Quando viaggi per lavoro è tutto diverso.
Lo capisci già all’atterraggio dell’aereo perché nessuno fa l’applauso.
Gli aereoporti sono quasi tutti uguali, capisci dove sei realmente solo quando vai al cambio monete. La valuta locale in mano ti conferma che sei giunto alla destinazione giusta e che il pilota non si è addormentato, dopo 12 ore di volo scopri che sei a Johannesburg e non a Santiago del Cile.
Per ora sono ancora solo davanti alla stewart del cambio, è il mio turno e ho bisogno di certezze, spaesato, preparo una mucchia di bagagli che mi fanno da scudo dietro la schiena quasi a nascondere il fatto che ho molti soldi in mano, come se nessun malintenzionato attento a scegliere la prossima preda, sapesse cosa sto facendo.
Ovviamente, nonostante abbia imparato che è meglio girare con pochi liquidi per non dare nell’occhio, cambio troppi soldi e mi ritrovo col portafoglio grosso grosso, come quello di un benzinaio a fine giornata.
Spingo a forza il mio forziere nello zainetto mentre mi guardo attorno per trovare il mio autista.
In mezzo a nomi fatti solo di consonanti vedo con piacere “Mr. Cenni Matteo”, già mi sento a disagio perché il prefisso “Mr.” forse implica il fatto che dovrei indossare una cravatta, ma come alzo gli occhi e vedo la mia autista capisco che forse mi faccio troppi viaggi mentali.
Janette è magra come un chiodo, ha le gambe secche secche, talmente secche che mi chiedo come faccia a star su il cartello col mio nome. Assomiglia alla nonna di Crocodile Dundee, ha gli stessi bermuda a mezza gamba e un cappello da cow-boy beige di pelle secca di vacca, più o meno la stessa consistenza della sua faccia.
Mi accoglie gridando “Welcome in South-Africa” con la stessa cadenza che sentii circa 20 anni fa quando Suor Gianna organizzo la gita a Gardaland e ci fece ricevere dal drago verde Prezzemolo direttamente all’uscita del pullman.
Arrivo alla macchina e salgo da destra, lei sorride e mi chiede se voglio guidare io, prima figuraccia da turista, le macchine in Sud Africa hanno la guida al contrario.
Janette rompe il ghiaccio, il viaggio da Johannesburg a Pretoria durerà un paio di ore, mi dice immediatamente e con una certa verve che è l’unica autista bianca della zona, lei è molto orgogliosa di questo, la voce nel dirmelo è ferma e decisa quasi sfidasse il mondo intero. All’inizio non diedi peso alla cosa, 20 giorni dopo capirò che fu come se avessi incontrato l’equivalente dell’unico “Vu cumprà” bianco in Italia.
Il mio alloggio è in una zona turistica, l’albergo è pieno di vetrate luccicanti e palme, ma recintato con un muro alto 3 metri e filo spinato, sembra una fortezza, manca solo la torretta con la mitragliatrice, è un misto di accoglienza e militaria come la reggia dei generali tedeschi attaccata dalla “Sporca Dozzina”.
Il proprietario è bianco, si chiama C.J., personaggio molto noto in zona, la servitù è nera e si chiamano Stewe, Jawad, Talawa, Majar, ma sono l’unico ospite ad averlo scoperto.
Mi preparo la cena e vado a letto, domani mi aspettano alla N.E.C.S.A. , una delle centrali nucleari più grandi tra le numerose del Sud Africa.
Marius mi aspetta alle 7, lo conosco già perché era venuto in Italia a fare i test sulla macchina che dovrò montare, sarà lui il mio cicerone nei giorni successivi.
Dopo poche miglia di autostrada prendiamo una strada secondaria in mezzo alla vegetazione. Gli alberi sono più bassi dei nostri ma il sottobosco e l’erba sono alti e fittissimi, l’habitat giusto per l’agguato dei predatori.
Scolliniamo e intravedo le 2 torri di raffreddamento della centrale nucleare, imponenti e fumanti, Marius inchioda e io quasi vomito la colazione di uova e pancetta, “maledetti facoceri” esclama, “ho già cozzato 3 macchine in 2 anni per evitarli”, a me non sembra vero: Pumba esiste!
Per la prima volta Quark non è fantascienza.
Piero Angela acquista improvvisamente valore, forse era invidia mia verso quel saccente personaggio, pensavo che tra tutte le cose che noi telespettatori non vedremo mai, ci infilasse anche qualche minchiata ad effetto, tanto noi non potevamo verificarlo.
Ora tutto era reale.
Il viaggio prosegue e le torri sono sempre più vicine, incontriamo i Kudu, cervi grossi come cavalli, le scimmie dai curiosi genitali blu chiamate appunto “Blue balls monkey” finché Marius impreca
perché la zebra è ferma a brucare nel suo parcheggio, si attacca al clacson come in centro a Napoli e il fantastico mondo di Quark svanisce, scappando in tutte le sue forme verso l’erba alta.
I controlli alla centrale sono ferrei, scendiamo dalla macchina, mi registrano, mi prendono le impronte digitali, mi fanno le foto davanti, di profilo, praticamente come quando ti arrestano.
Tutto il personale è nero, in divisa, l’atteggiamento è come quello di chi sa di avere un ruolo importante, in realtà chi mi controlla il pass non sa nemmeno leggere, me ne accorgo dal fatto che sovrappone su un vetro il mio pass alla lista di nomi che ha, come facevo io quando copiavo i disegni di tecnica alle medie. La Santandrea non guardava mai le linee di costruzione, Dino Dardi se ne accorgeva in un secondo.
Chiedo spiegazioni a Marius “Sono tutti stupidi”, mi dice “è la legge che ci impone di assumere il 90% di persone di colore, ma non sanno fare niente, in pochi leggono e scrivono.”
Più volte mi scontrerò con Marius a cena sull’argomento, ma per rispetto non insisto a lungo, cerco di capire, speranzoso di scoprire che esiste una verità diversa dalla mia.
L’argomento è molto complesso e forse non sono in grado di comprenderlo del tutto.
L’idea che mi sono fatto è che Marius non è razzista, anzi è uno dei pochi bianchi che ho visto convivere alla pari con tutti.
Il problema reale del Sud Africa è che si è passati dall’appartheid all’integrazione forzata in pochi anni, dove le leggi obbligano la convivenza e la parità dai ruoli tra due popolazioni evolute in maniera diversa.
L’esempio che mi ha fatto Marius è questo: immaginate che per 10 anni i bianchi sono andati a scuola guida e hanno fatto pratica e i neri per 10 anni sono andati a piedi. A un certo punto lo stato ha dato una macchina a tutti e ha detto girate insieme per la strada, è chiaro che chi ha avuto modo di imparare sa guidare e chi a girato sempre a piedi sbanda.
Marius è convinto che l’integrazione forzata sia dannosa e controproducente, io sono convinto che finché non ci saranno un paio di generazioni di bambini bianchi e neri che andranno dall’asilo all’università insieme, non ci sarà integrazione. Questo ancora non avviene, una volta c’era la selezione in base al colore della pelle, oggi la selezione è economica: le scuole sono aperte a tutti ma solo i bianchi e pochi neri benestanti si possono permettere quelle di qualità.
La N.E.C.S.A. , Nuclear Energy Company of South Africa, così si chiama la compagnia, è immersa nel verde, nascosta come una Eldorado tra le colline.
Tutte le aiuole sono in ordine e piene di fiori colorati, fa un certo effetto vedere passare muletti con grosse botti di cemento, contenenti sorgenti radioattive di tecnezio.
La centrale è stata costruita nel 1967 dai francesi, ha un reattore principale per produrre corrente elettrica ed un reattore secondario per produrre radio-farmaci, quelli cioè che si utilizzano per l’identificazione e la cura dei tumori.
Il mio ruolo qua è installare una cella per la ricerca, un prodotto che per l’Italia non va molto.
Verifichiamo l’attrezzatura accuratamente ricercata da Marius, mi fa vedere la mia lista punto per punto, come se io non conoscessi la differenza tra un cacciavite a stella e una chiave inglese. Per lui è stato molto difficile trovare attrezzi in misure metriche perché loro hanno tutto in pollici, per cui mi mostra tutto come un trofeo di caccia.
Gli faccio i complimenti e mi informo se è arrivato il container con i macchinari da montare.
“Pronto? Pronto? A Durban? Come ancora a Durban!”
Durban è una città portuale a sud-est dell’Africa, affacciata sull’oceano indiano, dista 600km da Pretoria, faccio due conti e mi immagino che in una giornata arrivi il camion, Marius ride “Remeber you’re in Africa”, ricordati sei in Africa. Ci vorranno 4 giorni.
Passo 4 giorni da turista, se lo avessi saputo avrei applaudito all’atterraggio, visito le grotte in cui trovarono ominidi australopitechi, faccio un rapido safari in una farm-ville dove accarezzo addirittura un leone, vado allo zoo dei rettili dove mi insegnano come comportarmi davanti ad un cobra e concludo al casinò di Johannesburg.
La costruzione più assurda di Johannesburg è il casinò.
Lo ha fatto un italiano, non ricordo il nome, mi basta sapere che è italiano.
Date disponibilità monetarie illimitate a un architetto italiano e salta fuori la perla.
A volte penso che il fatto che l’Italia non abbia soldi sia un vantaggio, possiamo non realizzare idee folli, cosa che lasciamo fare ai ricchi oltrefrontiera.
Davanti a me c’è una costruzione imponente che riproduce il Colosseo quasi a grandezza naturale, è un parcheggio auto multipiano. I gladiatori si rivolteranno nella tomba, comunque più spaziosa di una Fiat 500 nuova.
Sfarzo e lusso ovunque, hanno ricostruito una tipico borgo italiano al coperto con tanto di cielo finto proiettato sul soffitto che cambia colore differenziandosi tra giorno, notte e fasi intermedie.
Il tutto curato nei dettagli con tanto di nidi di rondine finti sotto i coppi.
All’ingresso un controllore mi fa passare nel metal detector e si insospettisce vedendo che non ho con me una pistola. Dopo svariati controlli e numerose palpate, prolungate al punto da mettere in me il dubbio sui suoi gusti sessuali, si rende conto che effettivamente sono disarmato e avvisa il collega del deposito armi la mia condizione di pazzo.
Un bianco disarmato, là fuori, tra i neri. Fuori, perché dentro ce ne sono davvero pochini.
Slot-machine e croupier tengono la scena e dopo una cena italiana costosissima offerta dai contribuenti sudafricani e una foto sopra una vespa cementata al pavimento, mi ritiro in albergo. Domani arriverà il camion.
Le operazioni di scarico sono a carico della N.E.C.S.A. che fornisce 2 capi squadra ovviamente bianchi e 6 manovali di colore. Subito capisco che la 626 in Sud Africa indica più la provabilità del numero di infortuni al secondo più che le norme di sicurezza.
Sto lontano dalle operazioni, non tanto perché non sono a carico mio, più per istinto alla sopravvivenza. In breve tempo tutti i pallets sono in fila vicino al luogo dell’installazione, i due feriti, lievemente, premiano comunque la mia scelta di starmene alla larga.
Le operazioni di montaggio proseguiranno nei giorni, i miei 4 giorni da turista si tramuteranno in giornate da 14 ore lavorative compresi festivi ricordandomi che c’è poi poco da applaudire quando atterri per lavoro. Il tutto fino all’ultimo giorno: collaudo e partenza.
Io e Marius arriviamo presto di modo che la zebra possa spostarsi sui parcheggi a fianco ancora liberi. Preparo tutto per spiegare il funzionamento dei macchinari e tra un gruppo e l’altro esco a prendere una boccata d’aria. Mentre distribuisco il mio lunch-box alle scimmie, dopo 20 giorni la cucina romagnola mi manca molto, compare davanti a me un vecchio ricurvo con un fardello di legni sulla schiena, è talmente curvo che gli vedo solo i graffi sulla coppa.
Ha un passo lento perché il terreno è in salita ed il carico sembra pesante, è una sorta di Tribolla di colore che sale la Calgheria e mi chiedo se anche la sua legna si trasformerà in preziosi manici di badile, pratica in cui Tribolla era maestro.
La N.E.C.S.A. è immersa in un parco naturale di 30km quadrati e non sembra esserci un grosso bisogno di manici di badile, Marius mi spiega che Mapoula, così si chiama l’uomo sotto la catasta, tutti i giorni è incaricato di raccogliere campioni di legna, foglie, escrementi di animali per tutta l’area del parco al fine di verificare eventuali contaminazioni radioattive. Tutti i giorni i campioni vengono analizzati per vedere se l’inquinamento è pari a zero, non un decimale in più, questo perché la N.E.C.S.A. è una centrale nucleare in un parco naturale e la legge è severissima.
Questa realtà è un grande esempio di sviluppo sostenibile, l’insaziabile bisogno di energia dell’uomo che si sposa con il rispetto per l’ambiente, parte dei guadagni che vengono obbligatoriamente reinvestiti nella salvaguardia e ripopolamento delle zone danneggiate dal bracconaggio, un rispetto per l’ambiente che ho visto radicato sinceramente dentro i comportamenti delle persone, grazie alla loro capacità di sentirsi parte della natura.
Nonostante le immense contraddizioni del Sud Africa, dove si alternano le squatter house dei neri ai residence recintati e vigilati dei bianchi, non manca mai un contatto viscerale con la natura che ti fa respirare comunque qualcosa di diverso, come se l’istinto animale dell’uomo passi oltre tutto e sia ancora in grado di parlarti nel cuore, dove la civilizzazione rappresenta inferno e il verde paradiso, come se la Terra ci volesse far notare quanto era bella prima che i nostri ideali la sporcassero, cos’ha costruito lei e cosa abbiamo edificato noi con le nostre disuguaglianze.
Tutto vorticosamente a pochi metri l’uno dall’altro ci fa notare l’avidità umana, ci fa comprendere come siano concatenati lo sviluppo sfrenato e gli ideali razzisti, come a gridarti “Ma non vedi le conseguenze delle tue azioni?”.
Questa è l’Africa e la sua capacità di riportarci alle origini è la cosa che mi ha stupito di più, civiltà e natura, bianco e nero, due opposti estremi, talmente estremi da poter creare però un maestoso equilibrio, l’ho visto negli occhi di Mapoula, sorpresi, da un bianco che gli rivolge la parola, commossi, quando capisce che apprezzo la sua mansione, lì ho visto che è possibile, l’uomo può rispettare la natura e deve rispettare la natura dell’uomo, lì avviene la metamorfosi, lì nasce il punto di equilibrio dove il bianco è il nero e il nero è bianco.

Matteo Cenni
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