La celebre scrittrice, intervistata da Bethany Marston*

Edith Bruck, nata nel 1932 in Ungheria, e' una donna meravigliosa. Io sono in grado di dirlo, perché l’ho conosciuta personalmente la scorsa estate.
E' meravigliosa perché ha scritto libri e poesie in una lingua non sua, e' meravigliosa perché queste opere hanno vinto vari premi, ma, sopratutto e' meravigliosa perché queste opere parlano della sua vita, del suo passato inspiegabile, la Shoah. Parlano della sua, meravigliosa, sopravvivenza.
Mercoledì 11 agosto è stato il giorno in cui la sua storia e' diventata anche la mia. Sono arrivata a casa sua a Roma e abbiamo parlato per più di due ore. Non e' stato facile per lei, a un certo punto si e' commossa fino alle lacrime, ed e' così che mi sono resa conto che per lei la Shoah non e' finita, lei non e' sopravvissuta, lei muore un po’ ogni giorno trascorso senza i suoi genitori, anzi, senza la sua mamma, la donna più importante della sua vita, uccisa una sessantina di anni fa appena arrivata ad Auschwitz.

Da bambina Edith viveva in un minuscolo paesino in Ungheria, la figlia più piccola di una famiglia grande e molto povera. Sognava di scrivere per guadagnare i soldi per pagare una visita dal dentista per la sua mamma, per il pesce - il cibo preferito del suo babbo.
Non sognava certo le cose su cui poi avrebbe scritto.
Non sognava mai degli effetti terrificanti del regime Nazista. Il suo essere ebrea le aveva sempre creato problemi, l’Ungheria era ancora (ed e' tuttora, dice Bruck) un paese anti-ebraico. Dice che l'ebreo era sempre l'ultimo nella fila per l’acqua potabile, anche se era arrivato prima di tutti. Ma questa crudeltà quotidiana, figlia dell'ignoranza, pur essendo brutta ovviamente, non era niente rispetto a ciò che successe dopo, quando Bruck aveva dodici anni. Portata via da casa sua un giorno all'improvviso, lei dovette affrontare un viaggio lungo verso la Polonia, e questo era solo l'inizio.

All'arrivo ad Auschwitz i Nazisti creavano due file, spingendo gli ebrei a sinistra o a destra. Dopo esser stata inizialmente spinta verso sinistra con la mamma, un soldato la vide e la mandò a destra. Solo dopo alcune settimane Edith imparò cosa significavano queste due file. Sinistra, la morte immediata nelle camere a gas, destra, il lavoro forzato fino, nella maggioranza dei casi, alla morte. Edith Bruck sopravvisse.

Si salvò, dice Edith, grazie alla severità della sua madre. Una donna che da piccola faceva paura, era molto religiosa, e pretendeva obbedienza assoluta dai suoi figli - e' stata questo atteggiamento spaventoso che ha salvato la vita di questa sua figlia più piccola. Perché Edith non si e' mai abbassata al livello degli altri prigionieri. Un livello sotto umano, dove la moralità non esisteva. Dentro ai campi di concentramento la vita era dura, crudele e, sopratutto, corta. La vita media era tre mesi. Bruck ha visto cose che noi non riusciremo mai a immaginare. E' questa distanza, la nostra ignoranza, la ragione per cui Edith scrive. Scrive per noi, per salvarci, perché questa tragedia non avrebbe mai dovuto succedere, e non possiamo lasciarla succedere un'altra volta.
Quella che segue è una parte della testimonianza di questa donna straordinaria raccolta direttamente dalla sua voce quel giorno a Roma.


Le parole di una donna sopravvissuta

Io non sono per il perdono. No. [...] l'idea del perdono non insegna nulla, non cambia nulla, non fa fare un esame di coscienza, non migliora, e non fa affrontare se stessi. [...] la trovo molto ipocrita, assurda e dannosa. [...] Bisogna capire il male. [...] puoi non odiare qualcuno, puoi non benedire, non sono per la vendetta. Ma non sono per il perdono.

Prima di tutto sono andata via dall'Ungheria. [...] Non potevo scrivere in Ungherese perché non mi avrebbero pubblicato sicuramente. [...] Ho cominciato scrivere il primo libro [in Italia e in Italiano] sicuramente perché non potevo contenere quello che ho vissuto, perché era un peso enorme sulla pancia, proprio ero incinta, di questo Auschwitz. [...] Ho cominciato vomitare diciamo, la prima parte del veleno, è da allora che vomito questo veleno, e non ho ancora vomitato tutto, c'e' per tutta la vita il veleno, e' rimasto. Ho trovato una lingua, nella quale, in qualche misura mi sono nascosta. E nella quale potevo dire cose che forse non avrei detto in Ungherese. [...] ti aiuta essere più libera [...] e' meno doloroso. [...] Una lingua straniera era più distaccata, più libera. [...] Un sospiro di mia madre significava molto di più di dieci o venti parole in italiano. [...] e' stata una lingua di difesa.


Voglio dire che un sopravvissuto [...] non e' mai uscito da Auschwitz. [...] Questo mostro che ti abita dentro, vive con te ogni giorno, [...] fa parte in qualche modo del tuo circolo sanguino, della tua mente, del tuo cuore, della tua anima e quindi è molto difficile dimenticare anche solo per un momento una cosa del genere. [...] Vivere in qualche maniera, come diceva il mio amico carissimo Primo Levi, che noi siamo in qualche modo dei guardiani, dei vigili sul mondo, no? Anche se non possiamo impedire nulla, possiamo almeno urlare, ricordare, sperando che non accada più. Purtroppo, lui diceva che può accadere, lui diceva che non c'e' più speranza e per quello si e' suicidato. Ma io credo che sia comunque utile in qualche misura, in qualche maniera, la nostra testimonianza, perché se riusciamo, almeno ognuno di noi sopravvissuti, i pochissimi, gli ultimi, a cambiare tre persone nel mondo, solo tre, non di più, io credo che la nostra sopravvivenza non sarà stata inutile.


A cura di Bethany Marston


* Bethany Marston è una ventiduenne studentessa di letteratura italiana al Trinity College di Cambridge. Ha trascorso quasi due mesi a Casola nell’estate appena conclusa.
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