A volte, quando si deve scrivere la storia, diventa veramente incredibile il numero di contrasti presenti nella documentazione sopra la quale si tenta di ricostruire il passato. È il caso di Ernesto Guevara de la Serna, sopranominato “el Che”. Con lui ci troviamo addirittura di fronte al drasticamente opposto. Da una parte l’immagine del mito, dall’altra quella di un vero e proprio apostolo della violenza. Fermo restando la prima, che ci è famigliare, vorrei invece riportare il risultato della mia modesta ricerca a proposito della seconda. Consideriamo, per esempio, quanto testimonia l’istruttore Miguel Sanchez, che lo conobbe nel periodo dell’addestramento para-militare in Messico: “Il Che era un avventuriero senza patria e senza ideale… solo per circostanze del tutto accidentali si ritrovo nel nostro campo di addestramento. Chi lo ha conosciuto bene, può confermare come la sua partecipazione alla “Spedizione del Granma” di Fidel, avvenne senza la minima consapevolezza di quale fosse il carattere politico della missione; sono convinto - prosegue Sanchez - che la sua sola motivazione per partecipare a quell’impresa vada ricercata nelle parole di Hilda Gadea, la prima moglie: “Il Che era una persona assetata di sangue!”.” Non la pensava dimessamente Lazaro Asencio, uno dei comandanti del Segundo Frente: “Le peggiori caratteristiche che un uomo può possedere erano concentrate in lui: un individuo senza valori morali, anzi, totalmente amorale. Un guerrafondaio, ingiusto e crudele che non conosceva pietà. La vera immagine di Ernesto Guevara è assolutamente il contrario di quella creata dalla propaganda. Tutto quello che dicono i sostenitori di Guevara è un’illimitata menzogna”. Tremenda, e in linea a questa, è anche la testimonianza che si può leggere nel diario del guerrigliero cubano Enrique Ros: “ … il Consiglio stava ancora discutendo cosa fare di un contadino sospettato di tradimento, quando improvvisamente il Che estrasse la pistola e gli sparò un colpo in testa:” L’episodio è commentato in questo modo nel diario dello stesso Ernesto Guevara: “Da quel momento, io non ero più il medico della spedizione, ora, ero diventato un rivoluzionario!” Ecco invece la dissacrante interpretazione di quell’episodio che arriva dalle parole di Enrique Ros, presente nel momento dell’esecuzione: “Il Che è diventato un rivoluzionario perché ha commesso un omicidio a sangue freddo. Non per le sue idee o per le sue imprese, ma solo perché ha ammazzato con spregio un altro essere umano”.
 
Per quanto mi riguarda, sono poi rimasto molto colpito dal racconto che Sanchez fa di un particolare avvenimento: “Il Che, per divertirsi nei momenti di riposo, era solito cacciare e catturare i gatti randagi, e dopo averli torturati li sbatteva a terra con violenza, fino ad ucciderli. Uno spettacolo orrendo. Una crudeltà tanto intensa non l’avevo mai vista. Non ebbi mai dubbi circa il suo sadismo. Era una persona priva di compassione, spietata e perversa. Uno psicopatico.” Beh… com’ è possibile commentare una cattiveria del genere? Personalmente ho la certezza della profonda verità contenuta in quanto afferma il filosofo tedesco Immanuel Kant, il maggiore esponente dell'illuminismo tedesco: “Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali!” E così di questo passo, sono almeno una trentina i diari di persone, vissute in stretto contatto con Ernesto Guevara, che riprendono e confermano comportamenti per lui compromettenti. Chi fosse curioso e interessato, può approfondire leggendo il libro di Pedro Corzo «Che Guevara, missionario di violenza» (Edizioni Spirali, Milano, 2009) nel quale sono raccolte testimonianze e documentazioni riguardanti, appunto, l’immagine prospettica nera del Che. Nel libro vengono presentate un numero tale di testimonianze da non poter essere classificate tutte come un caso di invidia e maldicenza, perché i riscontri sono precisi e sempre documentati. Ma allora, viene da chiedersi, dove, quando e perché è nata la mistificazione? Da dove proviene la fabbricazione del mito? Ed ecco la plausibile risposta di Corzo: “…alla morte del Che la maggior parte de suoi manoscritti furono inviati a La Havana. E negli uffici governativi della capitale vennero riscritti, passo dopo passo, sotto il diretto controllo di Fidel Castro. Il “Comandante Supremo”, con indubbio talento da questo punto di vista, fece aggiungere tutto quello che mancava e, soprattutto, fece eliminare tutto quello che era di troppo…”. Inevitabilmente, ne uscirono fuori pagine nuove che specchiavano un’immagine distorta della realtà. La proiezione pura e nobile del contrario. La figura di un paladino senza macchia e senza paura, interamente dedicato alla causa, che non esitò, per servire l’ideale, i compagni e la rivoluzione, al sacrificio della propria vita. Insomma, una storia falsificata con tanta abilità e maestria da generare infine una leggenda eroica... proprio quello che serviva a Fidel.
Pier Ugo Acerbi
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