L’appennino tosco-romagnolo, è uno spazio connotato dalla peculiare distribuzione di testimonianze di religiosità e sacralità spesso semplicisticamente bollate come religiosità popolare. Se ad un primo sguardo le aree di montagna, appaiono povere di tutte quelle testimonianze monumentali che siamo soliti associare al sentimento religioso, e che divengono facili tappe di percorsi storico-artistici, una osservazione più attenta ci mostra un ambiente ricchissimo di tracce individuali e collettive del complesso rapporto con il sacro.
Diffusi solo in modo apparentemente caotico, edicole, maestà, pilastrini, madonnelle e croci isolate, portatrici di epigrafi, dedicazioni, icone, fotografie, simboli sacri, tramano e raccontano una realtà fatta relazioni, memorie, leggende di fondazione, eventi, ed azioni rituali, di estremo valore. Se da una prospettiva artistica appaiono elementi poveri e di scarso valore, nell’ottica di una lettura etno-storica ed antropologica si pongono come testimoni irrinunciabili di un costruzione del territorio al contempo individuale e collettiva, e catalizzatori di una serie complessa di beni culturali di tipo immateriale afferenti alle categorie etno-antropologiche. Spazi umili, distribuiti tra campagne e piccoli borghi, tra strade e sentieri, solo apparentemente abbandonati, ad un secondo sguardo, appaiono al visitatore come tracce misteriose di un legame intimo e viscerale con il territorio.
L’area dell’Appennino faentino è un territorio connotato da una estrema frammentazione abitativa, costituito da una miriadi di piccoli insediamenti: parrocchie, borghi, casali isolati, che sebbene riuniti sotto il medesimo comune, si ritrovano indipendenti sotto molti aspetti festivi e rituali, fino ad arrivare ad una moltiplicazione persino degli spazi cimiteriali. In questo spazio privo di un vero centro, anche le testimonianze del sacro appaiono moltiplicarsi in tanti piccoli spazi poco appariscenti e concretizzarsi attraverso l’esposizione e l’apposizione di targhe ed immagini dal molteplice significato e valore. Targhe di Madonne e di santi dalle varie iconografie (1) , si trovano abbondanti sopra le porte d’ingresso o all’interno delle case, nelle stalle e negli stalletti, poste a protezione degli animali, a carattere propiziatorio, ma soprattutto in campagna, negli spazi di lavoro, esterni all’abitato, atte a propiziare il soccorso della vergine o dei santi. E’ qui che in modo particolare con la loro presenza ritmano l’apparenze uniformità dello spazio: commemorano e tracciano memoria delle vie processionali o pellegrinali di vecchi o nuovi santuari, ricordano particolari eventi miracolosi o epifanici, esorcizzano il luogo di una mala-morte, si pongono a confine dei territori (2) o lungo vie percorse dai rituali legati alle rogazioni (3) .
In modo silenzioso lo spazio extra-urbano appare quindi tramato da una particolare geografia del sacro, in cui i confini dei campi, gli incroci, i ponti, alcuni alberi monumentali (4), sono contraddistinti e protetti da queste piccole costruzioni dalle molteplici denominazioni: edicole, maestà, altarini, verginelle, pilastrini, tabernacoli, cappelle, mistadelli. Una tale geografia, fatto di piccole spazi sacri è in parte da ricondursi alla peculiare economia mezzadrile che da alcuni secoli connota queste zone, e che ha in passato radicato e legato il mezzadro ad una dimensione fatta di micro-spazi. In tal senso la vitalità di questi piccoli tabernacoli appare direttamente legata in modo simbiotico alla cura di chi vi abita vicino, la targa o il pilastro ha significato in quanto partecipa ad un rapporto di biunivoca attenzione. Deve essere curato, tenuto, vi si piantano fiori, aiuole, vi si appongono immagini, santini, offerte, in cambio questo si pone come baluardo, spazio di comunicazione, ponte sacro, in un rapporto privilegiato e quasi personale con il divino. Uno spazio altro dove alberga una propria personale fetta di memoria e di devozione, ma che partecipa al contempo ad una devozione pubblica, aperta verso il mondo, legata ai pellegrinaggi o alle rogazioni(5) . Spesso frutto di una volontà personale, di un voto o di una devozione, una volta eretto il pilastro, entra a far parte di uno spazio pubblico e moltiplica il suo valore ed i suoi significati. Una struttura architettonica, testimoniata a prescindere dalle iconografie presenti, almeno dalle seconda metà del 1500, che si lega a doppio filo con le sorti della produzioni ceramiche (6) proprie del faentino, e rispetto alle quali si pone come spazio valorizzante e cornice. Non si può fare a meno di rilevare come la stessa fortunata storia delle produzioni ceramiche di queste targhe si leghi in modo reciproco alla moltiplicazione di questi spazi dell’immagine, le rappresentazioni iconografiche mariane e dei santi si diffondono poi ad opera di frati questuanti, o del migrare dei braccianti, che trasportando con sé le proprie immagini tutelari, moltiplicano le devozioni intrecciandone i destini. Le testimonianze storiche in questo senso sono emblematiche. Quasi tutti i santuari della zona costruiti durante il ‘700 hanno per oggetto di devozione, una di queste targhe ceramiche, che in origine erano poste su un pilastrino o su di un albero lungo una via. E’ così per la Madonna del Piratello di Imola, per il santuario della Madonna del Monticino di Brisighella, o per il santuario di Rivacciola a Casola. Posti in origine su pilastri, fuori dal paese, presso gli incroci, o su alberi, queste immagini assommano su di loro una molteplicità di significati e valori divenendo centro di particolari devozioni, spazi taumaturgici, fino a trasformarsi in santuari. Spazi che finiscono per raccogliere su di sé e definirsi in una miriade di storie ed eventi testimoniati e rappresentati anche dalle raccolte degli ex-voto. Nonostante i molti cambiamenti sociali verificatisi negli ultimi decenni, questa rete di piccoli spazi sacri, sembra in buona parte ancora vitale, assolvendo molte delle vecchie funzioni, e forse rispondendo anche a nuove necessità. Dopo l’abbandono e la spoliazione di questi tabernacoli avvenuta durante gli anni ‘60-’80, si assiste infatti oggi ad una notevole opera di rifondazione e di nuove dedicazioni(7) . Le targhe devozionali quando sono poste sulle case, hanno ancora un significato di protezione e di aiuto per le persone che vi abitano, sugli alberi molto spesso testimoniano una grazia ricevuta, uno scampato pericolo o servono per invocare protezione sul sempre incerto frutto dei campi. Nei pilastrini, in prossimità degli incroci, assicurano protezione a pellegrini e viandanti, nell’ottica di una lettura del reale che vede nell’incrocio di molte vie, uno spazio altro ed ambiguo, luogo dove si danno ritrovo forze ambigue e notturne(8) , anime imprigionate sulla terra a causa di una mala morte, morti che ritornano, stranieri dalla natura ambigua(9) . I crocicchi sono in tal senso un topos classico dello smarrimento, del disorientare, un pericolo di spaesamento dove il perdersi assume valenze morali, e come tali moltissimi orizzonti culturali hanno elaborato strategie che permettessero di superare questa empasse dello spazio, l’apporre croci e pilastri nell’ottica tradizionale cristiana, assume presso i crocicchi, questa funzione, sacralizzando la scelta e l’ambiguità. In alcuni casi ricordano pure avvenimenti miracolosi o pericoli scongiurati, o superati, sia in senso individuale che collettivo, come nel caso della guerra. Altrettanto viva è la pratica della dedicazione di spazi legati ad eventi luttuosi improvvisi, in modo da creare un luogo di memoria e dialettica tra i vivi ed i morti (10). Durante il mese di maggio è ancora uso recitare il rosario e le litanie davanti a queste immagini della vergine adorne per l’occasione di piccoli mazzi di fiori o di lumini. Gruppi di donne, bambini, ma anche giovani, si riuniscono loro attorno e sono ancora molti i ‘pilastrini’ o ‘maestà’ che mantengono viva la loro funzione di luoghi aggreganti, ed anzi sono molti i segnali che sembrano indicare un ritorno ad un uso sacrale di questi spazi eccentrici. Spesso anche gli alberi ospitano sacre immagini o hanno una parte determinante nelle leggende di fondazione correlate, solitamente si tratta di alberi secolari, dove la presenza fisica diviene continuità metastorica, aggancio con l’origine mitica del culto medesimo, simboli emergenti di una natura che partecipa alla presenza etica e salvifica dei messaggi epifanici. Grandi querce, castagni, aceri, sono portatori del ricordo di antiche devozioni o contengono ancora fisicamente le effigi, prestandosi a formare nicchie naturali, la cui stessa ‘naturalità’ si pone ad ulteriore simbolo sacrale, proteggono e porgono al contempo le immagini allo sguardo del viandante. Elementi quindi portatori di molte memorie, proprio in quanto operanti un continuo rifluire tra pubblico e privato, tra centro e periferia, e dove eventi rituali e motivi mitici si intrecciano, dando vita e corpo ad uno spazio della memoria.


Note

(1) Le iconografie maggiormente diffuse nel territorio preso in esame, cioè quello delle tre vallate del Lamone, Senio e Marzeno, sono: Madonna delle Grazie (Faenza), Madonna del Monticino (Brisighelle), Madonna del Buon Consiglio, Madonna del Piratello (Imola), Madonna del Fuoco (Imola), Madonna di S. Luca (Bologna), S. Antonio Abate, S. Vincenzo Ferreni, S. Antonio da Padova, S. Cristoforo, S. Martino.
(2) L’importanza del termine – terminus o pietra di fede, nel senso latino di riferimento, (funzione che spesso i pilastrini assolvono nei confronti dei confini di poderi o del territorio dei comuni), appare in tutta la sua drammaticità in una credenza riferita da Michele Placucci nella sua opera del 1818 : “In caso di lunga agonia di un moribondo, è opinione scioccamente che mentr’egli era sano abbia levato un termine, ossia un segnale di confine nel fondo del padrone e che in pena di tale mancanza non possa morire…”
(3) Segno multisemantico, questo spazio traccia al contempo via e confine restando anche faro di protezione individuale. Un medesimo topos spaziale si trova così ad assumersi ed assolvere una molteplicità di funzioni protettive sia pubbliche che private, ritma lo spazio indistinto e si preoccupa di configurarsi come polo della memoria collettiva. E’ un orientamento tout court. E’ espediente per evitare l’incontro con il male percepito come disordine, un disordine che potrebbe impigliarsi presso il crocicchio, l’incrocio delle strade, ma è proprio grazie a questo elemento architettonico che li si sedimentano vissuti e memorie.
(4) Il pilastro stesso si pone come il luogo dove traslare l’immagine dall’originale sistemazione arborea, e si configura come albero artificiale, costruito, e che in quanto tale, frutto del lavoro congiunto della mano umana e dell’intervento divino, sancisce un ordine metastorico e diviene terminus fidelis.
(5) Sorta di axis mundi, il pilastro trafigge lo spazio e si pone come centro della cellula territoriale che sottende, invisibile polo che unisce il cielo alla terra: il mondo dei vivi con il mondo dei morti, diviene valvola di emersione di queste emergenze, diviene una certezza di riuscire a padroneggiare il divenire.
(6) Faenza ha fornito targhe devozionali a tutta la romagna dal XVII al XIX secolo. A tutt’oggi molte cooperative sia a Faenza che ad Imola ne producono ampio campionario mantenendo anche gli antichi stampi ed incaricandosi della sostituzione nel territorio le effigi trafugate.
(7) “Una tradizione si rinnova a Zello: in occasione della annuale processione il parroco di Zello ha inaugurato e benedetto il cippo con l’immagine della Madonna del Buon Consiglio venerata nella chiesa di Zello. Si tratta di un vecchio tronco cavo posto in via Montevecchi, i cui residenti hanno incastonato una ceramica raggigurante la beata vergine. Il parroco nel complimentarsi con coloro che hanno realizzato l’opera si è augurato che simili iniziative possano diffondersi per rinnovare vecchie tradizioni delle nostre campagne”: Nuovo diario Messaggero, Imola, 31 maggio 2003.
(8) Molte sono in tal senso le testimonianze entrate nell’immaginario della zona. Come quelle raccolte da V. Tonelli per l’area di Sarsina: “Non molto lontano a Tombette di Linaro, una donna vestita di nero sbarrò la strada a un garzone di nome Scrichet, che incautamente aveva nominato il diavolo, ma rinunciò ad inseguirlo, volando oltre la siepe, quando la vittima si rifugiò, col segno della croce, dietro una edicola della Madonna. Successivamente, il garzone veniva di tanto in tanto impaurito, sulla strada di S. Romana, da un cagnolino, che lo accompagnava diventando sempre più grosso, sino a scomparire del tutto preso le chiese e al mistedi.” V. Tonelli, Il diavolo e l’acqua santa, La Mandragora, Imola, 1989, pp.111-112
(9) la notte in modo particolare è il tempo incoerente dove l’ordine morale della luce, e dell’orientamento viene meno, quindi tempo della visione, dove le sfere tra i vivi ed i morti sono più prossime.
(10) Un luogo dove l’affermarsi della resurrezione del corpo permetta di superare lo scandalo di una morte improvvisa che potrebbe connotare negativamente quel luogo.


Andrea Benassi
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