Il Parco della Vena del Gesso, nonostante la sua limitata estensione, non finisce mai di stupire. Questa importante area carsica dell'Emilia Romagna oltre alle esplorazioni speleologiche, ci regala infatti spesso nuove e importanti testimonianze storico-archeologiche. Che molte delle grotte presenti in questo territorio conservino tracce di frequentazione umana non è mai stato un mistero, ma dopo la scoperta nel 2011 del ruolo giocato dall'estrazione del Lapis Specularis durante l'età romana, molti siti hanno subito importanti rivisitazioni e approfondimenti. Dopo ampi studi abbiamo oggi l'immagine di un luogo in cui la vocazione mineraria ha giocato un ruolo importante almeno per alcuni secoli. Eppure molte delle tracce presenti in diverse grotte conservano ancora un alone di mistero apparentemente di difficile interpretazione. Alla luce di tutto questo, e partendo dall'idea che forse anche in questi casi si potessimo trovare davanti a testimonianze di attività estrattive o comunque legate alla ricerca di risorse naturali, nel 2018 ho avviato una survey in alcuni siti. Una revisione critica di alcuni contesti ipogei, alla ricerca di marcatori e tracce che potessero spiegare una tale frequentazione. Ovvero cercando di identificare un pattern o dei marcatori comuni e la presenza di una qualche risorsa naturale utilizzabile. Inaspettatamente attraverso una minuziosa osservazione dei tre siti archeologici ipogei presi in esame, nello specifico Grotta del Re Tiberio (ER RA36), Grotta della Tanaccia (ER RA114) e Grotta dei Banditi (ER RA384), è emersa una diffusa presenza di tracce di lavorazione che interessavano i sedimenti argillosi, i riempimenti limosi e gli interstrati tra i banchi di gesso. Queste tracce, diverse e da non confondere con quelle lasciate dall'attività speleologica di scavo e d esplorazione, permettevano di riconoscere tanto l'utilizzo di strumenti di metallo quanto altri di forma ignota, ma interessavano sistematicamente i sedimenti contenenti abbondanti ossidi e idrossidi di ferro e manganese. Queste mineralizzazione, diffuse nella serie gessosa, conferiscono spesso a questi fanghi un caratteristico colorito giallastro, rossiccio o bruno. A questo punto è stato facile identificare in questi fanghi una discreta presenza di ocra allo stato nativo. L'ocra, nelle tonalità dal giallo fino al marrone, rappresenta da millenni una risorsa fondamentale in molteplici contesti umani. Si tratta infatti di uno dei primi e più usati pigmenti a scopo decorativo, artistico e rituale. Cennino Cennini, importante artista vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, in un suo trattato sulle tecniche e i materiali usati nella pittura, cosi ci racconta la sua ricerca di questi pigmenti in una grotticella nella Val d'Elsa a sud di Firenze. “...in una grotta molta salvatica, e raschiando la grotta con una zappa, io vidi vene di più ragioni colori: cioè ocria, sinopia scura e chiara, azzurro e bianco... Ancora in nel detto luogo era vena di color negro.” Per il periodo romano, numerosi autori classici, tra cui Plinio e Vitruvio ci raccontano tecniche e modalità estrattive di questi pigmenti, nonché i processi di depurazione e cottura degli stessi. Sempre in ambito romano è arrivata fino a noi, tramite La Mappae Clavicula, la descrizione del pigmento noto come Lapis Fissus, più tardi conosciuto come Terra d'ombra. Un idrossido di manganese particolarmente scuro di cui troviamo abbondanti depositi proprio tra i sedimenti presenti nella grotta di Tiberio. Anche le altre due grotte hanno restituito sedimenti utilizzabili come pigmenti, mentre il confronto con le ricerche realizzati nella Grotta della Monaca, in Calabria, uno dei pochi studi sulle antiche miniere d'ocra, sembrano conferire consistenza all'ipotesi. Proprio da questo confronto è maturata infatti l'ipotesi che anche alcune ulteriori tracce di difficile interpretazione possano legarsi all'attività estrattiva. In particolare la presenza di una sistematica distruzione di concrezioni e crostoni concrezionati nella Grotta dei Banditi, potrebbe essere la traccia proprio di una modalità estrattiva documentata nella grotta calabrese. Per verificare la resa dei pigmenti raccolti, dopo aver depurato e macinato il materiale grezzo, ho realizzato con leganti a base di albumina, prove di colore sia su pietra che su legno. I composti coloranti ottenuti sono risultati perfettamente utilizzabili dal punto di vista artistico. I siti oggetto della survey, hanno una importante storia di scavi archeologici e attraverso i reperti ritrovati, testimoniano una frequentazione protrattasi lungo un ampio arco temporale, principalmente compreso tra l'età del bronzo e l'età romana. Allo stato attuale è impossibile determinare meglio l'entità, l'importanza e la continuità che potrebbe aver avuto l'estrazione dell'ocra in questi luoghi. Appare però fuori di dubbio che una tale risorsa possa aver giocato un ruolo non secondario nella frequentazione di alcuni contesti, magari anche intrecciandosi con altre motivazioni sociali o rituali. A questo punto, c'è da sperare che ulteriori ricerche possano confermare una tale ipotesi. Anche alla luce della recente candidatura delle aree gessose dell'Emilia Romagna come patrimonio Unesco, la presenza di questa nuova potenziale testimonianza storica non potrebbe che arricchire ulteriormente il valore di questa piccola ma importante area carsica.

 

Andrea Benassi

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