Negli ultimi mesi, come del resto accade da qualche anno, si è tornati a parlare di una possibile separazione della Romagna dall’Emilia. Che cosa comporterebbe però l’eliminazione di quella stanghetta che fino ad oggi ha unito l’Emilia e la Romagna?
Anzitutto è doveroso partire da una domanda di altro genere. Quali sono i confini della Romagna?

Credo che nessuno, nemmeno lo studioso più competente, riuscirebbe a fornire una risposta scientifica, nel senso che il concetto di Romagna è forse qualcosa che sta più tra il culturale e il sentimentale che all’interno di precise linee geografiche.
Diversi studiosi della materia in più di un’occasione hanno dato una spiegazione illuminante, seppur parziale, del confine tra Emilia e Romagna, ovvero che la sicurezza di essere entrati in Romagna in passato era confermata dalla risposta alla richiesta di qualcosa da bere. Se veniva versato del vino era certo che ci trovassimo nella terra del Passatore. Questa storiella, che ha il suo fondamento nella scarsa qualità dell’acqua romagnola che veniva quindi ovviata con del buon sangiovese, chiude in un certo modo la questione della romagnolità sull’asse della via Emilia, ma gli altri confini quali erano? Dovremmo allora tornare molto più indietro, spostarci temporalmente di almeno una quindicina di secoli dai nostri giorni e catapultarci un attimo prima del crollo dell’Impero romano, quando la città di Ravenna venne scelta come capitale della parte occidentale dell’Impero, appena prima delle invasioni barbariche che distrussero l’Impero. Da lì nasce il nome Romagna però questa però non è la sede giusta per approfondire questione troppo marcatamente storiche.
Ritorniamo così ai nostri giorni. Quali sono oggi i confini romagnoli? Ad esempio possiamo dire con certezza che Imola si trovi in Romagna? A leggere le vecchie targhe Imola portava la sillaba BO, che stava per Bologna e la città felsinea non è certo Romagna. Le province allora non sono un criterio valido per attribuire una città, o un piccolo paese, alla Romagna anziché all’Emilia? Forse no, eppure se chiedi a tutti coloro che si sentono romagnoli quali siano i propri confini, sicuramente tutti offriranno la stessa risposta. Quindi possiamo dire che la Romagna oggi si estende, con ampie parentesi, tra le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini.
Quale altro criterio potremmo adottare? La lingua o meglio il dialetto? Il dialetto, che oggi con massimo orrore si vorrebbe insegnare addirittura a scuola, è talmente poco stabile da tutti i punti di vista, morfologico, sintattico e fonetico, che si differenzia addirittura da un paese all’altro della stessa vallata. I casolani non parlano come i riolesi. Non parliamone neppure se ci spostiamo da una vallata all’altra. Quante differenze tra il dialetto di un faentino da quello di un riminese! È ovvio che si tratta sempre di dialetto romagnolo, ma così come le similitudini sono palesi lo sono altrettanto le differenze.
Che cosa allora accomuna cattolichini (abitanti di Cattolica, ultimo paese prima del confine con le Marche) e gli abitanti di Filo, nel comune di Alfonsine ma ad un passo dalla terra di Ferrara? Molto o molto poco o forse molto, moltissimo.
A questo punto di questo breve ma intricatissimo e imbrogliatissimo percorso dentro la Romagna non resta che darsi per vinti e mi affido al fatto, confortante ma poco soddisfacente per alcuni, che le nostre identità sono una sommatoria di tantissimi elementi, un minestrone che al suo interno è composto da un’infinità di ingredienti. Facendo un giochetto si potrebbe dire che “io sono casolano, quindi romagnolo, perciò italiano, sicuramente europeo, ecc…”
Infine, smentendo quanto viene comunemente portato avanti dai molto che auspicano di vedere la Romagna indipendente, non ci viene il dubbio che le identità sono a volte delle vere e propie costruzioni mentali, fasulle o che semplicemente accentuano ed esasperano elementi di floklore più o meno autentico? Poche righe sopra ho menzionato il Passatore, che oggi campeggia sulle etichette dei vini locali o nelle insegne di ristoranti, venerato come un eroe ribelle e romantico ma forse non tutti sanno che il Pelloni era un malfattore, responsabile di azioni poco nobili. Starebbe quindi agli studiosi capire quali meccanismi collettivi hanno portato alla mistificazione e all’esagerazione di aspetti storici e tradizionali di pococonto ad elementi di grande impatto emotivo nella mente degli abitanti di un territorio. Faccio un piccolo esempio, Giovanni Pascoli è stato ed è ad oggi uno dei massimi poeti della storia della nostra letteratura nazionale eppure non rientra per nulla nel prototipo del romagnolo doc, tutto espansività, gioia di vivere e cordialità. Il poeta di San Mauro al contrario era uomo introverso, riflessivo, ripiegato in se stesso, tutto proiettato nel mondo degli affetti famigliari eppure lo si nomina sempre tra gli uomini che hanno segnato la Romagna.
Che senso allora può trovare nel 2010 parlare ancora di Romagna indipendente, di liberazione dall’Emilia onniovora che come un vampiro succhia tutte le risorse regionali? Per me nessuno. L’esplosione odierna dei particolarismi, dei localismi, con tutte le loro connotazioni positive di ricerca di radici, di tradizioni, di appartenenza, rischiano spesso di sfociare in un’acredine nei confronti di quelli che sono i nostri vicini e che da un momento all’altro ci appaiono così diversi.
Se la Padania è un’invenzione bella e buona, la Romagna non lo è, ma come ho voluto brevemente dimostrare tutto si trova in una nebbia che ci sfugge dalle mani non appena la cerchiamo di bloccare.
Il grande registra Fellini, riminese di origini e perciò romagnolo, trasferitosi da giovane a Roma, nel suo meraviglioso Amarcord ci ha dato un’immagine della nostra terra che sembra così veritiera eppure se guardiamo quel film con occhi un po’ più distaccati capiamo che è una strabiliante operazione della memoria, che come sappiamo ci ricorda eventi, persone e luoghi come desideriamo noi.
Per concludere, in un’epoca che sta veramente vedendo compiersi la globalizzazione sembra così sciocco continuare a guardare solo il proprio ombelico. Purtroppo come spesso accade è la paura che agisce sui nostri nervi scoperti, ma la paura si può vincere. E parlo della paura per il diverso, per il mio vicino verso cui diventiamo sospettosi, verso le diversità, di ogni genere o specie. L’esperienza europea ci ha già insegnato che tutto sommato, che se dica, stare insieme è sempre meglio che viaggiare in solitudine.

Riccardo Albonetti




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