“Un imprenditore serio non deve pensare solo all'immediato, ma mettersi in opera guardando al domani, avendo come orizzonte figli e nipoti. Questa mentalità è vincente; chi mi lavora accanto comprende che questa visione positiva del mondo è in grado di generare buoni frutti per il presente e un terreno fertile per il domani”.

Letta fuori contesto potremmo prendere questa frase per la dichiarazione di intenti di un giovane che si va lanciando con entusiasmo e un pizzico di idealismo nel famelico mondo degli affari. L'affermazione si trova invece nelle pagine conclusive del libro Franco Tozzi. Qualcosa abbiamo fatto, pubblicato dalla casa editrice Itaca di Castel Bolognese, in cui il giornalista e scrittore Fabio Cavallari (ma su chi sia l'autore diremo due parole più tardi...) racconta l'avventura imprenditoriale del casolano Franco Tozzi, che di anni ne conta oggi 77 (e quindi giovane, con tutta la buona volontà, giovane non può essere definito) e che quell'aspirazione è riuscito a metterla in pratica e allo stesso tempo a mantenerla come ideale da perseguire, dal momento che continua a guidare la propria azienda con la filosofia della continua ricerca di nuove sfide e nuove soluzioni con cui vincerle. Prova ne sia la bici a idrogeno citata nel titolo del nostro articolo, non una curiosità fine a se stessa ma una delle tante novità che il Gruppo Tozzi sta sperimentando in vista di più ampie applicazioni future.

 

Presto emigrato a Ravenna e diplomatosi perito all'Istituto Montani di Fermo, nel dopoguerra il non plus ultra delle scuole tecniche dell'italico stivale, Franco Tozzi è però sempre rimasto legato ai luoghi d'origine, a quel mulino ad acqua col quale il nonno prima e il padre poi illuminavano Casola, con grande sforzo e scarso guadagno. Un impegno gravoso ma che si è rivelato un illuminato investimento a lungo termine (ricordate la frase con cui abbiamo aperto? Evidentemente Franco ha assorbito quell'insegnamento da genitori e nonni...) dal momento che dal ceppo originario di quella impresa pionieristica in campo meccanico ed energetico è nata quella che oggi è una società internazionale con interessi ramificati in numerosi paesi e diversi settori, a partire – e qui sta la continuità nell'innovazione, o viceversa, fate voi – da quello delle energie alternative. Ma al di là degli indubbi meriti del “protagonista” del libro, di un libro appunto si sta qui parlando, e allora ci si deve chiedere: vale la pena leggerlo? E, che la risposta sia positiva o negativa, perché?

Devo confessare che sono sempre diffidente verso chi, a un certo punto della propria vita – di solito quando questa è piuttosto avanti, ma sono sempre meno rari i casi, vedi gli sportivi, di chi lo fa in età ancora giovanile – decide di scrivere la propria storia, di tuffarsi nella composizione della propria autobiografia. La mia diffidenza nasce dal fatto che questa scelta si genera da un doppio giudizio su se stessi che per molti risulta, alla fine, essere una doppia sopravvalutazione. Perché si rischia di sopravvalutare sia la materia del racconto – cioè la propria storia di vita, che potrebbe non essere tanto interessante quanto uno crede – sia la propria capacità di darvi forma, cioè di raccontarla in maniera accattivante, interessante, stimolante prima ancora che esaustiva. Se i due elementi – contenuto e forma – sono entrambi di spessore, allora l'operazione riesce. Se sono sbilanciati, può anche accadere che una buona forma riscatti uno scarso contenuto, ma è più probabile che un testo illeggibile rovini irrimediabilmente una storia in sé interessante e degna di essere narrata. Tozzi deve essere conscio di tutto ciò, perché invece di un doppio peccato di presunzione, compie una corretta analisi delle proprie qualità e dei propri limiti. Consapevole, come egli stesso afferma nel libro, di non essere mai stato molto avvezzo all'uso della penna, quando decide (o gli viene chiesto, o chissà cosa, non importa dove sia nata l'idea ma come è stata realizzata) di raccontare la propria vita si affida a un professionista della scrittura, l'autore “ufficiale” Fabio Cavallari. Da questa collaborazione nasce un testo composto in maniera originale, in cui si alternano con regolarità brani virgolettati in cui Tozzi racconta in prima persona (scritti di proprio pugno o da lui raccontati e da qualcuno rielaborati, e chissà se scritti per l'occasione o messi insieme nel corso degli anni, ripeto, non è questo che ora mi interessa ma l'effetto finale) e brani in cui Cavallari riprende quanto appena detto, lo rielabora, lo contestualizza in un quadro più ampio, fa un salto in avanti riassumendo qualche anno in poche righe, stabilisce nessi fra quanto detto ora e quanto detto cinquanta pagine prima. Insomma, cuce le fila del racconto, con il sapere artigiano di chi scrive per mestiere e che ricalca, sulla pagina, quello stesso sapere pratico e concreto che del racconto di Tozzi – e della sua intera vita – è il vero protagonista. Ne nascono pagine mosse, mai monotone, con variazioni e intrecci fra i due “autori” che illuminano e non mortificano le vicende raccontate.

La scelta fondamentale che porta a questo risultato, lo abbiamo detto, è una scelta di umiltà, basata sulla consapevolezza delle proprie qualità ma anche dei propri limiti. Quella stessa consapevolezza con cui Tozzi analizza la propria vita, conscio di avere fatto cose importanti e positive – come d'altra parte preannuncia con una certa ironia il titolo stesso del libro – ma anche di avere compiuto errori a cui non potrà più porre rimedio. Errori in campo lavorativo, come nel momento più critico dell'azienda, il fallimento di metà anni '80 collegato alla crisi del nucleare post-Chernobyl, quando Tozzi – ma del senno di poi... - a suo stesso dire avrebbe potuto avere più “pelo sullo stomaco”. Ma soprattutto – e sono queste che danno un tono allo stesso tempo malinconico e affettuoso a certe parti del libro – mancanze nella vita familiare, i piccoli e grandi piaceri di vedere crescere i propri figli sacrificati sull'altare di una riuscita professionale che permettesse a quegli stessi figli di vivere in maniera più confortevole, di potere guardare con più sicurezza al futuro. Se l'occhio guarda sempre l'orizzonte, il presente – nel tempo e nello spazio – diventa presto un frammento di vita non vissuto e non goduto. Si torna al tema da cui siamo partiti, la capacità di guardare lontano, di immaginarlo, il futuro, e allo stesso tempo di costruirlo. L'essere artigiani visionari ha anche un prezzo da pagare. Qualcosa, ahimè, lo si lascia per strada. Quando, in là con gli anni, ci si volta per un attimo indietro e si cerca di raccoglierlo, si è ormai andati troppo avanti. Ma forse chi ti segue – i tuoi figli, e poi i nipoti di cui lo stesso Tozzi parla nella frase citata all'inizio – ha raccolto quello che a te sembrava irrimediabilmente perduto e te lo restituisce in una festa a sorpresa, che serve, più che a celebrare l'imprenditore, a ringraziare il padre.

Michele Righini

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