Facciamo, se capisci cosa intendo, facciamo in modo che chi un giorno saprà quello che è successo abbia difficoltà a trattenere la meraviglia.

Perchè quello che è successo è qualcosa di bello, raro e irripetibile. Lunga vita a San Giovanni!!!

Siamo arrivati a Firenze, metà mattino, in treno, a Santa Maria Novella. Ci siamo sparsi per i vari hotel, stanze, camere. Per tutto l'arco della giornata, abbiamo accantonato l'esigenza emotiva del concerto. E ci siamo lasciati prendere per mano da Firenze. Una città che, tra le altre caratteristiche, ha quella dote di raccontare il particolare rendendolo universale. Un angolo, un palazzo, una chiesa, un ponte, una via, una piazza, una parete, un bicchiere di vino, un sandalo.

Poi arrivano gli altri, qualche quadretto di pizza, due chiacchiere. Il caldo dell'asfalto, scivola sotto ai nostri piedi. Stiamo raggiungendo la zona del concerto. Firenze Rocks, località ippodromo del Visarno. Un ambiente aperto, circondato da un bel parco. C'è la pista dei cavalli. Attraversata quella, sbarchiamo in un prato di polvere ed erba secca. Un tappeto arido e senza alberi. Dalla parte di una curva, un palco, come tanti. L'attesa, è uno riscoprire la specificità del linguaggio del festival. Che non è fatta solo di musica, stand panini e birra, postazioni radio, merchandising. Lì, c'è tutta una serie di persone, di rumori, di silenzi, di colori, unite da un qualcosa che sconfina al di fuori di ogni logica terrestre. Nel mio caso, un impaccio totale nei rapporti sociali e una frana nelle chiacchiere inutili. Che non c'entra niente, ma accomuna. Ora che è diventato complicato andare anche ad un concerto, ci siamo permessi il lusso di essere davanti. Settore appena sotto il palco. Quello in cui ti danno un braccialetto che ti permette di entrare ed uscire, ogni volta che si vuole. Sì, non è male. Noi, eravamo di fronte, tra palco e zona mixer. Svaniti tutti gli altri, nella giostra della scaletta, rimane da aspettare la fine delle celebrazioni del Santo patrono della città. Le luci, si fanno più soffuse. Ora il palco è più intimo, si comincia a percepire nel cuore, l'essenziale. Pare di essere in una chiesa di Firenze, dentro la quale entra il cielo. Il più delle volte, si sceglie volontariamente di non incontrarsi. Questa sera siamo qua, insieme. E' il primo concerto in Italia, da solista, di Eddie Vedder. Una voce che diffusamente sprigiona energia, capace di eclissare ogni altra necessità. Un musicista, un membro dei Pearl Jam. Gruppo che ha segnato molti, di quelli che oggi girano attorno ai 40. Un uomo, che trascina sulle spalle sentimenti grandi e che cerca di avere opinioni oneste. Ogni tanto c'incrociamo, questa canzone è della colonna sonora di Into the Wild. Questa è dei Pearl Jam. Questa è di Neil Young. Quest'altra è di Cat Stevens. Questa, è quella che faceva da colonna sonora del film Once. Questa, è Imagine di J. Lennon. Spero che tu stia bene. Canzone dopo canzone, ti ritrovi a tirar via uno strato in più di te stesso, arrivando sempre più nel profondo. Scoprendoti fragile, disperato, solo. E nello stesso tempo sicuro, ancorato in quell'abbraccio, sotto ad una stella cadente. Come se quella scia, ti prendesse per mano e ti accompagnasse fuori dall'oscurità. Alla salute!

 

Qualcuno è ancora lì. Sul palco, c'è un grande tappeto. Sopra, amplificatori e casse. Quattro chitarre, due classiche, delicate e due elettriche, più aggressive. C'è l'asta con il microfono. C'è uno sgabello con un paio di bottigliette di acqua. C'è una sedia, vuota. Dicono che la musica può farti accedere a spazi sacri, forse questo, è uno di quelli.

 

rl

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