Editoriale

Archiviata anche per quest’anno la liturgia della Festa di Primavera, e con essa l’euforia e le polemiche che da sempre la contraddistinguono, torniamo giocoforza ad occuparci di cose più quotidiane, più ordinarie, di certo meno entusiasmanti. Certo che, volgendo lo sguardo sull’attualità, non abbiamo molto di che rallegrarci: maree nere che distruggono flora e fauna marina di mezzo golfo del Messico, i rischi di default di alcuni Stati, la crisi economica che sta mordendo sempre più sul mercato del lavoro “reale”, mentre la infelice politica italiana continua a litigare sulle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia…
Viviamo in un’era piena di promesse vuote, di possibilità che non esistono, se non in una sorta di realtà virtuale, un’era fatta di speculazioni di borsa, bonus, futures, titoli tossici, derivati e tutto ciò che riempie la testa di finanzieri dalla dubbia moralità, che vivono in un mondo surreale, capace di generare grande ricchezza per pochi e gravi danni per molti.
Se tutto ciò ci sembra banale constatazione, o scontato qualunquismo, allora siamo già pericolosamente vicini a quel disastroso stato d’animo chiamato rassegnazione.
Se i giovani cinesi, potente traino della nuova ripresa economica, rappresentanti del mondo che verrà, dopo essere stati obbligati per decenni a non procreare più di un figlio, rifiutano l’idea di diventare genitori perché ciò rallenterebbe la loro carriera, appare chiaro che stiamo creando modelli socio-economici che tendono ad escludere l’uomo in quanto tale, l’essere umano fatto di ragione e sentimenti, intelletto e emozioni, fede e umiltà di fronte alla potenza della natura e del creato.
Una società, proprio come le moderne città cinesi, fatta dall’uomo, ma non a misura d’uomo, una società che aspira al divino senza averne i requisiti morali.
Tanti sono gli esempi che la storia ci consegna come monito rispetto alla triste pratica di negare la sacralità e la spiritualità insita nell’essere umano. Pensiamo per esempio a cosa hanno vissuto l'Europa e il mondo tra il 1940 e il 1945 o allo sfacelo dei regimi comunisti in Russia e nel sud est asiatico…Perché il mondo opulento che stiamo costruendo, invaso dall'edonismo e da un egoismo feroce, dovrebbe essere immune dalla catastrofe?
Le crisi e i crack finanziari di potenti società o addirittura di Paesi sovrani, i disordini in Tailandia hanno tutte un comune denominatore: una letale combinazione di bugie, disonestà e avidità.
Se, come risultava tangibile anche dalle relazioni e dalle allegorie dei carri sfilati quest’anno, tutti siamo consapevoli della direzione autodistruttiva che abbiamo intrapreso, perché non reagire?
Ovvio, non è facile trovare vie d’uscita, tant’è che le soluzioni proposte dagli ideatori dei carri sono state, senza entrare nel merito del giudizio sulle opere, debolucce o quantomeno bizzarre.

Ma il nostro giornale trae origine e linfa vitale direttamente dallo scoutismo, pratica che negli anni ci ha reso ottimisti senza per questo essere ingenui. La cura per questo male c’è e è tanto banale quanto difficile da mettere in pratica. Un rimedio che passa dalla presa di coscienza che il bene di molti non danneggia in alcun modo il bene del singolo. In questi tempi ci si riempie la bocca di parole come rispetto dell’ambiente, fonti energetiche rinnovabili, consumo consapevole e ciò è giusto. Ma quando cominceremo a usare così massicciamente anche termini come rispetto dell’uomo e della sua storia, legislazione illuminata, civiltà, cultura e capacità critica?
Quando il rispetto per l’essere umano tornerà ad essere il perno del vivere, del governare, del legiferare?
Restando in tema di carri allegorici, ci permettiamo di riportare un passaggio della relazione di “TRASH”, del 1997, il cui ideatore era sempre due passi avanti a tutti:
>.

Sacralità dell’esistenza, impegno, responsabilità queste sono le soluzioni, queste sono le medicine per la malattia. Se sapremo somministrarle al malato, l’umanità potrà fare un grande salto di qualità.
La buona notizia comunque è che un ravvedimento generale è possibile, perché già accaduto più volte in alcune epoche della nostra storia, grazie a eventi drammatici o, preferibilmente, a legislatori e profeti illuminati che sono stati capaci di rivoluzionare, migliorandoli, il corso della storia e i costumi sociali del proprio tempo.

I nostri italici governanti, che parlano sempre e solo di benessere e mai di felicità e che reagiscono violentemente alle voci non allineate con la loro personale idea di governo, purtroppo non rientrano nel ristretto cerchio in cui riporre le nostre speranze. I pavidi adulatori e i soliti deboli, cantilenanti oppositori neppure. Tutti troppo vecchi, troppo scontati, statici e senza idee nuove. Non c’è nessun Obama per noi, per ora.

Almeno nel nostro piccolo, fatte le debite proporzioni, troviamo maggiori motivi di speranza in quei nostri giovani compaesani che con coraggio prendono in mano la conduzione della cosa pubblica, anche di centri di una certa importanza e che provano ad utilizzare l’entusiasmo e l’originalità per saltare gli ostacoli che giorno per giorno incontrano. Di questo slancio cerchiamo di dar conto in questo quarantaduesimo numero de “Lo Spekkietto”. In esso affrontiamo pure altri temi di carattere locale, come il dibattito sulla possibile Unione dei comuni allargata, naturalmente la Festa di Primavera e un interessante racconto in due puntate sulla situazione sociale del nostro paese nel 1800, scritta sulla base di documenti originali ritrovati.
Buona lettura dunque, e che ciascuno di noi possa lasciare il mondo un poco migliore di come l’ha trovato.

Lorenzo Righini
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