Come già spesso è accaduto, nelle pagine del nostro giornale, diamo spazio ad interviste in cui sono coinvolti i protagonisti della politica casolana. Le domande spesso sono volutamente generiche, per dare la possibilità all’intervistato di avere il proprio spazio di ragionamento e per non essere imbrigliato in misure anguste. Per questo numero intervistiamo Massimo Barzaglia, segretario del Partito Democratico di Casola.

Massimo Barzaglia ha 35 anni, è cresciuto a Casola Valsenio. Si diploma all’istituto tecnico per geometi A. Oriani di Faenza. Si laurea in Ingegneria civile all’Università degli studi di Bologna con una tesi sull’adeguamento e la razionalizzazione della SP 306 “Casolana-Riolese”. Si laurea con lode in Economia e gestione aziendale all’Università degli studi di Bologna. Si laurea in Scienze internazionali e diplomatiche all’Università degli studi di Bologna, con una tesi in economia internazionale sulla recente crisi finanziaria mondiale. Dal 2005 inizia a lavorare per il gruppo Saint-Gobain, dove da aprile si occupa delle acquisizioni e della gestione dell’energia per tutto il gruppo Saint-Gobain in Italia, e degli acquisti della Saint-Gobain Vetri. Dal 2008 al 2011 è stato consigliere di amministrazione di Senio Energia. E’ fra i soci fondatori del circolo Casola tennis Vallesenio e consigliere e tesoriere dell’Associazione culturale Cinesenio, che gestisce il cinema del paese. Ha contribuito a fondare il Partito Democratico di Casola Valsenio, da settembre 2009 è il segretario del circolo PD di Casola Valsenio e dal 2010 è delegato all’assemblea provinciale del PD Ravenna.

 

Negli ultimi anni hai guidato, da segretario, il Partito Democratico di Casola in una fase di forte cambiamento che ha messo in moto un ripensamento di tutti i partiti. Ritieni ancora ragionevole pensare ai partiti come li abbiamo conosciuti fino ad oggi, oppure è questa veramente una fase di transizione verso qualcosa di nuovo?
Negli ultimi anni, e sarebbe più preciso dire nell’ultimo ventennio, abbiamo assistito a un profondo mutamento nel rapporto fra cittadini e politica, con ricadute negative anche nella stabilità democratica del Paese e nel funzionamento delle istituzioni. Per analizzare quanto è accaduto, non dobbiamo mai dimenticare che la nostra Costituzione pone il Parlamento al centro della vita politica e istituzionale del Paese, essendo una repubblica parlamentare. Al Parlamento è assegnato il potere di approvare leggi, ma anche eleggere il Presidente della Repubblica ed esercitare una funzione di controllo e d’indirizzo politico sul Governo. Un Parlamento che svolga questo ruolo non può prescindere da un ampio e attivo coinvolgimento delle organizzazioni politiche, che devono essere voce delle istanze e degli interessi della parte di cittadini che rappresentano. Significa avere partiti, da un lato, che sappiano aggregare e farsi portatori di una chiara idea di società da promuovere e sostenere, e dall’altro canto cittadini che siano parte attiva in questo meccanismo decisionale e partecipato. Nell’ultimo ventennio, penso, sono venuti a mancare questi due elementi, e i partiti – avendo ricevuto, o essendosi presi, una sorta di delega in bianco – sono divenuti progressivamente collettori d’interessi economici, finanziari, corporativi, e spesso anche organizzazioni di stampo padronale. A questo fattore si è aggiunto l’avere dato agli elettori l’illusione – senza avere apportato le necessarie modifiche negli assetti istituzionali - di poter eleggere un capo del Governo, indebolendo di forma e di sostanza il ruolo del Parlamento e il dialogo politico. Credo che questi siano i principali errori della classe politica nell’ultimo ventennio, e le principali motivazioni del perché cittadini, partiti e istituzioni, spesso appaiano distanti e sconnessi nelle valutazioni dei problemi e nei processi decisionali. Partendo da quest’analisi, io non sono fra chi pensa che le organizzazioni politiche siano superate a priori, ma basterebbe costruirle e farle funzionare col ruolo e le funzioni appropriate, con un concreto impegno e coinvolgimento dei cittadini, mettendo l’uomo al centro dell’azione e dell’attenzione politica piuttosto che gli interessi di pochi. Non credo che la soluzione sia stare seduti, passivi, ad aspettare che arrivi l’uomo della provvidenza che ci risolva i problemi, che arrivi da destra, da sinistra o da internet, che si chiami Berlusconi, Renzi o Grillo. La democrazia partecipata ci permette di potere essere parte nella progettazione e nella scelta del nostro futuro, e rinunciare a questo significherebbe accettare comunque scelte fatte da altri.

Credo che una delle sfide del presente sia certamente quella di coniugare gli slanci verso il futuro con una certa tradizione. Tenere insieme pezzi di una storia che viene da lontano e le esigenze fondate di un vero cambiamento sembra una missione impossibile. Quale può essere la mappa su cui muoversi per non perdere la propria identità rinnovandola al passo con i tempi?
Il tema della tradizione, e più in generale delle identità, è un tema molto complesso, e antico quanto l’uomo. Comprimerlo in poche righe è assai arduo, e si rischierebbe di banalizzare argomentazioni vaste e profonde. Mi limito a una considerazione su quanto sta accadendo a tutti noi in questo preciso momento storico. Fra i limiti che emergono chiari e lampanti nel dibattito e nell’opinione pubblica, ritengo vi sia quello di non avere capito sino in fondo che siamo parte di un sistema globale altamente integrato. Non da oggi, ma da oltre un quarantennio, da quando – nel 1971 – gli Stati Uniti d’America non si fecero più carico di sostenere e guidare la stabilità monetaria e finanziaria mondiale, facendo decadere il sistema di regole degli accordi di Bretton Woods, istituiti nel 1944 quando il secondo conflitto mondiale stava volgendo al termine. Da quel momento sono aumentati progressivamente i flussi finanziari, creando e consolidando un unico e grande mercato mondiale, comportando anche importanti flussi di beni, migrazioni di forze lavoro, mercati energetici interconnessi, e quanto conosciamo con i termini tecnologia e comunicazioni. Tutto questo è emerso nel dibattito pubblico e politico italiano in maniera prevalente nell’ultimo decennio, per lo più come coda del seguito generato dagli accadimenti del G8 di Genova, nel 2001. Credo che questi trent’anni di distanza segnino la misura culturale fra quello che noi crediamo di difendere e quello che pensiamo sia il futuro, dimenticandoci che stiamo vivendo questa precisa condizione storica oggi, nel presente, come il resto del mondo. C’è il rischio di ancorarsi a modelli economi e sociali non più attuabili e sostenibili, e di pensare che quanto accada dall’altra parte del mondo non ci tocchi. Il globalismo ha annullato le distanze e ha ispessito l’interdipendenza dei legami economici, finanziari, energetici e anche culturali. Certamente possono e devono essere avanzate posizioni critiche, penso per esempio alla scarsa regolamentazione di cui godono soprattutto i mercati finanziari, a differenza di quelli economici, di beni e servizi, che sono maggiormente regolati. Tuttavia, ritengo che arroccarsi a difesa di un tempo che non c’è più non porti da nessuna parte. Dobbiamo essere coscienti che tutto il mondo è ora il nostro spazio delle ambizioni, delle opportunità e della competitività, ma anche delle preoccupazioni e delle sofferenze. Non possiamo fare prevalere la paura alla fiducia, perché l’alternativa che abbiamo si chiama isolamento, autarchia e protezionismo.

Se ti chiedessi di fare un breve elenco di valori irrinunciabili per il tuo Partito cosa sceglieresti...
Ci sono importanti e saldi valori di riferimento nel nostro Paese, che sono contenuti nella nostra Costituzione repubblicana, e che devono sempre essere la bussola di ogni azione e formazione politica, e per questo sono valori di tutti e non solo di una parte. I partiti devono proporre, sostenere e attuare delle politiche finanziarie, economiche e sociali, rappresentare le istanze del proprio elettorato, trovare soluzioni ai problemi materiali dei cittadini, favorire il dialogo e il dibattito culturale, portare nella dimensione pubblica diverse prospettive di futuro. Relegare il ruolo dei partiti solo a portavoce di valori irrinunciabili non lo ritengo utile, poiché si rischia di banalizzare la dimensione pubblica a decisioni e scelte binarie, ai sì e ai no, al giusto e allo sbagliato. Se viene meno la funzione di mediazione e di dialogo, fallisce il ruolo e il compito della politica, e quindi dei partiti. Nonostante molti, oggi, vedano queste funzioni anche con connotazione negativa, le ritengo strumenti utili e indispensabili per prevenire i conflitti. Ho scelto di partecipare alla fondazione e alla costruzione del Partito Democratico perché lo ritengo uno spazio politico che meglio rappresenta le mie idee politiche, capace di promuovere e sostenere le richieste dei più deboli, di coloro che nella vita hanno avuto e hanno meno opportunità, pensando di portare queste istanze nel nostro preciso momento storico, consapevoli dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, ma non rinnegando il carattere e la funzione di forza popolare e di partito di massa. Quello che vorrei, ora, è un Partito Democratico che metta i giovani e il lavoro al centro di ogni discussione, di ogni scelta e di ogni impegno di spesa. La disoccupazione giovanile è a livelli preoccupanti, e si rischia di comprimere i sogni, le speranze e le prospettive di un’intera generazione. Nel lavoro c’è la dignità e la possibilità di partecipare alla trasformazione del mondo. Il lavoro, secondo me, è il valore irrinunciabile.

Il lavoro ti ha portato a vivere lontano da Casola e questo può essere anche una opportunità per vedere con la giusta distanza gli eventi casolani. Oltretutto vivendo ad Asti immagino tu abbia potuto osservare il territorio nella sua complessità, economica, sociale, politica. Che cosa ti ha colpito di più della città d’adozione? Raccontaci.
Sono oramai dieci anni che per motivi di lavoro viaggio per l’Italia, e anche talvolta in Europa. Da inizio 2010 sono stato stabilmente nell’astigiano, e da circa sei mesi lavoro in Liguria, al confine con il Piemonte, a 70 Km da Asti. Ai molti spostamenti per lavoro ho aggiunto anche una mia passione per i viaggi, che mi hanno portato a scoprire e visitare una bella fetta d’Europa. Questo mi ha permesso di apprezzare meglio ogni territorio e cultura con cui mi sono confrontato, compresa Asti, senza il complesso del paragone, o del proiettare tutto a una specifica identità territoriale. Per quanto ho potuto cogliere in questi pochi anni, penso che il Piemonte sia una regione dove è ben identificabile la propria storia. Lo si coglie nella conformazione dei paesi e delle città, nella presenza di molti castelli, e anche nella struttura istituzionale, basti pensare che la Provincia di Asti accorpa oltre 110 Comuni, molto fieri della propria storia e della propria tradizione. Asti è il cuore della Provincia, una città che presenta molte opportunità, capace di essere guida e baricentro dell’intero territorio, che trova nella produzione vinicola e nell’enogastronomia un importante fattore di sviluppo economico e di condivisione della tradizione. Per moltissimi anni anche questi territori hanno avuto l’eco della massiccia presenza della Fiat a Torino, e degli effetti generati dell’indotto industriale. Torino è oggi una città molto viva, culturalmente e turisticamente, che mi piace molto, e che è stata capace di valorizzare al meglio – anche a fronte delle recenti celebrazioni - il patrimonio storico e culturale del processo che ha portato all’Unità d’Italia. Detto questo, non ho perso mai il contatto con Casola Valsenio (dove torno di sovente), e mi sono sempre informato, o sono stato messo a conoscenza, delle decisioni importanti riguardanti la comunità. Certo, la visuale è stata una prospettiva diversa rispetto a chi ne vive la quotidianità, ma – come da te affermato nella domanda – con l’opportunità di analizzare gli accadimenti con una nuova distanza, meno soggettiva.

Quali sono i difetti macroscopici invece del nostro territorio?
Del nostro territorio, più che i difetti, mi preme prima evidenziare quelli che sono i tanti punti di forza che ci sono oggettivamente riconosciuti. Fra questi vi sono senza dubbio una forte capacità di aggregazione e socialità, avere inventiva e creatività, l’essere comunità solidali, vivere la dimensione pubblica degli eventi con forte passione. Questi tratti ci appartengono, e sono un nostro grande patrimonio culturale, sociale e civile, che non passa mai inosservato, e che è ben evidente anche a chi conosce Casola Valsenio. Tuttavia, non basta la buona volontà delle persone se non è accompagnata da scelte pubbliche che ne permettano la piena valorizzazione. Per quanto riguarda Casola, io penso sia necessario evitare l’isolamento dal resto del territorio, in quanto ritengo che questo possa portare nel medio-periodo ricadute negative sul sistema economico, sulla struttura socio-demografica del Comune, e sui servizi. Per farlo penso che una priorità sia quella di adeguare le infrastrutture. Io sono fra coloro che si sono impegnati attivamente per adeguare e ammodernare la strada provinciale 306, tanto che dedicai la mia prima tesi laurea a questa problematica, donando i miei studi e i progetti preliminari alla Provincia di Ravenna, affinché si potesse avviare concretamente una fase di confronto e approfondimento per affrontare seriamente la problematica. Nel vostro giornale – grazie all’amico Lorenzo Righini – abbiamo più volte dibattuto e messo a conoscenza l’opinione pubblica sugli stati di avanzamento degli iter autorizzativi e dei lavori. Grazie all’ex assessore provinciale Marino Fiorentini è stato avviato un percorso istituzionale e realizzato un primo intervento, ma al momento tutto tace e non si hanno alcune notizie sugli altri necessari e indispensabili interventi da realizzare. Crescita e integrazione economica, penso, dovranno essere gli argomenti prioritari dell’agenda politica locale per il prossimo decennio.

Dove ti porterà la passione politica? Hai nuovi progetti?
Non ho mai pensato che la politica possa e debba essere lo spazio delle ambizioni personali di qualcuno, ma al contrario deve essere uno strumento per sollecitare una grande ambizione collettiva. Per questo motivo ho deciso di non ripresentare la mia candidatura a segretario del PD Casola Valsenio, perché penso sia giusto e salutare che nei ruoli decisionali vi sia un continuo ricambio, e non siano sempre le stesse persone a occupare i ruoli di potere. Così avviene in tutte le grandi aziende e organizzazioni politiche del mondo, e mi sfugge il motivo per cui la politica, in Italia, si voglia estraniare da questi meccanismi organizzativi etici e fisiologici. Ho svolto il mio ruolo pensando al presente, e non a quello che avrei fatto in un secondo momento. Se il mio partito ritiene che le mie competenze,i miei studi, le attitudini e quanto ho dimostrato di potere fare possono essere ancora utili, prenderò in considerazione eventuali proposte, e se così non fosse sarò un semplice elettore come molti altri, senza chiedere nulla.

Riccardo Albonetti

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