Cultura

Dopo tanto tempo abbiamo il piacere di reintervistare Fabio Donatini che avevamo lasciato qualche anno fa con il docu-film “Tuber”, ambientato principalmente a Casola, che raccontava di un mondo, quello del tartufo, fatto di luci e ombre, di passione ma anche di denaro, di amicizia ma anche di rivalità. Fabio ce lo aveva presentato con la sua solita ironia, con voglia di prendersi un po’ in giro, con l’immancabile dose di surrealismo.

Come era andato Tuber?

Direi bene. La Regione lo ha trasmesso in varie città, anche se la parte “surreale” ha suscitato qualche lamentela da parte dei committenti. Ma ci può stare, non si può piacere a tutti. Anzi, distinguersi e ricevere critiche è spesso sentore di una buona ricezione del messaggio; nel senso che il film viene seguito e capito, poi, può piacere e non piacere. Spesso alcuni prodotti non vengono proprio recepiti, e quindi neanche criticati. Mi è capitato, e non è una bella sensazione.

Che cosa è successo dopo Tuber?

Tante cose. Ho girato un medio metraggio, finanziato dal Ministero dei beni culturali. Ma non è andato bene. Non è stato distribuito. Questo mi ha fatto penare parecchio, credo di non aver ancora superato il trauma. Un film di 70 minuti che ti rimane nel cassetto e che viene proiettato solo una decina di volte è, nel mio settore, una cosa piuttosto dolorosa. Tipo sbagliare un rigore ai mondiali. Ma anche questo ci può stare, c’est la vie. Ti lascia molta insicurezza nelle ossa, ma poi devi rimetterti a scrivere e pensare al progetto successivo. Poi mi sono legato professionalmente a Bottega Finzioni, un scuola di scrittura e agenzia di contenuti. Per la Bottega ho fatto diverse regie: un video aziendale per la Banca di Bologna, una web-serie per Unipol Banca, l’assistente di regia per un lungometraggio, la scrittura di diverse puntate de “Le muse ignoranti” (un format in onda su Sky Arte giunto alla terza stagione), alcuni spot virali, alcuni videoclip a basso budget per cantautori emergenti, tre cortometraggi. Insomma, mi sono dato da fare attraversando vari linguaggi. Ora sto lavorando per Bologna Welcome, l’ente turistico del Comune di Bologna. Ci stiamo dedicando alla costruzione di brevi virali dedicati a persone famose vissute a Bologna. In questi giorni stiamo montando Umberto Eco. Uscirà in rete a fine novembre.

Sappiamo che hai sceneggiato una puntata della serie televisiva in onda su Rai2, “L’Ispettore Coliandro”. Come è scrivere la sceneggiatura di una serie che passa in prima serata sulla RAI?

Molto difficile. Davvero. Rispettare e capire le regole della serialità non è per niente immediato. Carlo Lucarelli, creatore della serie, mi ha aiutato molto a capire le caratteristiche di Coliandro, caratteriste che devono essere reiterate in tutte le puntate della serie. Bisogna quindi conoscere bene come si comporta e come parla il personaggio, come reagisce a date situazione e cosa può o non può fare; nel senso che devi immedesimarti molto con lui, perché quello che faresti tu, ovviamente, non è quello che farebbe l’ispettore Coliandro. Per capirlo ci vuole tempo. E ovviamente ti devi guardare tutte le puntate passate. E dopo un poco di tempo può diventare leggermente monotono. Solo leggermente però. Inoltre bisogna rapportarsi continuamente con attori, registi e produttori, che spesso ti chiedono di cambiare scene, battute, azioni. E questo si verifica più e più volte, anche durante i giorni di ripresa. Stressante direi. Ma passare in prima serata è ovviamente una soddisfazione.

Sabato 11 luglio, alle 21, in una piazza Sasdelli assai affollata, il “Maderna Percussion Group”, quartetto formatosi all’interno del Conservatorio Maderna di Cesena,  in occasione della rassegna “Musica nei luoghi della Storia”, ha tenuto un concerto, sorprendendo il pubblico casolano, non solo per l’originalità degli strumenti (Marimba, Xilofono, Vibrafono, Cassa sinfonica, Maracas, Congas, Bastone della pioggia e una serie pressoché infinita di vari strumenti non facenti parte della tradizione occidentale)  e per la splendida performance,  ma, e soprattutto, per la presenza, all’interno del gruppo, di due fratelli casolani, Michele e Vittorio Soglia che, insieme al loro insegnante, il Maestro Daniele Sabatani, e al loro compagno di studi Tommaso Sassatelli, hanno costituito, da oltre quattro anni, questa particolarissima formazione strumentale.La loro bravura si è palesata in un repertorio di grande presa sul pubblico, costituito da alcuni brani molto difficili, tra cui “Music for pieces of wood” di Steve Reich, originariamente scritto per cinque suonatori di clave o legnetti, e arrangiato per l’occasione per quattro strumentisti, la cui particolarità consiste nella fitta rete di incastri dalla quale è impossibile riconoscere se tutti gli strumentisti stanno eseguendo la stessa frase; “Ghanaia” di Mattias Schmitt, l’omaggio che il compositore vuole rendere alla musica tradizionale africana; “Mitos Brasileiros” di Ney Rosauro, concerto in cinque movimenti per quartetto di percussioni, che vuole essere un omaggio alla musica latino americana; “Marimba Spiritual” del giapponese Minoru Miki, scritto dal suo autore tra il 1983 e il 1984 come riflessione sulle terribili condizioni di povertà che attanagliavano il popolo africano in quegli anni.

Conosciamo meglio Martino Savorani, autore di Borgo Rivola, da poco tornato in libreria con “I demoni delle campagne”.

Quando e dove sei nato?

Sono nato 31 anni fa a Castel San Pietro, ma ho sempre vissuto a Borgo Rivola, tranne il periodo universitario.

Quali studi hai fatto?

La mia avventura scolastica è abbastanza singolare: al titolo di perito agrario ho aggiunto una laurea in Scienze della comunicazione e un master in editoria. È proprio durante l'anno del master che ho scritto il primo dei tre racconti de “I demoni delle campagne”.

Quando ti sei avvicinato alla scrittura?

Alla fine delle superiori, con un paio di racconti che conservo ancora da qualche parte. Il primo tentativo serio l'ho fatto nel secondo anno di università scrivendo “Un soldato” per un concorso letterario. Il racconto è finito nel mio primo libro (“Da un paese lontano”) e, dai commenti dei lettori, è stato uno dei più apprezzati.

Se ti trovassi nella condizione di dover fare un nome di un autore a cui sei molto legato ed il titolo di un romanzo a cui non potresti rinunciare quale nome e quale titolo sceglieresti?

La mia crociata personale la combatto per “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti, un libro che andrebbe studiato a scuola, invece in Italia è snobbato (pensate che alla morte di Corti, nel 2014, “Le Figaro” lo ha definito “uno degli immensi scrittori contemporanei, uno dei più grandi, forse il più grande”). Tornando in tema horror, consiglio di rispolverare “Le notti di Salem” di Stephen King: un romanzo vampiresco che sfiora – senza raggiungerlo, perché è irraggiungibile – le vette toccate dal “Dracula” di Bram Stoker.

A fine anno chiuderà i battenti  il negozio di abbigliamento e tessuti  dei Masini in p.za Sasdelli,  l’ultimo  esercizio commerciale, rimasto fino ad ora attivo, dei  molti avviati e gestiti a suo tempo da Ferdinando Masini  ( lo storico Nandino) con il prezioso aiuto della moglie Celsa e, a seguire, delle figlie Luisa e Anna Maria (Nanda). E’ un altro pezzo significativo del tessuto economico della nostra comunità che si perde, come altri già menzionati nei precedenti numeri del giornale. E’ una storia che finisce della quale però  ci pare utile fare memoria .

L’avventura commerciale di  Ferdinando Masini (Nandino per i Casolani), originario di Palazzuolo ,dove nacque nel Febbraio del 1901, e trasferitosi a Casola negli anni fra il 1926 e 1928,  inizia quando giovanissimo, già all’età di 9 o 10 anni si diede alla raccolta degli stracci  presso le famiglie di contadini del nostro Appennino.  C’è una foto, scattata dal parroco della Badia di Susinana, che lo ritrae in quegli anni, a fianco di un somarello carico di due sacconi pieni di stracci ed abiti logori e dismessi  appena raccolti. E’ la foto di un bimbo, vestito con i poveri abiti di un tempo remoto già impegnato in un lavoro tutt’altro che leggero.  Una foto che documenta in modo assai efficace l’incipit di questa storia che potrebbe assomigliare ad una favola esemplare in cui si racconta l’avventura dell’affermazione di un ragazzino che partendo dal niente nel tempo, lavorando  con sagacia e lungimiranza, riesce a farsi strada nel mondo.

Sono la band rivelazione dell'anno, la loro musica piace a tutte le fasce d'età senza però essere in alcun modo "commerciale" (inteso nel senso spregiativo che la parola ha assunto da qualche tempo, perché in realtà i loro dischi vendono molto). Non chiedetemi se siano un gruppo rock, pop, hard, hiphop, techno, funk o chissà cos'altro. Sono tutto e niente, un po' di tutto e tutto di niente, pescano nel calderone della musica estraendo personaggi da leggenda insieme a figure terribilmente trash, mescolano il tutto con grande fantasia e un'ottima preparazione musicale, aggiungono il divertimento di suonare su un palco davanti a migliaia di persone. Quello che viene fuori è Bluvertigo, un cibo di cui non riusciresti a descrivere il sapore. Gli ingredienti fondamentali sono quattro ragazzi, compresi trai 24 e i 28 anni, provenienti da Monza ma conosciuti ormai in tutta Italia grazie a pezzi come "Fuori dal tempo", "Il mio mal di testa" o "Altre f. d. v." I Bluvertigo hanno suonato a Riolo. Dopo il concerto ero seduto con gli amici a bere una birra sui tavoli di Frogstock, quando è passato Andy, tastierista e sassofonista della band. Aveva la sua Guinness in mano, così è stato naturale invitarlo a sedere con noi per finire il beveraggio. In realtà noi ci aspettavamo che si sedesse, ci salutasse, si pavoneggiasse un po' perché lui era uno di quei quattro che ci avevano appena fatto impazzire sul palco, e poi se ne andasse il più in fretta possibile. Insomma, ci aspettavamo che adempisse a una sorta di rituale narcisitico e autocelebrativo: la stretta di mano ai fans con firma dell'autografo in caduta libera dall'Olimpo. Invece Andy è sembrato prima un po' sorpreso dal nostro richiamo, poi si è seduto e ha iniziato a raccontare, attaccando la Guinness con sorsi così minimi che quando si è alzato dopo più di un'ora era appena a metà boccale. Sì, avete capito bene, è stato più di un'ora a sedere con noi parlando di tutto, da Sanremo alle lampade che lui costruisce, dall'inizio della sua amicizia con Morgan, cantante e leader della band, alle porcherie che stanno dietro la facciata delle grandi case discografiche. 0.K., non è che stiamo parlando di un Diointerra che ci ha concesso un'ora del suo prezioso tempo, no, non voglio proprio dire questo. Però è stato qualcosa di particolare e molto affascinante, soprattutto per chi come il sottoscritto t suoi amici è abituato a vedere ragazzini strimpellanti montarsi la testa e fare gli snob solo per avere registrato un demo nella cantina sotto casa. Andy invece non si è montato niente, an
che se è a un passo dal Successo. Sarà che ormai lui e Morgan, nonostante la giovane età, sono nel giro da quasi dieci anni, da quando hanno iniziato a suonare insieme. Sarà che già una volta, nel 1990, quando ancora i Bluvertigo non esistevano, hanno "rischiato di diventare famosi", registrando un disco per la Polygram che è finito nel cassetto dopo grandi promesse. Sarà che per anni sono stati snobbati dai capellonimetallarifintipoveri solo perché si truccavano gli occhi. Sarà che i Bluvertigo hanno partecipato a Sanremo Giovani 1994 finendo fuori alla prima votazione popolare. Oppure sarà che solo un anno fa la band rischiava di rotolare nella polvere perché i "capoccia" della casa discografica non volevano girare il video di "Fuori dal tempo" ideato dai quattro musicisti, video che poi ha avuto un successo enorme non solo in Italia. Fatto sta che Andy e i suoi compagni di viaggio ne hanno passate tante e sanno che la fortuna, che ora gli mostra un volto sorridente, può improvvisamente voltarsi e coreggiargli in faccia Quindi perché snobbare quatt r o ragazzi seduti a un tavolo con una birra che credono nella tua musica e vogliono sapere come hai fatto ad arrivare fin lì, che cosa fai nella vita oltre a suonare, che cosa provi mentre sei sul palco? Andy ci ha raccontato tutto questo, con quella voce profonda che interpreta alla perfezione i pezzi dei Oepeche e quella cadenza tranquilla e rilassata che 2otrebbe pure cantarti la ninnananna... Così siamo venuti a sapere tante cose, per esempio che Morgan è il vero deusexmachina del gruppo: compone testi e musica di tutte le canzoni e si sta diplomando in pianoforte al conservatorio. Che suonasse veramente bene e avesse una capacità scenica degna delle star del rock l'avevamo già 
capito da soli durante il concerto. Chiediamo ad Andy alcune cose sul concerto appena finito. Ci dice che ha avuto alcuni problemi perché l'audio sul palco era disturbato, ma che si è divertito molto, anche se è durato troppo poco in quanto da mezzanotte non si poteva più fare casino. Ci racconta di qualche sera prima, quando avevano suonato per due ore e mezzo: nessuno gli diceva di smettere e loro continuavano, perché si divertivano e perché in questo periodo comunicano molto bene fra di loro e quindi tutto riesce più facile. Ecco, il divertimento di suonare, la gioia di creare un oggetto sonoro unico unendo quattro diverse personalità: questo è quello che viene fuori da ogni esibizione dei Bluvertigo. E non è facile, dice Andy, ritrovare tutte le volte la carica giusta, soprattutto ora che suonano così spesso. Si lamenta di gruppi che ha visto in concerto e che sembrava suonassero per puro dovere, senza grinta, come se il pubblico fosse formato da stupidi incapaci di capire se tu credi davvero in ciò che stai facendo sul palco. Andy invece vuole avere rispetto del pubblico, infatti si rammarica del fatto che il loro cachet sia aumentato in seuito all'aumento delle spese che devono sostenere perché lo spettacolo sia valido. Sono gli ingranaggi del mercato, comandato dalle grandi case discografiche "in cui ci sono sempre le stesse persone che si scambiano le sedie fra di loro", ci dice Andy salutando un gruppo di amici venuti a sentire il concerto. Sono ormai le due, le nostre birre sono finite e Andy deve raggiungere i compagni. C'è tempo solo per i saluti, per i complimenti e per i ringraziamenti. Noi ringraziamo lui per la disponibilità, lui ringrazia noi per averlo ascoltato. Rimaniamo noi quattro, pieni di sensazioni difficili da esprimere ma desiderosi di raccontarci l'un l'altro i nostri pensieri. In macchina, sulla via del ritorno, è tutto un accavallarsi di parole sconnesse, scollate, di "non so come dire...", di "è stato come se... boh, strano!", di "aveva una voce...calma..." Finché qualcuno dice: "Parliamone sul giornale!". E qui le voci tacciono, in attesa.

Michele Righini

Un episodio del quale fu protagonista monsignor Angelo Poli, originario di Baffadi e vescovo della diocesi indiana di Allahabad, svela un aspetto poco conosciuto della figura e della vita di Padre Pio.

Giuseppe Poli, nato a Ca’ Rondino nel 1878, a 15 anni entrò nel noviziato dei Fadri Cappuccini assumendo il nome di Angelo. Nel 1901 fu ordinato sacerdote nella Chiesa dei Frati di Casola e nello stesso anno partì missionario per l’India. Nel 1917 diventa vescovo della diocesi di Allahabad, una delle più vaste dell’India, così che gli si presenta l’esigenza di poter disporre della collaborzione di un buon numero di missionari.A tale scopo nel 1920 torna in Italia per ‘reclutare’ dei confratelli, cercando anche in altre province che non avevano ancora una loro missione, come quella di Foggia. Dove  monsignor Poli si recò per ben due volte per conferire con Padre Pio, il quale già nel 1904, diciassettenne, aveva espresso il desiderio di andare in missione. Un deside rio al quale i superiori avevano sempre opposto un netto rifiuto e nei due colloqui che monsignor Poli ebbe con Padre Pio venne deciso un intervento, ma senza esito, del vescovo casolano presso i superiori per assecondare il desideri del frate pugliese. Il quale, deluso e amareggiato per non poter seguire monsignor Poli in India lo salutò chiedendo di essere comunque considerato idealmente uno dei suoi missionari.

Eccoci a presentare un nuovo gruppo di Casola, a dimostrazione che il nostro paese ha una buona tradizione di gruppi da mantenere solida.

Anzitutto chi siete?

Bè, che dire, siamo “cinque ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla”, no dai scherzo.. siamo 5 semplicissimi ragazzi che amano la musica(sfortunatamente siamo rimasti senza bassista)! ma anzitutto ci presentiamoci di persona! lorenzo cardelli come cantante,  martino menetti  e giacomo ricciardelli alle chitarre e filippo manfreda alla batteria! con l’aggiunta di un fonico d’eccezione ovvero edoardo santandrea! eccoci qua! molto immaturi per il momento ma in fondo ci sta !!

Il vostro nome è Little red riding hood, piuttosto bizzarro e, per chi non conosce l’inglese, piuttosto incomprensibile. Quale è la ragione di questa scelta?

Qui la faccenda è complicata! Cercavamo un nome originale e che catturasse l'attenzione della gente! Pensavamo alle grandi band cercando di capire se il nome era veramente ciò che distingueva una band! Subito quel nome pensavamo di averlo trovato nei “rewind”! Poi pensandoci su l'idea era banale e forse scontata... qualcosa facile da dimenticare! Così abbiamo pensato che magari un nome un po' più lunghetto fosse la chiave! Cosi dopo una lista interminabile di nomi impossibili abbiamo trovato quello più asssurdo, ovvero, “cappuccetto rosso” (in inglese) “little red riding hood”!!

Nei giorni 11-14 maggio Daniele Faziani è andato in trasferta in Belgio e più precisamente nella città di Anversa, presso il Conservatorio superiore di musica della città, per effettuare un master class di sassofono nella classe del maestro Hans De jong.

Che tipo di esperienza è stata?

Una bella esperienza professionale ed umana, certamente  non nuova  avendo già testato in altre sedi la pratica dei masterclass; tuttavia il contesto ed il luogo sono stati molto stimolanti ed utili, inoltre non mi era ancora capitato d'insegnare anche solo per pochi giorni il mio strumento in un paese straniero.

Che differenze hai notato tra la didattica dell'insegnamento dei due paesi?

Quello che ho potuto verificare è  sicuramente  un buon interesse  alla sperimentazione nel campo della musica contemporanea anche a livello didattico; per loro appare assolutamente normale suonare musica non necessariamente tradizionale.  La musica contemporanea in Italia fatica maggiormente a fare breccia perché patisce ancora un grosso carico di pregiudizio e molto spesso nei nostri conservatori la pratica di suonarla è più affidata alla buona volontà dei docenti che ad una convinzione didattica. È certo che per eseguire tali composizioni le difficoltà tecniche e le problematiche strumentali non variano da paese a paese perché gli studenti hanno caratteristiche d’apprendimento simili alle nostre. In parole povere se sei dotato, sarai bravo sempre e comunque, se non lo sei si sentirà in qualsiasi angolo del pianeta,a  prescindere da quale nazionalità appartenga l’orecchio che ti ascolta.

Alcuni quotidiani e riviste specializzate, riportando interventi di Beppe Sangiorgi,  hanno dato la notizia che Casola è interessata da un’importante scoperta nel campo della viticoltura. Abbiamo intervistato lo Storico Casolano per un approfondimento.

«Lo studioso Lucio Donati di Solarolo – spiega Beppe Sangiorgi - facendo ricerche sulla famiglia Santandrea del Casone ha portato alla luce un atto notarile del 1672 conservato all’Archivio di Stato di Faenza che cita “tre filari di Sangiovese” nel podere Fontanella di Pagnano; un podere oggi in comune di  Casola Valsenio, ma allora in comune di Brisighella. Normalmente in tale periodo nei documenti si citavano vigne e terre vitate, mai il nome del vitigno, ma in questo caso la proprietaria, Maria Alpi, vedova di Francesco Santandrea, concedendo in affitto la vigna al parroco di Pagnano si riservava “tre filari di Sangiovese” posti verso la casa e pertanto li doveva specificare indicando il vitigno. Donati, conoscendo il mio interesse per la storia locale, mi ha fatto avere una copia di tale atto perchè riferito a Casola, ma mi è bastato poco tempo per accorgermi che si trattava di una scoperta di notevole importanza per la storia della viticoltura romagnola, nazionale e mondiale, essendo il sangiovese il vitigno più diffuso in Italia e uno dei più diffusi nel mondo, ma le cui origini sono ancora misteriose».

Breve intervista al Presidente Antonio Giorgi:
Ci parli un po' dello spettacolo...:
"Il Teatro Sonoro con lo spettacolo “Ferondo e fra' Cipolla in tragicomica novella” ha proposto una rielaborazione personale del "Decamerone" di Giovanni Boccaccio, valorizzando il contesto in cui le singole novelle si collocano.
Nello spettacolo si sono trattati i racconti in maniera sceneggiata alternando lettura dei testi, musica, dialoghi e azioni teatrali."
Lo spettacolo è risultato divertente per il pubblico?
"Al di là del divertimento, gli spettatori hanno l'attualizzazione teatrale, in quei dialoghi che sembrano scritti per essere parlati.
La narrativa ospita dialoghi vivaci e veri, tratti dalla realtà parlata della gente comune."
Avete dovuto ridurre l'opera?
"Delle cento novelle scritte da Boccaccio in questa riduzione ne sono state contemplate tre, ognuna guidata da una logica perfida, tutta giocata sullo scherzo ordito dall'allegra brigata ai danni di un povero disgraziato di turno: il rozzo Ferondo, lo sciocco Calandrino e lo scaltro Fra' Cipolla."

Tra pochi giorni, sabato 10 maggio, saranno inaugurati i lunghi lavori di sistemazione ed allestimento della Grotta del Re Tiberio a Borgo Rivola. Un luogo che dopo molti anni tornerà quindi ad essere uno spazio accessibile, parte importante del patrimonio e della storia della valle del Senio. L'importanza della grotta del Re Tiberio, nella sua vita plurisecolare si è affermata principalmente in relazione alle ricerche che vi sono stati svolti agli albori delle scienze geologiche e dell'archeologia stratigrafica, facendo del luogo un caso di studio nazionale. Ben diversa è stata al contrario la sorte della narrazione che identifica la grotta stessa. Quella storia resistente e mutevole che da sempra ha identificato il luogo come la residenza del Re Tiberio, fuggito da Roma alla ricerca di un luogo sicuro dove poter scappare ai fulmini. Testimoniata per iscritto già negli anni a cavallo tra il '700 e '800, la storia ha da sempre incuriosito gli eruditi e gli aspiranti ricercatori, intenti a decostruirla a cercarne giustificazioni che potessero giustificare l'apparente assurdità di un Re che abita in una grotta. In questo clima d'incredulità, alla ricerca di qualcosa che spiegasse la presenza di quel toponimo, di quel nome Tiberio legato ad una grotta, sono state formulate molteplici ipotesi, tutte capaci d'allontanare la vecchia leggenda dall'antico imperatore Romano, fino all'idea che anche la stessa parola 'Re' altro non sia che la corruzione del termine dialettale per indicare 'Rio'. Inseguendo queste interpretazioni, negli anni il fantastico regno di Tiberio è diventato quindi il luogo di un equivoco, dove la narrazione era solo una favola assurda, una piccola storia narrata in un piccolo paese.

Eppure forse le cose non sono proprio cosi lineari e forse l'antica favola di Tiberio e della sua fuga dai fulmini, non è propriamente una piccola storia. La grotta di Borgo Rivola non è infatti l'unico luogo in Italia dedicato a Tiberio. Proprio partendo dai nostri gessi è facile trovare già a Tossignano un altra piccola grotta dedicata all'imperatore, e continuando nella valle del Santerno anche a Firenzuola lo scrittore Tito Casini registra all'inizio del secolo scorso un omonimo luogo anch'esso provvisto di una leggenda simile. Ma se per questi due casi si potrebbe pensare ad una facile e recende diffusione della storia, le cose si complicano quando troviamo gole e orridi dedicati a Tiberio tanto in Sicilia quanto in Lombardia.

Una delle vere novità casolane di questi ultimi anni, in ambito internet, è stato sicuramente il sito “Come eravamo. Fotostoria casolana” che raccoglie moltissimo materiale fotografico sulla storia casolana. Intervistiamo il suo autore Gian Paolo Sbarzaglia.

 Quando è nata l’idea del sito?

R: Fotostoria Casolana nasce quasi per gioco un anno fa, dopo aver riscontrato il notevole interesse scaturito dalla pubblicazione su Facebook di una serie di vecchie cartoline. Si trattava di cartoline di Casola Valsenio dal 1900 agli anni ’60  che hanno poi dato vita alla raccolta “60 ANNI DI SALUTI DA CASOLA VALSENIO IN 100 CARTOLINE (1900/ 1960)”. Dal successo delle cartoline nasce l’idea di Fotostoria Casolana, per raccontare il nostro passato attraverso le immagini e lo vuol fare senza pretese, in un modo molto soft, leggero, poco più che un gioco, come abbiamo scritto nella presentazione dei siti.

Siamo in attesa dell’uscita dei biglietti, tensione alle stelle. Un unico sito abilitato che controlla praticamente tutte le vendite di biglietti di qualsiasi genere in Italia. Ripeto unico.
La messa in vendita dei ticket è prevista alle 11 in punto.
Come tiratori scelti si appostano al computer un paio di noi. Io sono molto più tranquillo: impossibile che a San Siro finiscano in un paio d’ore tutti gli ingressi disponibili. -San Siro è grande!- mi son detto.
Ore 11 e 1 secondo.
Biglietti Esauriti.
Ma come.
80.000 biglietti?

“Un imprenditore serio non deve pensare solo all'immediato, ma mettersi in opera guardando al domani, avendo come orizzonte figli e nipoti. Questa mentalità è vincente; chi mi lavora accanto comprende che questa visione positiva del mondo è in grado di generare buoni frutti per il presente e un terreno fertile per il domani”.

Letta fuori contesto potremmo prendere questa frase per la dichiarazione di intenti di un giovane che si va lanciando con entusiasmo e un pizzico di idealismo nel famelico mondo degli affari. L'affermazione si trova invece nelle pagine conclusive del libro Franco Tozzi. Qualcosa abbiamo fatto, pubblicato dalla casa editrice Itaca di Castel Bolognese, in cui il giornalista e scrittore Fabio Cavallari (ma su chi sia l'autore diremo due parole più tardi...) racconta l'avventura imprenditoriale del casolano Franco Tozzi, che di anni ne conta oggi 77 (e quindi giovane, con tutta la buona volontà, giovane non può essere definito) e che quell'aspirazione è riuscito a metterla in pratica e allo stesso tempo a mantenerla come ideale da perseguire, dal momento che continua a guidare la propria azienda con la filosofia della continua ricerca di nuove sfide e nuove soluzioni con cui vincerle. Prova ne sia la bici a idrogeno citata nel titolo del nostro articolo, non una curiosità fine a se stessa ma una delle tante novità che il Gruppo Tozzi sta sperimentando in vista di più ampie applicazioni future.

Il 20 febbraio 2014 il Teatro Sonoro porterà ad Imola un vera perla «Io, Adriano: nessuno» interpretato da Enrico Vagnini.
Lo spettacolo condensa, in 12 quadri o stazioni, l'essenziale del grande affresco storico in cui Marguerite Yourcenar dà voce ad Adriano, romano imperatore del 2° secolo dell'era volgare. Su quell'epoca storica Gustave Flaubert si era così espresso:" Quando gli dei non c'erano più e Cristo non c'era ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, vi è stato un momento in cui è esistito l'uomo, solo." Nel romanzo di Marguerite Yourcenra l'imperatore, ormai prossimo alla conclusione della vita, immagina di scrivere una lettera al suo successore Marco Aurelio il filosofo, nello spettacolo invece Adriano si rivolge direttamente a noi, sui posteri di un 21 secolo in cui, forse più di allora, incombe la fine del mondo, rievocando la propria esistenza attraverso folgoranti riflessioni sul potere e la libertà, sull'azione e la conteplazione, sull'egoismo e sull'amore e in fondo sul senso stesso della vita.
Prossimamente gli artisti del progetto Roaring saranno a Formigine (MO) il 7 febbraio 2014 per una raccolta di fondi in favore delle famiglie colpite dall'alluvione.