Intro. Dopo dieci anni di “militanza” nel gruppo scout, rifondato assieme ad una compagine di altri giovani volenterosi, io, Lorenzo (alias Fuco) e Albo, abbiamo deciso che, anche per noi, era arrivato il momento di scendere dal treno e lasciare totalmente il comando ai ragazzi più giovani.
Non voglio approfittare delle pagine di questo giornale, e della pazienza dei suoi cari lettori, per commemorare il servizio da noi svolto all’interno del gruppo, ma desidererei, più che altro, far emergere quanto lo scoutismo casolano abbia dato a noi. Per quanto potrei essere interprete anche delle sensazioni degli altri due miei compari, desidero però parlare a titolo strettamente personale di tutto questo, credo infatti che rischierei di alterare le mille sfumature che la diversa sensibilità, insita in ogni persona, consente di cogliere nel vissuto di un medesimo evento.
I ricordi. Quello che mi piace sempre ricordare, sopratutto con i ragazzi che facevano parte del Noviziato Mercurio, poi del Clan “Ombre Mobili”, è la fatica! Sì, può sembrare stupido, ma quando ci troviamo a decantare gli anni in cui ero capo della branca R/S assieme a Roby, si parla sopratutto delle Routes: il sole che ci scioglieva le bandane in testa, l’arsura che ci attanagliava in quel della Val d’Orcia, il passo del Devero a 2.600 m. con lo zaino in spalla, le discese sulle pietraie e gli scarponi che ci facevano male. Abbiamo imparato a rispettare la fatica perché sapevamo che era l’unica strada che ci poteva condurre al riposo, quello meritato, quello conquistato, alla soddisfazione più piena per il nostro cuore. La sera, dopo cena, un po’ di vino a ritemprare l’anima e lo spirito, ed il giorno dopo ci si lamentava sempre un po’ di meno perché ci sentivamo cresciuti. Era molto bello quando ci accorgevamo di avere superato i limiti che il nostro tran-tran quotidiano ci imponeva, ed eravamo pronti a sfidare quello che fino a qualche tempo prima poteva essere un muro per noi: un difetto indelebile del nostro carattere, la nostra ignavia, la nostra fede da quattro soldi. Ma la forza ce l’aveva data la strada e la fatica!
Lo scoutismo pian piano ci conduceva verso una strada che, se avessimo deciso di intraprendere a mente fredda, nessuno di noi si sarebbe mai avventurato.
Per fortuna ci sono gli altri!!! Non avrei mai detto quanto l’”altro” rappresenta, o meglio, è la parte mancante di te stesso. L’avere sempre vicino un “altro” è stato, ed è, per me un bisogno, una necessità praticamente indispensabile quando devi affrontare le situazioni più problematiche, ma anche quando vuoi condividere una gioia o un successo! Quando hai camminato tanto e raggiungi affannosamente la cima del monte e ti appare uno sconfinato panorama, come fai a non abbracciare chi ti sta vicino e dirgli: che spettacolo!
L’”altro” è colui che ti corregge e, allo stesso tempo, colui che devi guidare, l’”altro” si fida di te. L’”altro” è il propulsore del servizio scout. Solo quando ti accorgi di avere dato una parte di te stesso per il bene dell’”altro” il cuore si riempie e, come diceva Baden Powell: “il tuo riposo sarà lieto e meritato...” o qualcosa del genere.
Le cadute. Quanti i momenti di difficoltà e di ricadute! Chi ha vissuto il cammino sa molto bene quanto la metafora della strada sia, quasi banalmente avvicinabile, a quella della vita. I momenti difficili sono stati tanti, perché è normale che ci siano. Per quanto credi di mettere in atto il massimo del tuo impegno, ogni tanto non è mai abbastanza. Come quando avresti potuto dire una parola in più al rover o alla scolta in difficoltà, ma non hai trovato la via più giusta, oppure non sei riuscito ad esprimergli il bene che gli volevi e loro se ne sono andati. Non sono più tornati in comunità, anche se avevano dato tanto ed altrettanto potevano e dovevano ancora dare. Che peccato tutto quel bene sprecato, non sempre è facile coagularlo e condividerlo insieme. Accidenti, a distanza di qualche anno capisco meglio quanto potevo influire più positivamente su gli altri e quasi mi spavento e mi rammarico.
Ma tutto questo, in fondo, ha sempre fatto parte del gioco e sempre ne farà parte! Da quanto mi raccontano adesso i ragazzi che prestano servizio in branca, i giovani di oggi non sono più come erano loro solo dieci anni fa. Questo, dico io, sarà sempre vero, come lo era quando noi cominciammo, se non fosse così, ci sarebbe qualcosa di molto strano.
Epilogo. So che per alcuni di voi le mie considerazioni potrebbero sembrare apparentemente banali o scontate ma, vi giuro, l’adrenalina che mi sta facendo pigiare sui tasti ad un ritmo impressionante rispetto alla mia media, da dattilografo autodidatta, mi rassicura, mi fa capire che dovevo scrivere questo articolo, ne avevo un bisogno quasi fisiologico! E pensare che quando ho acceso il video non sapevo neanche di cosa volevo parlare.
Per fortuna che nel corso degli anni ho potuto personalmente sperimentare che i concetti apparentemente più banali sono quelli maggiormente difficili da applicare e da realizzare...che geniale paradosso la vita!
Per quanto mi riguarda, essere stato parte del gruppo scout non è stata sempre una vera e propria passeggiata, non per l’impegno che viene ovviamente richiesto, ma per i conflitti che si possono creare fra il tuo modo di pensare e di agire di tutti i giorni e lo sforzo continuo che devi esercitare su te stesso per migliorarti ed essere un esempio per tutti gli altri.
La vita è una sfida che non puoi rifiutare...il sacrificio è qualcosa che ti stimola e, allo stesso tempo di frena...è un nemico che ti combatte e un amico che ti aiuta a risollevarti quando sei a terra.
Poi, ad un certo punto, ti accorgi che tutto ciò che hai scoperto e che ti ha meravigliato lo aveva già raccontato un certo Gesù Cristo, ma prima di averlo vissuto sulla tua pelle, non ci avevi quasi creduto.

Tiziano Righini

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