Tra i tanti commenti letti sui giornali o sentiti alla TV in questi giorni, sono frequenti quelli, eccellentissimi e reverendissimi, che considerano come l’unico comportamento eticamente corretto nei confronti del migrante sia l’accoglienza senza alcuna condizione… considerazione nobile, che però trascura due fatti: questa gente è una vera moltitudine ed è facile trovare, tra loro, chi possiede una identità culturale e un senso della legalità addirittura contrapposto al nostro. La percentuale di persone che rispondono a questo ritratto non è trascurabile, ed appartiene in particolar modo ai migranti di religione mussulmana provenienti da Medio Oriente e Africa.  

Nell’attuale condizione delle coste e dei confini italiani, si è venuta a creare una emergenza umanitaria che, nella sua drammaticità, impedisce di valutare la reale portata del fenomeno proiettato nel futuro. L’azione del governo, per tradizione confusa, procede in continuo stato di emergenza senza un progetto d’intervento complessivo. Perseverando in una tale negligenza abbiamo rinviato, già da troppo tempo, l’applicazione del comune buon senso: cos’altro bisogna pensare di fronte alla politica, auspicata e supportata dalla maggior parte delle associazioni caritatevoli e di cooperazione, delle “porte aperte per tutti”? Un tale metodo non incontra la visione dell’insieme: quella cioè di trovarci difronte non ad una migrazione di genti ma di interi popoli. Popoli giovani che, tra l’altro, hanno tassi di natalità straordinariamente più alti di quelli della media europea. I dati raccolti dall’Oxfam, una della maggiori organizzazioni umanitarie internazionali, parlano di oltre 50 milioni di persone intenzionate, nei prossimi anni, a partire dalla sola Africa per raggiungere l’Europa.

 

 

Intere popolazioni fra le quali, e questa è l’interessante e troppo poco osservata anomalia, è largamente diffuso un sentimento di rimprovero nei confronti del nostro benessere. L’abbondante prosperità presente in Europea viene percepita, in questo caso, non come una condizione fondata sopra l’ingegno e l’impegno personale, ma piuttosto sopra ad un stato naturale precostituito che, avidamente, non vogliamo dividere con altri. D’altra parte la conoscenza che il migrante ha dell’Europa è spesso dovuta solo alla televisione, e la televisione, si sa, così ricca di paiette, di ballerine, calciatori e abbaglianti pubblicità multicolori, descrive un mondo irreale. Al limite, e con il limite di tutte le affermazioni generiche, si può dire che una parte considerevole di migranti medio orientali e africani arriva in Europa non in fuga da una qualche bruttura e alla ricerca di una vita migliore da conquistare col sacrificio ed il lavoro, ma piuttosto arriva da noi dicendo ”dateci la nostra parte”. E, per assurdo, la loro pretesa ignorante riceve da subito legittimazione dal nostro comportamento: li soccorriamo in mare, diamo loro vestiti,  una visita e cure mediche, un letto, cibo e anche un po’ di denaro da spendere… poi, improvvisamente e ai loro occhi ingiustamente, la distribuzione si interrompe: non ricevono l’appartamento con bollette pagate, la macchina tedesca, i soldi per le vacanze e il telefonino di ultima generazione visto in tv. Nessuno si preoccupa di far maturare in loro la consapevolezza che i beni di consumo non sono sostanza precostituita, distribuibile come la manna dal cielo, ma si generano con l’applicazione costante e continua di ingegno, impegno personale, sacrificio e cooperazione. Venendo meno uno di questi elementi non ci sono più beni da spartire… cede una ruota si ferma il carro. E quando il carro si ferma, si ferma per tutti. Del resto una parte rilevante degli stessi italiani dimostra spesso di non avere chiaro il concetto.

Protratta nel tempo, la conseguenza della mancata risoluzione di questo equivoco è evidente in alcune “insospettabili” nazioni del Nord Europa, da sempre impegnate in solidarietà e accoglienza. Precisamente in queste nazioni, numerosi giovani mediorientali e africani, magari nati e cresciuti nel Vecchio Continente, si isolano sempre più in comunità etniche disadattate ed ostili. In molte grandi città del Nord Europa esistono interi quartieri considerati oramai zona franca. In questi luoghi non siamo i benvenuti e, se andiamo, lo facciamo con un certo grado di rischio.

E qui emerge l’azione dell’islam, una fede religiosa che bene e puntualmente si presta a motivare l’ostilità del migrante nei confronti dell’occidente. Dire, come molti dicono, che l’emarginazione è imputabile al comportamento di noi europei lasciando ai migrati e religione una responsabilità accessoria, significa non tenere in debito conto le grandi risorse economiche e organizzative, messe in campo da Svezia, Finlandia, Norvegia, Olanda e Francia. Risorse che, comunque la si giri, non sono servite, in nessuno di questi paesi, a favorire una integrazione diffusa e compiuta. In altre parole, non si è riusciti a limitare la presenza di un disadattamento la cui reazione aggressiva viene legittimata da una predica islamica compulsiva, orientata alla sopraffazione, e fino ad ora mai sufficientemente bilanciatala da propositi opposti.

E con la religione, all’integrazione si sostituisce la conquista. Ecco a tal proposito cosa dichiarava in una intervista di qualche anno fa Ali Abu Shwaima, responsabile del centro islamico di Milano, considerato un rappresentante moderato del suo credo e come tale invitato spesso a parlare. C’è da dire tra l’altro che l’intervistatrice, la molto avvenente giornalista Michelle Nouri, prima di fare le sue domande ha ricevuto un lungo drappo nero con il quale si è dovuta infagottare dalla testa ai piedi.

Domanda: “Come vede l’islam tra dieci anni in Italia?“

Risposta: “L’islam tra dieci anni sarà nel cuore degli italiani, se i veri musulmani faranno il loro dovere mostrando il vero volto dell’islam: quello della pace e del dialogo. Non quello ingannevole descritto da certi giornalisti. L’islam sarà così chiaro che saranno le persone a volersi convertire: è solo una questione di tempo. Dio ha promesso che in ogni casa entrerà l’islam con i suoi princìpi e fondamenti, e la minoranza non può nulla contro la forza di Dio. L’islam è il bene, per questo dominerà il mondo.”

… beh…  per trovare in queste parole equilibrio e volontà conciliante è necessario ricorrere al contorcimento degno del mago Houdini in fuga dalla cella di tortura cinese. Mi pare che Ali Abu Shwaima metta bene in evidenza come chiedere a questi “moderati” di condividere con noi il percorso per costruire in una società liberista e pacificata, equivalga a chiedere al Torquemada della santa inquisizione (fine 1400: periodo tremendo!) di tollerare un ebreo e collaborare con lui… una richiesta irricevibile. Occorrerebbe prima una trasformazione dell’Islam, come del resto si è andato trasformando il cristianesimo dai tempi dell’inquisizione ad oggi.

Ma qui subentra una grande diversità che genera seri dubbi; a guidarli nel percorso di cambiamento, i cristiani avevano a disposizione un secondo testo sacro: il vangelo.

I mussulmani hanno il solo Corano e tutto sarà molto più difficile.

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