Nel 1945 Iwo Jima, una piccola isola al largo delle coste giapponesi, fu teatro di una tra le più sanguinose battaglie che sconvolsero il mondo durante la Seconda guerra mondiale. Iwo Jima rappresentava la stazione di pre-allarme per la terraferma e consentiva alle difese antiaeree nipponiche di colpire facilmente i bombardieri americani, dunque una regione ambita e fortemente strategica per entrambi gli schieramenti.

Nel combattimento persero la vita 6821 soldati americani e dei 22000 soldati giapponesi ne sopravvissero solamente 1083.
La notevole esperienza cinematografica e di vita di Clint Eastwood, leggendario attore e regista di film indimenticabili come Gli spietati, Un mondo perfetto e Million Dollar Baby, gli ha consentito alla veneranda età di settantasei anni, di tentare un esperimento probabilmente mai realizzato nella storia del cinema fino ad ora. La medesima vicenda bellica osservata dalla prospettiva americana in Flags of our fathers, e, a fianco dei militari giapponesi, nella seconda pellicola Lettere da Iwo Jima, uscita qualche mese dopo il primo episodio.
Due film “di guerra” che possono inserirsi a pieno titolo anche nel genere drammatico, in quanto la prospettiva adottata in entrambi gli episodi vuole far luce


sui risvolti psicologici, diretti e indiretti, che l’inarrestabile macchina bellica produce sui soldati e sulla popolazione civile. In Flags of our fathers l’attenzione è focalizzata sul potere incontrastato che, proprio a partire dalla Seconda guerra mondiale, viene ad assumere la manipolazione politica dell’informazione a fini propagandistici. La trama ruota attorno alla memorabile foto in cui sei marines americani issano con imponenza la bandiera a stelle e strisce sulla cima dell’isola, a simbolo della vittoria e della conquista del territorio nemico. Tale foto, insieme ai tre marines sopravvissuti, farà il giro dell’America con il subdolo intento di raccogliere consensi e finanziamenti per l’esercito e gli armamenti. Vicende macrosociali che si riveleranno fatali per l’equilibrio psichico dei tre superstiti, inconsapevoli del loro impiego strumentale.
Lettere da Iwo Jima, invece, trae spunto da svariate lettere stilate dai militari giapponesi e mai spedite, rinvenute in buche scavate appositamente affinché potessero essere ritrovate successivamente. In questa seconda pellicola Eastwood scandaglia la psiche e l’animo dei militari sul luogo di guerra, ne estrapola e ne mostra senza ritegno i fantasmi, le angosce, le paure, che scuotono lo spettatore. Come tra i cunicoli della mente, la camera rincorre i soldati che attraversano e si propagano rapidamente tra i passaggi sotterranei, splendidamente ricostruiti. L’impatto è claustrofobico, asfissiante, interrotto dall’esterno solamente dal fuoco dei lanciafiamme che si insinua attraverso le feritoie. E’ un film profondamente intimista che brutalmente ti mette di fronte all’inutilità e alla barbarie della guerra, allora come oggi. Molti sono gli spunti su cui meditare. Chi escono eroi da una guerra, i sopravvissuti o i caduti? Ha ancora senso parlare di eroe, di mito? E ancora di sacrificio, di obbedienza ad ordini folli. I soldati sono terrorizzati di fronte alla morte, che non è stata mai così vicina, all’erta, e la sua controparte, la morte personificata nel soldato che deve uccidere ma non ne ha il coraggio. E’ un film che dissacra la retorica di un patriottismo malato, falsato e strumentalizzato. E tutto ciò è reso ancora più evidente dalla somiglianza delle missive scritte al fronte dai combattenti americani e da quelli nipponici, lettere cariche di preghiera, di dolore soffocato, di aspettative riposte. In Flags of our fathers e Lettere da Iwo Jima il cinema si fa al contempo spettacolo, narrazione storica e monito alle coscienze.


Fabio Bittini

Flags of Our Fathers
Regia:Clint Eastwood
Anno:2006
Distribuzione:Warner Bros

Lettere da Iwo Jima
Regia:Clint Eastwood
Anno:2006
Produzione:Warner Bros
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