Parole allo specchio

Al di là del mare le terre bruciano

bruciano le case, i campi, i raccolti, le provviste.

Al di là del mare qualcuno piange, ma noi non lo sentiamo

Noi non lo ascoltiamo

Al di là del mare qualcuno scappa

E corre più veloce che può

Le mani si uniscono, si aiutano, si fanno forza.

Una mano grande può contenere una mano piccola, che arranca, che fatica.

A volte alcune mani restano sole e si fermano.

Al di là del mare qualcuno lascia tutto, prende con sé quel poco che può essere utile

Che può servire al di qua del mare.

Al di qua del mare in molti tendono le mani

Stringono le mani più piccole, quelle affaticate, quelle rovinate dal sole e dalla salsedine

Al di qua del mare in tanti, in troppi, non muovono le loro mani

O vorrebbero usarle per brandire bastoni e ricacciare quelle mani da dove sono venute.

Noi siamo di qua dal mare

Noi abbiamo la fortuna di esserci nati, di esserci approdati, di esserci arrivati.

Come si può abbandonare qualcuno in mezzo al mare?

Come si può tollerare di rispedirlo al di là del mare?

A.R.

Aloha, Hawaii...

A cambiare tutto, fu semplicemente la magica visione del tramonto sull'oceano. Dell'orizzonte che incendia e colora di rosso, il silenzio che precede la notte. Isola di O'ahu, quella di Honolulu e Big Island, quella del grande vulcano.

Fluttuanti come piccole lanterne, scesero il cielo e si appoggiarono dolcemente sull'acqua che circonda quelle insieme di rocce vulcaniche, che galleggiano in mezzo all'Oceano Pacifico.

Qui, la natura, ha uno spirito indicibilmente grande. Alcuni scorci, sono come piccoli momenti magici del sentimento che nasce, e si dilata all'infinito. Ci sono angoli che creano una molteplicità di suggestioni, significati. E se la nostra esistenza stesse tutta qui?

A parole, è difficile spiegare anche solo parte di questo. Meglio rimanere zitti e farselo raccontare dalle donne Hawaiane e dalle loro danze tradizionali. Alcuni passi base, sinuosi fianchi ondulanti e pose simboliche che rievocano fenomeni naturali o soggetti storici e mitologici. “Hula”, è una di queste, e presenta intricati movimenti di braccia, all'apparenza molto semplici, che sembrano muoversi come le onde del mare. Una pantomima che racconta una storia, solitamente ballata e accompagnata dal battito ritmico di percussioni e da canti tradizionali. In queste movenze, c'è odore di mondo.

Town rock o rock di paese: quel genere di musica che nutre la mente dei suoi abitanti e di chi ne coltiva l'ascolto con un malinconico senso di perdita. Un approccio agricolo che non dipende da logiche di mercato, ma da un sentimento di puro amore e rispetto per la musica.

Ci sono le storie vere. E le storie vere straordinarie. Questa, è una storia.

La gente aveva bisogno di avvicinamento, di dialogo, e non di tecnologia e legami virtuali. Lo scorrere dei giorni era complessità e disorientamento di vivere un eterno presente. Un perenne letargo esistenziale alla ricerca di un equilibrio tra vita e lavoro.

Uscirono dalla cronaca di quei giorni, parlando dei misteri che muovevano le loro vite. Forse mossi da qualcosa che li spinse ad aggrapparsi all'esistenza, e non lasciarla andare. Le loro vite, non erano come un servizio fotografico. Ma confidenza, senza conseguenza.

Da quel giorno, prese vita un'allegra follia, una meravigliosa astensione da ogni tipo di intrattenimento sociale, un respiro leggero e finalmente libero. Era il nostro concerto. Proprio nel nostro piccolo paese. Esattamente dove non c'è mai nulla. Nessun altrove geografico, proprio qua.

Fino a quel giorno, le loro vite erano scure e grigie, come l'asfalto dopo una pioggia improvvisa. Uscirono, per un po', da quell'immobilità da portone in un palazzo anonimo.

Serviva trovare un posto, gente che volesse suonare. Era necessario avere voglia di fare. Non c'era un soldo, ma non era un impedimento.

“Alti volteggeran nel vento, d'abilissimi alfieri, gli stendardi”. Così, riporta parte del bando del Palio di Faenza.

Certo è, che gli occhi di un bambino, riescono a sconvolgere il nostro accomodamento con il mondo. Anche dall'altra parte dell'emisfero, sottosopra, in un piccolo puntino dell'Australia, Ingham e dintorni. Nel Queensland, una regione gigantesca.Un enorme distesa di campi di canna da zucchero. Non una zona infarcita di palmizi e immaginari turistici. Piuttosto, un centro rurale fuori dal mondo. Lontano, lontanissimo.

E così, nell'epoca delle testimonianze digitali, un gruppo di avventurieri è partito all'arrembaggio per questa destinazione. Un fantomatico ordine di una ventina di persone tra sbandieratori (provenienza Faenza/Reggio Emilia), musici (provenienza Faenza/Lugo/Bologna) e affini (provenienza Faenza). Sbarcati all'aurora di una fine di luglio, dopo aver attraversato mezzo mondo, per portare la propria tradizione, i propri colori, il proprio spettacolo. Apprezzato, emozionante, applaudito. Una valida collisione di culture.

Base Ingham. Un paese piccolo, molto vasto. Nato all'interno di enormi distese di campi di canna da zucchero. Tagliato dai binari dei treni che lo attraversano per la raccolta. Costruito a lato della strada che gira  tutt'attorno all'Australia. Guardato a vista dalla notte, dal silenzio, dalla solitudine. Preso in ostaggio dalla natura, dai fondali dell'inconscio, da ciò che per noi non è abituale. Un piccolo paese, il cui armamento più potente, è rappresentato dalle storie delle persone che hanno scelto di fermarsi qua. Parole, sguardi, strette di mano, abbracci che rimodellano ed elaborano la versione di noi stessi. Spiazzandola, spostandone i confini. Da fiaba, l'esistenza di una scuola con due alunni, fratello e sorella, più sette insegnanti.

LoSpekkietto ha da sempre dato spazio agli artisti locali che si cimentano nelle forme d’arte a loro più congeniali. Per questo numero abbiamo deciso di presentarvi la penna e la matita di Stefano Poggi di Borgo Rivola, conosciuto come una delle menti della società dei carri Extra. Ho parlato di penna e matita per dire che Stafano non solo è l’autore del racconto ma ne è anche l’illustratore. Alla mia domanda  quale racconto illustrato gli sarebbe piaciuto  pubblicare, ha risposto senza esitazione, Lo sparviero delle Stelle.

 

LO SPARVIERO DELLE STELLE

L’SM 79 “Sparviero” del babbo di Tonino era partito con il suo carico di siluri verso l’Africa, per dar fastidio a quegli inglesi che, senza saperne il motivo, andavano mandati via da lì. Non era bastato dirglielo, serviva proprio che ci andasse suo babbo; d’altronde anche quando a lui chiedevano di fare qualcosa non la faceva mai, ma nessuno lo aveva mai minacciato con gli aerei. Il fatto è che se anche era così lontano, probabilmente aveva saputo che aveva marinato la scuola, perchè era da un pò che non gli rispondeva alle lettere. Che fosse arrabbiato sul serio? E dire che aveva tante cose da dirgli! Sentiva sempre solo parlare della Guerra, ma lui voleva raccontagli di Agnese, di com’era bella e di come quasi l’aveva salutata l’altro giorno. Quasi non era mica poco, visto che lei era bella bella, con i genitori con il macchinone e i soldi, almeno così dicevano tutti. Suo babbo salutava tutti in modo strano e impettito, non capiva il perchè ma tutti avevano paura di quella famiglia li. Non capiva come visto che a lui, Agnese, non faceva paura per niente. Anzi. Lo faceva sentire perso, ma non aveva paura. Ecco si, quando guardava le sue lentiggini si sentiva sperduto come un omino nello Spazio.

Ciao a tutti sono Pietro e vi racconterò  le mie vacanze estive. Prima sono andato a un matrimonio a Cambridge perché la nostra ragazza au pair, Bethany, si è sposata. Io se devo dire la verità non c'ho capito niente mi ha suggerito tutto babbo, dopo abbiamo fatto una bellissima festa ( l'unica cosa  brutta è che abbiamo pranzato alle17.00 ) a cena c'era l'hamburger poi c'erano le chicche gratis ne ho mangiate tantissime (forse anche troppe!)  Il giorno dopo siamo partiti per Londra: era già la 2^ volta che ci andavo ma io non mi ricordavo niente! Però quasi tutta Londra io e mio fratello siamo stati fermi a fotografare macchine prestigiosissime. A Covent Garden ho perfino fatto l'aiutante di un mago-pagliaccio che faceva uno spettacolo. Solo che  mi dava le istruzioni in inglese e mio babbo ha dovuto tradurmi tutto. Poi siamo andati in Normandia col traghetto da Portsmouth. Pioveva spesso! Io però mi sono emozionato a vedere le spiagge degli sbarchi con tutti I carri armati e cose del genere. Mi sono molto divertito.
Pietro Righini
La capsula di un momento. Quella che due amici aprono, a cavallo della propria bicicletta, in un giorno sobriamente vestito da giorno qualsiasi. A Casola, con le colline attorno illuminate dal sole ed il cielo leggero e volatile. In una parte dell’esistenza occupata anche da yogurt da comprare con la scadenza più lontana, piante da innaffiare, cose da fare, telecomandi da premere sempre più annoiati. Oh vecio, qua gli scoiattoli non li abbiamo ancora visti! La discussione, seppur breve, non è di quelle assurde che si fanno su internet. O forse sì! Però è più bella, coinvolgente e parlare con un amico, medica anche il cuore. E se chiudiamo il centro di Casola alle auto e ai motorini?
Ciao,
finalmente un po’ di sole. E’ vero, stiamo bene qui, meglio che altrove. Ogni volta che scambiamo due parole, possiamo ascoltare anche il respiro di ogni frase. Facciamo due passi, camminiamo. Amiamo questa dimensione, il tempo lento, la luce che ti socchiude gli occhi, l’aria che perde il suo peso e che vince con il suo profumo.
Quando viaggi per lavoro è tutto diverso.
Lo capisci già all’atterraggio dell’aereo perché nessuno fa l’applauso.
Gli aereoporti sono quasi tutti uguali, capisci dove sei realmente solo quando vai al cambio monete. La valuta locale in mano ti conferma che sei giunto alla destinazione giusta e che il pilota non si è addormentato, dopo 12 ore di volo scopri che sei a Johannesburg e non a Santiago del Cile.
Forse è solo un tentativo istintivo di non rassegnarsi al degrado. Quelle case che il marcio comincia ad abitare, e quella struttura che mai è stata utilizzata, sono piene di tacito malumore. Le prime sono poco distanti dal cimitero, la seconda, è nel parco nato sulle gloriose ceneri del vecchio campo sportivo. Dovevano essere abitazioni, doveva essere lo spogliatoio del campo da tennis/calcetto. Sono carcasse vuote, piene di amarezza. Si spera sempre di veder qualcun altro agire per nome e per conto proprio. Se uno si chiede dov’è il progresso e quale sia la sua essenza, bè, sicuramente non qui. Più facile tacere e guardare altrove.
Anno nuovo, vita nuova.
Sarà per colpa di questi vecchi proverbi...sarà perchè dobbiamo ritualizzare, celebrare, “cerimoniare” le cadenze del tempo, perchè il tempo non scada di valore.
Sarà perchè quando c’è qualcosa che finisce dobbiamo necessariamente dare inizio a qualcos’altro...
Date che misurano i passaggi della vita. Giorni che hanno un’identità per distinguersi da tutti quegli altri, sommersi nelle pieghe del quotidiano.<
La celebre scrittrice, intervistata da Bethany Marston*

Edith Bruck, nata nel 1932 in Ungheria, e' una donna meravigliosa. Io sono in grado di dirlo, perché l’ho conosciuta personalmente la scorsa estate.
E' meravigliosa perché ha scritto libri e poesie in una lingua non sua, e' meravigliosa perché queste opere hanno vinto vari premi, ma, sopratutto e' meravigliosa perché queste opere parlano della sua vita, del suo passato inspiegabile, la Shoah. Parlano della sua, meravigliosa, sopravvivenza.
Natale è vicino: si fa ordine in casa! Oh, la stupefacente energia che ci prende quell’unica volta all’anno, in casa nostra! (di solito le pulizie si fanno a Pasqua!)
Improvvisamente si fa largo la voglia di rimettere un po’ a posto quel gran bazar che è la nostra dimora.
E’ così che si notano (e si raccolgono) quelle 20/25 sciarpe che circolano nei posti più impensati, come innocui serpenti colorati.
Oggi ho scoperto cosa significa il detto “alzarsi con il piede sinistro”. E’ domenica 10/10/2010. anche alla TV hanno detto che il 10 è un numero perfetto. Prima della Tv lo diceva anche quel brav’uomo di Pitagora, che di numeri s’intendeva assai.

Fuori ottobre splende, a Casola c’è la Festa dei Marroni, anche se tutti vanno a Palazzuolo.
Casola Valsenio d’estate. E spesso, a rotolare per il paese, sono veramente le balle di fieno che arrivano direttamente dal west. Anche la civiltà, scompare. Le sedie dei bar sono vuote. La piscina è il rifugio per chi non deve rimanere a casa. Il tempo è lento, il volume è basso.