Gian Franco Donattini si è spento nel giugno dello scorso anno. Ha lasciato un caro e profondo ricordo nei suoi famigliari ma ha anche lasciato a noi suoi compaesani un libro dal titolo: “sessant’anni d’osservazioni e considerazioni sugli uccelli presenti nell’alta valle del fiume Senio”. In copertina c’è la stretta di Borgo Rivola e il crinale della vena del Gesso con in fondo uno spicchio di pianura. Donattini stava alla Tana di Mongardino, quasi sotto alla cresta del gesso, il podere che ha coltivato per anni e dove adesso risiedono ancora la moglie Ardea e i figli Adriano e Graziano che mi hanno aiutato a scrivere queste righe. Ha fatto anche il camionista per anni su lunghi percorsi in tutt’Italia, mestiere che però esercitava dal 7 di gennaio al 14 di agosto di ogni anno. Come mai un impiego così a calendario? Chiedo ai figli che mi sorridono: semplice, stava a casa quando era aperta la caccia cui dedicava tutto il suo tempo. Donattini è stato uno dei cacciatori più militanti del paese e sicuramente un cacciatore che ha saputo guardare al mondo degli uccelli con occhio curioso, attento, indagatore per lasciarci una testimonianza scritta lucida e appassionata.
Un cacciatore particolare non solo perché, fino a che le norme lo hanno consentito, catturava uccelli vivi come fanelli, lucherini, zigoli, strillozzi, ecc. ma anche perché, oltre all’entusiasmo, dietro ogni cattura o dietro ogni fucilata c’era una curiosità intellettuale inusuale. Sono i figli a spiegarmi il perché. Nato da una famiglia mezzadrile povera e terzo di tre figli venne cresciuto a latte materno e pane secco imbevuto in acqua e vino. I suoi genitori, consapevoli che così non potevano crescerlo, all’età di tre anni lo affidarono allo zio paterno che aveva più risorse in quanto possedeva tre poderini e una pensione come ferito di guerra ma che non aveva figli. Venne a stare alla Tana e si innamorò della caccia. Dice Gian Franco nel suo libro: «nel primo mezzo secolo del ‘900 la gente in valle si divideva in due categorie: i ricchi e i poveri. Questi ultimi, mezzadri che dividevano il frutto del lavoro col padrone, avevano la miseria e cercavano nella caccia l’unico sostentamento della famiglia. Mentre i ricchi avevano il paretaio e cacciavano per svago durante il passo migratorio il mezzadro cacciava o uccellava tutto l’anno: così sono stati loro a tramandarci questa passione che allora era una necessità, ora è un divertimento». Ma la mamma adottiva non condivideva questa scelta così esclusiva. Voleva farlo studiare e dopo le scuole elementari lo mandò a Imola a frequentare il ginnasio a dozzina da Monsignor Poggi. Lo studio però non era proprio la sua vocazione almeno per le materie umanistiche. Adriano si alza e mi porge sulla tavola un atlante geografico su cui studiava il babbo. Volto la pagina e dietro le cartine dell’Europa politica, fisica, ecc. compaiono le sagome di tutti i passeriformi e i silvidi della nostra zona disegnati dalla sua mano con cura di dettagli e precisione di segno: era l’ornitologia la sua vera materia di studio e il libro che ci ha lasciato, oltre ai racconti coloriti dei fatti venatori e ai suoi racconti personali, è proprio un piccolo trattato. Donattini riporta le memorie di cacciatori attivi all’inizio del secolo scorso e considerando che l’ultima sua osservazione sistematica sugli uccelli della nostra zona risale al 2004 si può ben dire che nel libro è raccolta la storia ornitologica di un secolo. Un periodo che ha mutato radicalmente il tessuto economico, il paesaggio e gli ambienti nonché il modo di fare agricoltura tanto da sconvolgere le popolazioni degli abitanti pennuti non solo della nostra valle ma per lo meno di tutta Europa.
 
Per chi si interessa di uccelli e di ecologia in senso lato il libro di Donattini è una miniera di notizie. Per ogni specie c’è una disamina della biologia, degli habitat frequentati e del comportamento impreziosita da fatti e ricordi che rendono piacevole e scorrevole la lettura. “Una mattina udii un verso che quell’anno non avevo ancora sentito. Era arrivata nella notte l’averla piccola ( Lanius collurio). Svegliai mia moglie che ancora dormiva e le dissi: ascolta anche quest’anno sono arrivate le averle. Dopo una quindicina di giorni iniziammo a tagliare il fieno. Ad un certo punto io e mio figlio ci sedemmo a mangiare un panino e notammo che un averla piccola calava a terra a catturare coleotteri nel tagliato dietro di noi. Ricominciammo il nostro lavoro; lei si faceva sempre più invadente obbligandoci a volte a fermarci per non farle del male. Da quel giorno iniziò a seguirci in ogni lavoro. Aveva abbinato il lavoro dell’uomo col vitto assicurato. Al mattino aspettava che andassimo nei campi per seguirci. Un giorno stavamo rastrellando del fieno: mia moglie si fermò un attimo, l’averla, pronta, le si posò sul manico del rastrello guardando a terra a cercare insetti. Arrivò l’autunno e ci scordammo dell’averla. Un mattino d’aprile dell’anno dopo vidi in cima a due pali appoggiati alla casa un’averla piccola, maschio; pensai: chissà se sarà quella dell’anno scorso, ma forse è impossibile; invece era sempre quella. Era tornata dopo essere stata a svernare in Africa oltre il deserto del Sahara ed aveva ritrovato la zona dove aveva nidificato un anno prima. Appena fatta colazione partimmo per andare nei campi: questa ci seguiva di albero in albero. Quell’anno nidificò nella siepe di olmo dietro casa; fecero una prima covata e lui premuroso si adoperava veloce a portare insetti di tutte le specie; a volte anche piccole lucertole. Un giorno, ai primi di agosto, stavamo falciando inginocchiati a terra con dei piccoli falcetti. Dovevamo fare attenzione perché, come notava un insetto, si buttava a falco a pochi centimetri dai falcetti stessi. Mi venne l’idea di provare se avesse preso cibo dalle mani. Mandai mio figlio a prendere tarme della farina che avevo in una cassetta. Gli dissi di portarmi anche qualche insetto in metamorfosi. Appena mi furono dati buttai una camola a un palmo della mia mano: essa fu veloce a raccoglierla e portarla alla nidiata. Quando tornò provai ad aprire il palmo con le tarme, ma non ci fu verso di farla venire in mano.
Quando invece gli presentai insetti che sembravano piccoli scarafaggi non seppe resistere; iniziò a prenderli al volo arrivando in picchiata e li raccoglieva senza posarsi: se avessi chiuso la mano l’avrei catturata. Fu un’emozione che non sono mai riuscito a dimenticare anche se sono ormai passati più di quarant’anni. Da un giorno all’altro sparirono tutte e non si videro più. Ancora per qualche anno l’aspettai; qualche coppia ritornò ma quel maschio docile che ci accompagnava nel lavoro e ci faceva sentire meno la stanchezza non si è più visto. Con il passare degli anni vi sono state sempre meno coppie a nidificare ed ora nel 2003 nelle nostre vallate sono quasi introvabili. Da ricerche fatte quest’anno un’unica coppia è stata notata lungo il fiume. La stessa cosa vale per l’averla capirossa, fino agli anni cinquanta numerosissima, poi con un calo graduale, ora sparite”.
In questo brano che ho sintetizzato c’è tutto il mondo di Gian Franco. Ed è curioso che una delle emozioni maggiori della sua vita si rifà non a episodi di caccia o di cattura ma a un evento di vicinanza estrema e di confidenza con il mondo degli uccelli. Amara la conclusione: di questa specie come di tantissime altre che nel libro sono accuratamente enumerate ormai nei nostri ambienti s’è persa la traccia. Chi taglia più il fieno con la falce, chi alleva camole per i nidiacei sia di gabbia che liberi, chi coltiva i rivali con granaglie e chi aspetta ad arare fino alla primavera successiva lasciando fra le stoppie i semi delle malerbe? L’analisi di Donattini è lucida ma implacabile nella conclusione: sono cambiati gli ambienti e l’uomo, affrancandosi dalla miseria, ha sostituito colture e tecniche che offrono ben poco al mondo degli uccelli. Molte le specie che scompaiono poche quelle che vanno a sostituirle. Così il libro ha tanti tagli di lettura: umano, per la sua sensibilità e i sentimenti, antropologico perchè è stato il testimone di una civiltà contadina eclissata totalmente, scientifico per la mole di osservazioni sistematiche raccolte per più di sessant’anni. Concludo sintetizzando questo brano intitolato tre allodole. E’ un giorno di ottobre inoltrato; come tutte le mattine Donattini si alza alle tre e mezzo e parte verso il paretaio: ”quando dal buio totale che rappresenta la morte si incominciano a vedere verso est i contorni delle colline, delle montagne, gli uccelli iniziano il loro canto d’amore, la luce torna ed è la vita, un altro giorno che Qualcuno ci regala”. Così, arrivato sul posto, si appresta a stendere le reti per la cattura ma un vento impetuoso si alza e rade tutto quel che incontra con una forza che cresce man mano che cresce il giorno. “ Messi dentro i richiami, chiusi il capanno e me ne tornai a casa; dissi a mia moglie di preparare il pranzo perché avevo intenzione di andare in un piccolo valico sul gesso per aspettare i colombacci, lei ridendo rispose “ con un vento così?” ribattei, se passano vengono su bassi. Una volta pranzato riprende il sentiero fino al piccolo passo che sta sopra la Tesa di Mongardino appena sotto a Monte della Volpe. Dopo un paio di ore in attesa sente il debole richiamo di un’allodola. Raccoglie il fucile pronto a mirare: “finalmente le vidi: erano tre, arrivavano alte due palmi da terra;venivano su piano sia perché volavano in salita sia perché il vento le respingeva indietro; le puntai però non premetti il grilletto, pensando: voglio proprio vedere come faranno a scavalcare il valico, vi era uno stradello largo quel tanto da far passare un paio di animali da tiro con barroccio. Guardavo questi tre uccelli che quando arrivavano in cima per svalicare il vento le ributtava indietro, si giravano e con forte velocità tornavano in fondo ricominciando la risalita. Finalmente al quinto tentativo, forse indovinando il momento, l’attimo in cui il vento rallentava, riuscirono a svalicare. Corsi in cima ma non riuscì più a vederle. Avrei voluto seguirle per sapere dove andavano a passare l’inverno, quanta strada dovevano ancora fare, ma, soprattutto, da dove venivano, dove erano nate, forse nelle steppe russe, o forse in Polonia, o forse nella grande pianura ungherese chissà! Mi venne quasi un groppo in gola pensando alla lotta che avevano fatto per superare quell’ostacolo; pensavo cose assurde, avrei voluto che fra me e loro vi fosse stata telepatia per poter dire: non fate più queste cose, volate sempre molto in alto fuori tiro, perché io vi ho salvate, ma qualcun altro vi sparerà. Ormai sono molti anni che non torno più in quel piccolo valico, ma se le forze me lo permetteranno ancora una volta tornerò a sedermi vicino a quel cespuglio, chiudendo gli occhi le sentirò ancora emettere quel leggero canto, le vedrò arrivare su in salita e vincendo la forza del vento svalicare ancora una volta, ma non so se potrò salutarle con un arrivederci, forse le saluterò con un addio”.
Roberto Rinaldi Ceroni
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