Ogni inizio estate si rinnova il rito della maturità: il calendario degli esami, il toto-tema, i voti di ammissione, le giornate passate a studiare in compagnia, i consigli di chi si è maturato l’anno prima, la saggezza di chi si è maturato un sacco di anni prima, le tecniche più raffinate per riuscire a copiare, la cartucciera, le penne con l’inchiostro simpatico, i suggerimenti dei compagni secchioni.
Così per tutte le ragazze e i ragazzi che si devono immolare ad uno dei pochi riti di passaggio rimasti pressochè tali e quali da qualche decennio a questa parte, le sensazioni sono sempre le stesse: ansia, paura di non farcela, rimorso per il poco studio profuso durante l’anno appena finito, la sensazione di essere inadeguati ad una prova tanto ardua, la voglia che tutto finisca al più presto, un desiderio incontrollato di aggrapparsi a qualcosa di sicuro. Ed ecco che da cassetti stracolmi e disordinati riemergono amuleti, santini, portafortuna di vario genere, regali di fratelli e sorelle, fotografie, qualsiasi cosa che ci dia anche solo un piccolo senso di sicurezza, un tramite per un suggerimento che provenga da un’altra dimensione e che ci faccia ricordare una formula, lo spazio per un’improvvisa illuminazione che ci faccia scrivere il tema più bello della storia della scuola italiana.
Ed in questi giorni che la maturità sta finendo e guardo le facce dei maturandi e ascolto i loro discorsi so benissimo cosa stanno provando, quanto stiano maledicendo questo momento. Conosco quell’età in cui non si vuole essere giudicati da nessuno e si pensa di avere la vita in pugno, in cui ci si innamora di tutto, della vita che si apre finalmente davanti come un orizzonte in cui poter spaziare senza limiti, il momento delle opportunità, dei futuri impossibili.
Rimanere inchiodati alla scrivania per giorni e notti fa sognare lunghissime vacanze stesi al sole, con il rumore del mare in sottofondo e le canzoni estive che escono dalla radio del bar della spiaggia, ai caffè neri e potenti per svegliarsi all’alba e per resistere dopo il tramonto nel ripasso di Pirandello, della Seconda Guerra Mondiale e di tutte le formule di rotazione dei solidi si sostituiscono mentalmente cocktail fruttati e birre ghiacciate. L’esame infetta i maturandi di una strana malattia, una cattiva sopportazione di tutte le parole che fuoriscono dalle bocche di chi non sta vivendo la medesima esperienza, come se l’universo intero sia diviso in due categorie: chi sta andando al patibolo dell’esame e chi per fortuna ne è fuori.
Ed in fondo è giusto così, solo le cose importanti ci magnetizzano completamente, cervello, corpo e anima: il cervello è il motore che deve ricordare, elaborare e riproporre tutte le informazioni studiate, il corpo è la carrozzeria che deve tenerci in piedi, almeno con dignità ed è la prima parte di noi che presentiamo agli altri (i commissari) e l’anima è l’umanità che mettiamo nelle cose che facciamo, è lo scarto che ci permetterà di ricordare tutto questo come un grande momento, nel bene e nel male.
Verrà poi il momento dei tabelloni, dei voti. Qualcuno piangerà per la gioia, qualcuno per l’amarezza, qualcuno dirà di aver preso quello che si aspettava, qualcuno maledirà quel suo compagno che non ha fatto nulla per cinque anni ed ha preso più di lui, qualcuno ringrazierà il cielo per un regalo inaspettato, qualcuno metterà subito gli occhiali da sole, qualcuno fingerà indifferenza.
Tutti però alla fine volteranno le spalle a quel tabellone, usciranno da scuola e sapranno di essere un po’ diversi, forse non necessariamente più maturi, ma consapevoli di avere superato una di quelle sfide che la vita ci chiama ad affrontare.

Riccardo Albonetti (maturatosi esattamente dieci anni fa)
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