Visto che mi interessa, e che potrebbe interessare anche a qualche altro casolano, propongo la sintesi della mia ricerca, con la premessa che le considerazioni finali sono congetture e valgono le due ore di tempo spese sul web. Niente di più. Le fonti consultate sono ovviamente indirette: Wikipedia/Engl., Wikipedia/Deuts.,Times of India, Hindustan Times, The Guardian, Herald Tribune, Repubblica, Corriere della Sera, Il Sole 24Ore.

In tutta questa vicenda, quattro paiono essere i fatti che attualmente non vengono messi in discussione dalle due parti:

Primo: La barca indiana, arrivando dal lato destro della Enrica Lexie (startboard side), per le regole di navigazione internazionali aveva il diritto alla precedenza.

Secondo: L’imbarcazione indiana non ha risposto ai numerosi segnali di comunicazione inviati dalla Lexie. La nave italiana, essendo una petroliera da 58000 ton, non intendeva impegnarsi nel cambiamento di rotta per fare largo ad una piccola imbarcazione di pescatori; d’altra parte, al di la delle regole internazionali di navigazione, vige la consuetudine della “cortesia marittima”, per la quale una piccola imbarcazione, qualora incroci alla sua sinistra (port side) un’imbarcazione di grande stazza, rinuncia volontariamente al diritto di precedenza e cede il passo… la manovrabilità dei due mezzi non è infatti paragonabile.

 

Terzo: I due proiettili estratti dai corpi senza vita dei pescatori e i proietti estratti dai legni della St.Antony, sono tutti dello stesso tipo: calibro NATO 5.56 made in Italy. L’identificazione è stata fatta dai periti dalla polizia indiana alla presenza di osservatori italiani, a cui è stato concesso assistere ma non di intervenire direttamente nell’esecuzione pratica dei test balistici. Il risultato dell’indagine non è attualmente contestato da parte italiana.

Quarto: Il proiettile che ha ucciso il primo pescatore è stato sparato da Latorre ma con l’arma identificata dalla matricola assegnata al sottocapo Andronico; il proiettile che ha ucciso il secondo pescatore è stato sparato da Girone ma con l’arma identificata dal numero di matricola assegnato al sottocapo Vogliano. La cosa, di per se, non dovrebbe influenzare il giudizio dei fatti in quanto non è classificabile come negligenza: in situazione di pericolo, la marina italiana autorizza i propri uomini, imbarcati in missione antipirateria, ad utilizzare la prima arma a loro disposizione. Comunque sia, non si può fare a meno di evidenziare la mancanza di urgenza: l’approccio della piccola imbarcazione alla Enrica Lexie era sotto osservazione critica da più di venti minuti. I 6 marò italiani, in condizione di sospetto, hanno avuto a loro disposizione il tempo sufficiente, stiamo parliamo di professionisti altamente addestrati, per organizzarsi e rispettare alla lettera le regole di ingaggio. Viceversa,  più di una contestazione è stata mossa al comportamento dei nostri uomini… in particolare, per quanto riguarda la documentazione dell’evento, gli strumenti di registrazione fotografica in dotazione ai corpi speciali antipirateria non sono stati adeguatamente utilizzati. Quanto esposto è valutato e ricostruito ad opera dalla polizia indiana e non viene attualmente contestato da pare italiana.

In definitiva, considerando i soli 4 punti su cui India e Italia non sono in contrasto, un’ipotetica ricostruzione dei fatti, moderata e innocentista (sia per gli indiani che per gli italiani) si potrebbe riassumere come segue.

Sono le 16,30 locali. Il comandante della Enrica Lexie, Vitelli, viene avvisato dall’addetto al radar che una piccola imbarcazione viaggia a circa 3 miglia nautiche di distanza e in rotta di collisione con la sua nave. Il comandante pensa “io sono un gigante e loro solo una barchetta… per cortesia marittima ci daranno la precedenza”. Gli indiani pensano “manco per sogno… nostro è il diritto e nostra la via” si tratta probabilmente di una prova di orgoglio: il continuo passaggio di mercantili internazionali in quelle acque, un tempo molto più pescose che ora, sta diventando intollerabile per i pescatori della zona, che attribuiscono alle grandi imbarcazioni la fuga dei banchi di pesce… oppure, altra ipotesi, hanno gettato le reti nella zona di traffico marittimo proibita alla pesca e tentano di recuperare le matasse deviando  la Lexie prima che la petroliera ci passi sopra tranciandole.

Il comandante Vitelli invia segnali acustici e visivo-luminosi. Ripete più volte il tentativo di comunicare con la St.Antony per avvertire della sua intenzione di procedere in rotta ma… non riceve alcuna risposta. Inizia quindi a sospettare un approccio corsaro e chiede l’intervento dei marò… si consideri, che la compagnia armatoriale proprietaria della nave italiana ha giù subito in passato diversi attacchi di pirateria.

I marò accorrono e nella fretta imbracciano le armi dei commilitoni.

I militari italiani inviano vari messaggi visivi. Anche loro non ricevono alcuna risposta e il peschereccio continua ad avvicinarsi… a questo punto della storia, gli italiani sono quasi sicuri che da un momento all’altro, i pescatori si trasformeranno in pirati… d’altra parte succede sempre così e innumerevoli testimonianze concordano: i pirati moderni che incrociano nelle acque dell’Oceano Indiano, un attimo prima di rivelarsi tali imbracciando l’artiglieria nascosta, sembrano innocui pescatori.

Gli indiani tengono duro fino a quando sono ad un centinaio di metri di distanza dagli italiani. In ogni caso non rischiano ancora una collisione: la manovrabilità della loro piccola imbarcazione, al contrario di quella della Enrica Lexie, li può ancora agevolmente togliere dall’impaccio.

In ultimo, Girone e Latorre, volendo dimostrare che fanno sul serio, reagiscono sparando alcune raffiche di avvertimento mal direzionate, e purtroppo colpiscono la St.Antony facendo due vittime.

Gli indiani finalmente manovrano e si danno alla fuga.

Bah… che dire, se effettivamente, come da buona volontà di premessa, tutte le parti in causa sono innocenti nel dolo primo, quello che rimane è miseria, presunzione, orgoglio, leggerezza e sfortuna… veramente una bella combinazione… fate un po’ voi.

 

Pierugo Acerbi

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