altro i nostri pensieri. In macchina, sulla via del ritorno, è tutto un accavallarsi di parole sconnesse, scollate, di "non so come dire...", di "è stato come se... boh, strano!", di "aveva una voce...calma..." Finché qualcuno dice: "Parliamone sul giornale!". E qui le voci tacciono, in attesa.

Michele Righini

Un episodio del quale fu protagonista monsignor Angelo Poli, originario di Baffadi e vescovo della diocesi indiana di Allahabad, svela un aspetto poco conosciuto della figura e della vita di Padre Pio.

Giuseppe Poli, nato a Ca’ Rondino nel 1878, a 15 anni entrò nel noviziato dei Fadri Cappuccini assumendo il nome di Angelo. Nel 1901 fu ordinato sacerdote nella Chiesa dei Frati di Casola e nello stesso anno partì missionario per l’India. Nel 1917 diventa vescovo della diocesi di Allahabad, una delle più vaste dell’India, così che gli si presenta l’esigenza di poter disporre della collaborzione di un buon numero di missionari.A tale scopo nel 1920 torna in Italia per ‘reclutare’ dei confratelli, cercando anche in altre province che non avevano ancora una loro missione, come quella di Foggia. Dove  monsignor Poli si recò per ben due volte per conferire con Padre Pio, il quale già nel 1904, diciassettenne, aveva espresso il desiderio di andare in missione. Un deside rio al quale i superiori avevano sempre opposto un netto rifiuto e nei due colloqui che monsignor Poli ebbe con Padre Pio venne deciso un intervento, ma senza esito, del vescovo casolano presso i superiori per assecondare il desideri del frate pugliese. Il quale, deluso e amareggiato per non poter seguire monsignor Poli in India lo salutò chiedendo di essere comunque considerato idealmente uno dei suoi missionari.

Eccoci a presentare un nuovo gruppo di Casola, a dimostrazione che il nostro paese ha una buona tradizione di gruppi da mantenere solida.

Anzitutto chi siete?

Bè, che dire, siamo “cinque ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla”, no dai scherzo.. siamo 5 semplicissimi ragazzi che amano la musica(sfortunatamente siamo rimasti senza bassista)! ma anzitutto ci presentiamoci di persona! lorenzo cardelli come cantante,  martino menetti  e giacomo ricciardelli alle chitarre e filippo manfreda alla batteria! con l’aggiunta di un fonico d’eccezione ovvero edoardo santandrea! eccoci qua! molto immaturi per il momento ma in fondo ci sta !!

Il vostro nome è Little red riding hood, piuttosto bizzarro e, per chi non conosce l’inglese, piuttosto incomprensibile. Quale è la ragione di questa scelta?

Qui la faccenda è complicata! Cercavamo un nome originale e che catturasse l'attenzione della gente! Pensavamo alle grandi band cercando di capire se il nome era veramente ciò che distingueva una band! Subito quel nome pensavamo di averlo trovato nei “rewind”! Poi pensandoci su l'idea era banale e forse scontata... qualcosa facile da dimenticare! Così abbiamo pensato che magari un nome un po' più lunghetto fosse la chiave! Cosi dopo una lista interminabile di nomi impossibili abbiamo trovato quello più asssurdo, ovvero, “cappuccetto rosso” (in inglese) “little red riding hood”!!